Fabrizio Colosimo
L'ECONOMIA SOCIALE DI MERCATO
INDICE
Introduzione : la necessità di un nuovo ordine economico e sociale
PARTE PRIMA
Cap. I La crisi del sistema economico occidentale
1.1 Premessa
1.2 Lo stato attuale: contraddizioni edifficoltà nei paesi industrializzati
1.3 Origini del sistema economico occidentale: teoria neoclassica, modello di Taylor e Fordismo
1.4 L'Italia nel secondo dopoguerra
Cap. II La marginalizzazione delle economie nei paesi in via di sviluppo (non disponibile on-line!)
2.1 Contesto attuale
2.2 L'Occidente e i Pvs
2.3 La politica dell'UE a favore degli aiuti alla cooperazione:
la Convenzione di Lomé
2.4 Il problema del rimborso dei debiti
Cap. III L'Europa
incompiuta
3.1 Introduzione
3.2 La paralisi della CEE
3.3 L'Unione Europea
3.4 L'unione monetaria
3.5 La crisi valutaria nei mercati europei
3.6 Nuovi scenari
3.7 La crisi prematura dell' Unione Europea
Cap. IV La crisi ecologica (non disponibile on-line!)
4.1 Premessa: la definizione del problema ambientale
4.2 La necessità di uneconomia dell'ambiente
4.3 La politica dell'ambiente
4.4 L'ambiente e i paesi in via di sviluppo
4.5 Conclusioni
PARTE SECONDA
Cap. V Il tempo dell'alternativa
5.1 Introduzione
5.2 La trasformazione delle relazioni di lavoro
5.3 L'aumento del tempo libero
5.4 Il benessere sociale: risolvendo la crisi del Welfare State
5.5 Il rilancio dell'economia a livello locale
5.6 Il nuovo ordine economico e l'equilibrio internazionale
5.7 La nuova questione tedesca
5.8 Iniziare con lEuropa sociale
5.9 Il lavoro nella costruzione del nuovo ordine economico e sociale
5.10 Il principio della rappresentanza politica
INTRODUZIONE : LA NECESSITA' DI UN NUOVO ORDINE ECONOMICO E SOCIALE
Queste pagine nascono dal profondo convincimento dell'inadeguatezza dell'attuale sistema economico. Tale convincimento scaturisce dalla semplice constatazione che esistono palesi difficoltà e contraddizioni nel sistema, tutte reciprocamente interconnesse :
1. la polarizzazione del mondo in "Nord - Sud", intendendo cioé l'impressionante e crescente divario tra paesi ricchi e poveri;
2. l'incapacità da parte dei modelli di sviluppo economico dellOccidente di ridurre gli squilibri regionali e di trovare una soluzione per la ripresa del sistema produttivo: la piaga della disoccupazione, ormai realtà costante e incombente del capitalismo, è la smentita sonora dell'assunto secondo il quale il libero mercato assicurerebbe l'impiego dei fattori produttivi disponibili;
3. il fallimento del modello liberal-consumistico come ideologia su cui improntare valori e rapporti umani;
4. l'incapacità di porre rimedio alla grave crisi ambientale e conseguentemente di migliorare la "qualità della vita".
Prima di entrare nel vivo della tesi che si vuole dimostrare in questa opera, desidero, come preambolo, specificare brevemente il significato dellaffermazione fatta in merito al fallimento del modello liberal-consumistico come ideologia (punto 3). Infatti è sempre più evidente nei paesi permeati da una cultura consumistica la tendenza verso una lenta lacerazione del tessuto sociale. Questo processo è chiaramente visibile: basta osservare la penetrazione della cultura dell'usa-e-getta, sul sistema di relazioni sociali ormai privo dei fondamentali valori umani. Questo declino può essere riconducibile principalmente allindividualismo, tipico frutto di una società consumistica.
Gli uomini stanno perdendo il contatto con una visione più ampia della vita e dei suoi valori poichè si concentrano sulle proprie vite individuali. In altre parole, lindividualismo appiattisce le nostre vite e le allontana dallinteresse per gli altri e la società.
Unaltra conseguenza, frutto della penetrazione del modello liberal-consumistico, è rappresentata dal trionfo del primato della ragione strumentale. "Con ragione strumentale si intende il tipo di razionalità cui ci rifacciamo, quando calcoliamo lapplicazione più economica dei mezzi disponibili a un fine dato". La sua misura del successo è data dal migliore rapporto costi-prodotto. Ormai la ragione strumentale non solo ha allargato il proprio campo di azione, ma rischia di diventare anche strumento di misura delle nostre vite. Il timore consiste nel fatto che i fini indipendenti, che dovrebbero guidare le nostre vite, si trovino eclissati dallesigenza di "massimizzare la produzione". Cè il rischio che il "valore dellefficienza", di sicuro valido nella logica delleconomia aziendale, prenda anche il sopravvento nei rapporti umani, sostituendo così il principio guida della solidarietà con quello della competizione.
Quando il perseguimento degli interessi personalistici e consumistici diviene il fine ultimo della vita, è ineluttabile che l'uomo tenda a limitare il proprio spirito di umanità e solidarietà; questi aspetti determinanti in una vita che presuppone dei valori, tendono ad essere messi in disparte in quanto non più alla moda. Di conseguenza, l'esistenza diventa inesorabilmente sempre più "inutile", generando così una grande frustazione nonostante la prosperità e l'abbondanza. I paesi ad economia avanzata sembrano soffrire assai di questo male.
Questa tendenza si contrappone alla situazione creatasi nel Medioriente, sempre più improntata a spinte teocratiche e ai valori dell'intransigenza e dell'ubbidienza religiosa.
Agli occhi di molti Arabi la guerra del golfo è stata un pretesto ideale per intervenire contro il paese arabo meglio armato e scongiurare un futuro aumento del prezzo dei prodotti petroliferi. Quanto più gli attacchi aerei su Baghdad aumentavano di intensità, tanto più si delineava tra gli islamici una solida maggioranza a favore dell'Iraq. La guerra del golfo ha rafforzato i movimenti islamici: si è passati rapidamente da uno scontro Iraq/Kuwait ad una crisi Oriente-Occidente.
Siamo finiti in un mondo caotico e insicuro: frantumazione degli Stati nazionali e plurinazionali, senso di insicurezza diffuso nella società, conseguente nascita di Stati dal difficile avvenire, guerre civili che nessuno sembra in grado di fermare, riscoperta dei nazionalismi fanatici e xenofobi.
E dunque necessario adoperarsi per unalternativa: lo scopo di questo lavoro consiste, quindi, nel proporre nuove soluzioni che rispondano meglio al desiderio di giustizia sociale. Ma prima di esporre tali considerazioni ritengo doveroso spiegare i motivi che mi inducono a credere che l'attuale sistema sia in crisi irreversibile. Per poter rispondere a questi interrogativi cercherò di fare chiarezza sui vari aspetti della crisi attuale e, in primo luogo, sulle contraddizioni dell'economia capitalistica, cercando di spiegarne l'evoluzione, dalla teoria neoclassica di inizio secolo alle scelte neoliberiste dei nostri giorni. Di seguito farò delle considerazioni sui danni causati dai paesi occidentali ai paesi del terzo mondo. Successivamente analizzerò le contraddizioni insite nel "progetto europeo" e i motivi del mancato appuntamento dell'Europa con un ruolo da protagonista per la costruzione di un nuovo ordine economico e sociale mondiale. Infine accennerò alla crisi ecologica, frutto del sistema di sfruttamento delle economie capitalistiche e della difficile situazione in cui si dibattono i paesi del terzo mondo.
La seconda parte sarà dedicata all'alternativa dell'economia sociale di mercato e alle proposte per la costruzione di un mondo più giusto e più solidale.
Inevitabile risulta a questo punto una definizione di "Economia Sociale di Mercato". L'economia sociale di mercato è una sintesi tra le politiche keynesiane e le considerazioni espresse dalla teoria liberista in merito alla validità della libera competizione tra le imprese, il tutto accessorio alla "partecipazione" dei lavoratori in modo diretto alla vita economica e a quella politica. La proposta intende collegare l'interventismo di Stato, tramite politiche fiscali e monetarie finalizzate a tutelare l'occupazione, gli strati più deboli della società e la stabilità, con il liberismo, inteso non come misura di tutte le cose, ma solo come valido strumento per promuovere l'efficienza in azienda e l'innovazione e la qualità del prodotto. Il nuovo ordine economico non si ferma però a questo, ma vincola la sua politica ad un'obiettivo quanto mai sfidante, e cioé all'obiettivo della "qualità della vita", superando così l'equazione "sviluppo economico = benessere" che ormai presenta molte più incognite che nel passato (come sarà approfondito nella prima parte del presente testo). Le politiche dell'economia sociale di mercato sono quindi rivolte ad ottenere :
-la giustizia e l'equità nella distribuzione della ricchezza a livello mondiale;
-il miglioramento della qualità della vita;
- il controllo delle concentrazioni economiche;
- la partecipazione diretta dei lavoratori alla gestione dell'impresa e alle scelte politiche.
Non ultimo, noi tutti siamo chiamati a rispondere all'indiscutibile dovere della solidarietà. In prima persona dobbiamo renderci portavoce di un rinnovamento in virtù di quell'impegno nel sociale che deve contraddistinguerci e impegnarci in una missione di giustizia nel mondo, di promozione della dignità umana e di difesa dei più deboli.
P AR T E P R I M A
LA CRISI DEL SISTEMA ECONOMICO OCCIDENTALE Premessa
Alla domanda: "perchè realmente abbiamo bisogno del libero mercato e della libera impresa?" la risposta è "per modernizzare il sistema produttivo", e alla successiva domanda: "perchè modernizzare il sistema produttivo?", la replica è la seguente: "per competere con la concorrenza internazionale". La modernizzazione della produzione diventa un imperativo categorico e libero mercato, libera impresa, flessibilità e deregulation, sono i suoi strumenti. Non c'è più bisogno di una giustificazione più alta di natura politica o morale: il mercato dà a tutti coloro che abbiano spirito d'iniziativa la possibilità di vincere. Chiaramente ci saranno anche dei perdenti, ma questo non è importante, è il costo che si paga per avere dei vincitori che diano ai consumatori i migliori servizi e il miglior prodotto.
Il liberismo occidentale predica la libertà, dove essa si identifichi con l'egemonia delle grandi concentrazioni economiche atte a proteggere il "libero mercato" monopolizzato dalle loro posizioni dominanti. Essi si fanno paladini del "diritto internazionale" e delle "libertà dei popoli" a pura tutela dei propri interessi ( es. la guerra del golfo).
Ma più assurda è l'indifferenza di fronte alla trasformazione di questo modello di sviluppo economico in un vero è proprio stile di vita, che sotto le mentite spoglie di un opportunistico principio di permissivismo e di libertà, ha imposto prepotentemente gli interessi delle concentrazioni economiche su tutti i nostri valori. I veicoli di questa occidentalizzazione del mondo sono : la standardizzazione dei prodotti, degli usi e dei costumi; un miscuglio di utilitarismo e permessivismo (che ha come conseguenza inevitabile l'omologazione, la mercificazione della vita, il primato dell'avere sull'essere, dell'utile sul dono).
Per capire la presente crisi, dobbiamo brevemente partire dal pensiero dominante del periodo prebellico. Esamineremo brevemente lo stato attuale della crisi nei paesi industrializzati, a seguire, il modello di sviluppo applicato negli stati a capitalismo avanzato, chiedendoci anche quali siano state le motivazioni che hanno portato al successo di tale modello solo in un limitato numero di paesi.
L'ultimo paragrafo sarà dedicato ad un caso di studio particolare : l'economia italiana dal secondo dopoguerra ad oggi.
Lo stato attuale : contraddizioni e difficoltà nei paesi industrializzati
Gli anni '80 hanno fatto registrare un aumento della prosperità nei paesi ad economia avanzata : tassi di produttività crescenti, livelli moderati di inflazione ed incrementi annui del prodotto interno lordo, secondo dati OCSE, cifrabili intorno al 3%.
In realtà dietro questi dati si cela una situazione per certi versi contradditoria e per altri critica, che sarà immediatamente oggetto di una breve analisi.
Pil : il calcolo del prodotto interno lordo (Pil) non tiene conto dei costi sociali sostenuti per alimentare la "crescita economica nei paesi industrializzati". Tra i vari costi sociali si possono elencare il degrado delle città, la violenza nei quartieri meno agiati, il traffico, l'emarginazione, la disoccupazione, l'inquinamento e, più in generale, il peggioramento della qualità di vita. Nel conteggio del Pil dovrebbero, quindi, essere esclusi i redditi da attività ecologiche in quanto sostenuti per "arginare" il continuo degrado ambientale.
Recessione economica : Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da un continuo aumento della frequenza delle fasi di recessione economica. Ormai siamo in presenza del rischio di una recessione permanente su scala mondiale dovuta alla mancanza, nel sistema stesso, di un meccanismo a lungo termine di crescita cumulativa. Questo è da imputare essenzialmente al fatto che i mercati dei paesi industrializzati hanno raggiunto un livello di saturazione nei consumi tradizionali, mentre i paesi delle regioni povere del mondo (oltre il 50% della popolazione è sotto il livello di povertà) rimangono soltanto potenziali mercati di sbocco, in quanto non hanno e non avranno mai disponibilità per effettuare acquisti. Questa recessione è anche la conseguenza dell'intollerabile deficit della bilancia commerciale degli USA. L'adozione di una politica restrittiva da parte degli Stati Uniti ha significato per Europa e Giappone la riduzione nelle voci di attivo della bilancia dei pagamenti per svariati centinaia di mld di dollari all'anno. Il risultato di questa recessione è stato disastroso per l'occupazione: trentacinque milioni di disoccupati nei paesi che fanno parte dell'Occidente industrializzato confermano che l'Occidente liberista è coinvolto in un dramma di sottutilizzazione del lavoro.
La crisi degli USA
Dopo il 1985 gli USA hanno continuato ad avere un costante deficit della bilancia commerciale di 10 mld di $ al mese. Dall'inizio degli anni '90 il debito estero è stato più della metà di tutto quello del terzo mondo. Una prima politica adottata per raggiungere la stabilità della bilancia commerciale senza provocare una recessione è consistita nella svalutazione del dollaro alla fine del '85. Ma questo tentativo non ha migliorato il deficit nei confronti dei paesi dell'area del dollaro. Soprattutto i creditori giapponesi e tedeschi, preoccupati circa la svalutazione dei loro prestiti in dollari, sono diventati sempre più esigenti in termini dei tassi d'interesse che si aspettano dai loro prestiti.
Il disastro sul fronte interno è stato ancor di più spettacolare : il collasso del sistema creditizio, educativo e sanitario, un enorme aumento del crimine urbano, una massiccia penetrazione dei capitali giapponesi nei settori chiavi dell'economia americana. C'è tuttavia da dire che a monte della crisi dei conti pubblici americani ci sono le spese e gli investimenti per sostenere la schiacciante potenza militare. E' stato anche provato che il livello di spesa per la difesa nei paesi "imperialisti" per eccellenza (USA, Gran Bretagna e Francia), stornando fondi dalla ricerca a fini civili, li ha resi meno competitivi nei confronti di Germania e Giappone in quanto "assolti" dal pagamento per la propria difesa. Inoltre l'evidenza ha ampiamente dimostrato che la spesa per la difesa non ha alcuno degli effetti scatenanti promessi per l'economia civile, anche se gli USA sono l'unica potenza al mondo che può opporsi a qualsiasi minaccia geopolitica da ogni regione. Tuttavia, senza lasciarci fuorviare, il declino americano (anche quello inglese e francese) non è il risultato di un'eccesso di spesa bellica, ma di un più fondamentale sbaglio : come la società si occupa delle relazioni tra capitale e lavoro.
La crisi delle grandi imprese : Le grandi imprese e le multinazionali sono state le grandi artefici della produzione di massa e le protagoniste del miracolo economico negli anni '60 . Oggi tali imprese versano in grande difficoltà.
General Motors, IBM, Philips e altre multinazionali, fino a non pochi anni fa modelli di successo, sono oggi al centro di una grave crisi e dimostrano l'incapacità delle grandi aziende di adattarsi ai cambiamenti del mercato. Questi cambiamenti riguardano essenzialmente le nuove tecnologie, il crollo delle barriere doganali, la globalizzazione dei mercati finanziari e l'omologazione dei gusti dei consumatori. Sino a pochi anni fa si riteneva che questi cambiamenti avrebbero favorito le grandi imprese, ma al contrario, sono stale le piccole e medie imprese (Pmi) che hanno approfittato di queste opportunità aumentando le loro quote di mercato a scapito delle grandi imprese.
Per molti anni gli esperti del settore hanno ritenuto con certezza che le imprese, grandi abbastanza da poter investire capitali nell' automatizzazione degli stabilimenti, avrebbero avuto la possibilità di sfruttare queste nuove tecnologie con congruo margine d'anticipo rispetto alle Pmi dotate di minore possibilità di investire. Inoltre si pensava che la deregolarizzazione dei mercati dei capitali avrebbe favorito le grandi imprese che, grazie alle loro varie rappresentanze sparse sul territorio nazionale ed estero, sarebbero state facilitate nel compito di individuare gli istituti bancari che offrono condizioni migliori. Si prevedeva, quindi, che poche grandi imprese multinazionali avrebbero lentamente dominato il mercato dell'autovettura, dell'elettronica, delle banche, dell'editoria e della pubblicità.
Per molto tempo tali previsioni sono sembrate plausibili in quanto le grandi imprese erano quelle che meglio potevano realizzare "economie di scala". Questo perchè si è sempre pensato che le industrie in espansione ottengano vantaggi economici per effetto dell'aumento delle dimensione degli impianti e del volume dei beni prodotti. La riduzione del costo unitario di produzione si connette alla ripartizione su di un numero di unità maggiore dei costi gestionali. Mentre in realtà l'aumento delle dimensioni produce anche nuovi costi. Con l'aumento delle dimensioni, le imprese diventano eccessivamente burocraticizzate, meno flessibili, poco produttive e dal punto di vista dell'attività lavorativa, i dipendenti cominciano a percepire il loro lavoro come un mero fattore produttivo, non come attività essenziale e insostituibile per l'azienda, di conseguenza si sentono meno motivati. Ma tali "diseconomie" sono sempre state considerate meno rilevanti rispetto ai benefici ottenuti dalle "grandi dimensioni".
La caduta delle barriere doganali tra i vari paesi ha invece permesso alla Pmi di competere con le grandi. Precedentemente le difficoltà nell'operare nei paesi esteri potevano essere superate solo dalle grandi imprese multinazionali dotate di una stabile organizzazione all'estero. Solo poche Pmi erano in grado di modificare le loro produzioni allo standard dei paesi esteri, di assumere impiegati per la commercializzazione dei propri prodotti all'estero e di essere esperte di questioni commerciali, legali, tributarie e internazionali. L'apertura dei mercati, l'armonizzazione degli standard tecnici, l'omologazione nei gusti, hanno rimosso molte di queste barriere e hanno reso più facile per le Pmi esportare e vendere i loro prodotti in tutto il mondo.
Un altro fattore che ha messo in crisi la leadership delle grandi imprese è stata l'introduzione del computer che ha sconfessato la teoria delle economie di scala : l'uso del computer e tutti i fattori di automazione hanno reso possibile la produzione di beni a poco prezzo anche in piccoli volumi. I prezzi contenuti nell'acquisto dei computer e dei prodotti software hanno permesso alle Pmi di applicare nelle proprie aziende le tecniche logistiche, i modelli finanziari, la gestione contabile e aministrativa del personale, prerogative un tempo riservate solo alle grandi imprese.
L'aumento dell'efficienza e l'internazionalizzazione del mercato dei capitali sta permettento alle Pmi di procurarsi capitali allo stesso modo delle più grandi aziende del mondo. Infine i consumatori stanno diventando sempre più esigenti : le tecniche di controllo della qualità, applicate inizialmente in Giappone, sono oggi utilizzate dappertutto, sia dalle grandi imprese che dalle Pmi.
Per quanto riguarda le spese in ricerca e sviluppo (R&S), attualmente solo le grandi aziende sono in grado di investire ingenti somme, ma le Pmi hanno pensato bene di fare accordi di cooperazione tecnologica e oggi sono migliaia le piccole imprese innovative.
Concludendo, l'aspetto più visibile della crisi delle grandi imprese è rappresentato dalla volontà delle stesse di "dimagrire". Oggi le grandi imprese per diminuire i costi e per fronteggiare l'agguerrita concorrenza delle Pmi stanno effettuando tagli alle spese, agli investimenti e al personale, hanno dato l'avvio a nuove ristrutturazioni e si riorganizzano all'interno di autonome divisioni e aree d'affari, preludio ad un successivo scorporo d'attività, tentativo di diventare in qualche modo molto più simili ai loro rivali più piccoli.
La competizione e gli effetti sul lavoro : La globalizzazione dei mercati e l'abbattimento delle barriere doganali hanno portato ad una competizione sempre più accesa. Per essere competitivi si è reso necessario ristrutturare le imprese, tagliare i costi fissi e ridurre il personale. Come conseguenza della riduzione del personale, oltre ad un aumento della disoccupazione, si verifica , in particolare per le imprese in forte concorrenza, un aumento delle ore lavorative per occupato, specialmente per gli impiegati della carriera direttiva e per i dirigenti. Quindi, contrariamente all'aspettativa che la tecnologia e la maggiore automazione delle attività ci avrebbero permesso più tempo libero, ci troviamo di fronte ad un sistema in cui per poter competere si dedica sempre meno tempo alla vita familiare e sociale e sempre più tempo alla "carriera" e agli "straordinari"
Origine del sistema economico occidentale : teoria neoclassica , modello di Taylor e Fordismo
Dopo aver accennato alle difficoltà che incontrano oggi i paesi ad economia avanzata, in particolare, quelli ad economia di libero mercato, è necessario esaminare le teorie che storicamente hanno dato forma al sistema attuale, a cominciare dal pensiero neoclassico.
Grazie a tale corrente di pensiero, sviluppatasi nella seconda metà dell'Ottocento, viene abbandonata la teoria del valore-lavoro: il prezzo di un bene non è più considerato in base al valore del lavoro in esso contenuto, ma in relazione alla scarsità del bene stesso. La conseguenza diretta è stata quella di sminuire il valore del lavoro all'interno del processo produttivo relegandolo al semplice e anonimo ruolo di fattore produttivo. L'enfasi posta sul valore-scarsità ha consentito di studiare contemporaneamente entrambi i lati del mercato, dato che gli economisti hanno messo a confronto la quantità disponibile di un bene (l'offerta) con la quantità richiesta (la domanda); proprio dall'interazione tra domanda e offerta, si viene a determinare il prezzo di mercato d'equilibrio : l'attività economica reale viene vista allora come il risultato dell'interazione tra attività produttiva (determinata a sua volta dal progresso tecnologico) e le preferenze dei consumatori, vincolati sia dall'insieme delle scelte possibili sul mercato che dal proprio reddito.
I neoclassici ritenevano che la loro teoria del mercato fosse neutrale e non condizionata da giudizi di valore; il loro obiettivo principale consisteva nella definizione di un insieme di leggi economiche che governassero l'attività economica con gli individui razionali rappresentati (i consumatori) che mirano alla soddisfazione di desideri (o preferenze) tra loro sostituibili e con l'idea che il perseguimento dell'interesse individuale avrebbe migliorato il benessere della società. Per cercare di mediare tra l'interesse individuale e quello collettivo è stato di aiuto il pensiero di Vilfredo Pareto. Infatti il criterio di desiderabilità sociale viene solitamente espresso in termini del cosiddetto criterio di Pareto : un ottimo paretiano è uno stato sociale nel quale è impossibile migliorare la posizione di qualche individuo senza peggiorare quella di qualcun altro, dove migliorare significa porre in una situazione maggiormente preferita.
Il teorema fondamentale dell'economia del benessere cerca quindi di legittimare il comportamento razionale come socialmente desiderabile e al tempo stesso di giustificare alcuni interventi dello Stato miranti al miglioramento delle condizioni nelle quali gli individui compiono le proprie scelte, interventi che sarebbero particolarmente giustificati nei casi di fallimento del mercato, cioè in quei casi in cui è chiaro che i mercati non massimizzino il bene comune. In linea di principio però la teoria economica neoclassica assumeva come ipotesi fondamentale che il sistema economico avesse una tendenza automatica ad operare ad un livello generale di attività fissato dalla piena occupazione della forza lavoro, piena occupazione che rappresenterebbe la norma grazie all'ipotesi aggiuntiva della flessibilità dei saggi di salario (ossia i salari aumenterebbero o diminuirebbero fino al raggiungimento della piena occupazione). Tale teoria ha rappresentato, quindi, la giustificazione teorica all'imposizione del sistema ad economia di mercato.
A questo punto, prima di continuare, per motivi di chiarezza ritengo che sia il caso di spiegare alcune definizioni. Con "economia di mercato" (detta anche liberistica) si intende un sistema economico in cui l'intervento dello Stato è ridotto al minimo indispensabile (giustizia, difesa, esteri) mentre l'attività economica è lasciata al libero gioco delle forze dei privati in una situazione di concorrenza. In tale sistema la proprietà dei mezzi di produzione è dei privati i quali ne fanno l'uso che meglio credono nella ricerca del massimo profitto.
Diversamente, con il termine di "economia pianificata" si intende un sistema economico in cui la proprietà dei mezzi di produzione è dello Stato, il quale decide altresì che cosa si deve produrre, quanto si deve investire, come si deve distribuire il reddito.
Per comprendere meglio le contraddizioni del sistema attuale bisogna esporre altri due contributi fondamentali, rappresentati dalla teoria di Taylor e dalle idee dell'imprenditore americano Henry Ford. Infatti il modello di produzione attuale trae le sue origini dalla sintesi tra teoria neoclassica, idee di Taylor e modello del processo di lavoro fordista. Il taylorismo può essere visto come la razionalizzazione dell'organizzazione del lavoro. I fondamenti principali di tale organizzazione sono la selezione scientifica della manodopera, la preparazione al lavoro su base scientifica e la realizzazione di ritmi di lavoro che riducano i tempi di esecuzione. Questa razionalizzazione è basata su una separazione sempre più netta delle "menti" (ingegneri, amministratori e gestori), dagli "operativi" (manovali o lavoratori specializzati che compiono mansioni ripetitive).
Quando Taylor e i suoi fautori introdussero questi principi all'inizio del ventesimo secolo, lo scopo fu infatti quello di diffondere delle buone norme per affermare la professionalità ed il lavoro specializzato, privando contestualmente i lavoratori dell'umanizzazione del lavoro e anche della loro privilegiata posizione dovuta alla loro abilità nell'assolvere determinate mansioni di propria esclusiva competenza e conoscenza. In cambio della forma di controllo taylorista, i sindacati chiesero una parte dei guadagni legati alla produttività derivanti dalla razionalizzazione del lavoro.
Questo compromesso così importante (partecipare ai guadagni derivati dalla produttività) fu negli anni Venti sostenuto solo dall'economista John Maynard Keynes e da una minoranza di imprenditori, quali Henry Ford, e di politici. Ford e Keynes erano consapevoli che gli aumenti della produttività dovuti all' organizzazione taylorista avrebbero condotto solo ad una grande crisi di sovrapproduzione se non ci fosse stata una corrispondente aumento della domanda aggregata. E cosa potrebbe essere un più potente fattore nella crescita per la domanda dei beni prodotti dalle imprese se non una costante crescita del salario reale dei lavoratori stessi? Ma le parole di Keynes e Ford rimasero allora lettera morta.
La sola forza che avrebbe potuto costringere tutti gli imprenditori ad aumentare il potere d'acquisto dei propri lavoratori sono state le pressioni esercitate dai sindacati. Le paure di Ford e Keynes, in perenne conflitto con le idee conservatrici del libero mercato di Hoover e Lloyd George, si materializzarono nella grande depressione degli anni Trenta, una gigantesca crisi di sovrapproduzione.
L'esperienza storica degli anni tra le due guerre (gli anni Venti e Trenta), quando invece la disoccupazione di massa divenne la norma, portò alla formulazione della teoria economica keynesiana che pone in rilievo l'intervento dello Stato ed auspica spese pubbliche finanziate in disavanzo.
Ci sono state tre alternative per risolvere lo spinoso problema di come portare equità e convergenza tra domanda e offerta aggregata senza lasciarle sole alla mercè delle libere forze di mercato e alla competizione tra le imprese : il fascismo, lo stalinismo e il modello keynesiano (cioé un sistema misto che tiene conto del compromesso fordista). L'alternativa fascista cade alla fine della seconda guerra mondiale con la sconfitta del Fascismo stesso e, nel giro di pochi decenni, la battaglia tra lo stalinismo e il fordismo è vinta da quest'ultimo. Il compromesso fordista prende allora le sembianze di un regime di accumulazione che può essere descritto nel seguente modo :
· produzione di massa, con il conseguente effetto della polarizzazione crescente tra lavoro specializzato e lavoro operativo e un aumento della meccanizzazione ( che comporta un rapido aumento nella produttività ed un aumento nel volume di beni capitali per lavoratore);
· distribuzione proporzionale del valore aggiunto (aumenti della produttività si accompagnano ad aumenti del salario reale);
· conseguente stabilità nella redditività delle aziende ( utilizzo a pieno regime delle capacità produttive e massima occupazione).
In altre parole questo regime di accumulazione coniugò una grande produzione di massa con un alto livello di consumi di massa. Questo sistema divenne noto in tutto il mondo dopo la guerra come lo stile di vita americano - un modello produttivista che fu definito edonista in quanto basato su una ricerca di felicità attraverso la disponibilità di un gran numero di beni. Questo concetto di progresso ( felicità = beni disponibili) è stato condiviso dalla quasi totalità degli schieramenti politici del mondo occidentale. Persino i conservatori vincono le resistenze degli imprenditori che vedono i loro interessi a breve termine solo in termini di riduzione del costo del lavoro. Gli imprenditori sono invitati ad aderire ai principi del compromesso che in ogni caso corrisponde ai loro interessi a medio termine. I paesi occidentali, dopo la guerra e con le dovute differenzazioni, aderiscono in molti casi all'evoluzione di tale modello stesso e cioé a un modello di socialdemocrazia caratterizzato da :
· legislazione sociale (che assicura ai lavoratori livelli di salario minimo e la difesa del posto di lavoro) e accordi collettivi di lavoro che comportano per i lavoratori aumenti annuali dei loro stipendi in linea con aumenti della produttività;
· "Welfare State"; che significa un avanzato sistema di sicurezza sociale in cui i percettori di salari rimangono consumatori anche quando non potrebbero guadagnarsi da vivere per causa di malattie, infermità, licenziamenti, etc...;
· efficiente sistema di crediti fornito dal sistema bancario (sebbene generalmente controllato da un Istituito centrale) che garantisce al sistema economico e produttivo la facilità di reperimento dei capitali.
Tutte queste caratteristiche offrirono una nuova cornice di regole e conferirono allo Stato una responsabilità attiva nel controllo dell'economia: attraverso deficit di bilancio e la spesa pubblica si può stimolare la crescita.
Così, durante gli anni Cinquanta, la crescita economica tornò ad essere uno dei temi principali nelle agende degli economisti e dei politici. Una crescita economica causata dall'innovazione tecnologica e dalla spesa pubblica sembrò offrire un progresso senza limiti.
Nella seconda metà degli anni '60 - sebbene emerse solo più tardi quando si rendono disponibili i dati statistici - i guadagni di produttività iniziarono a diminuire nella maggior parte dei comparti dell'industria manifatturiera nei paesi ad economia avanzata. Tuttavia, non solo aumentarono gli incrementi del salario reale, ma anche il costo per dotarsi del capitale fisso necessario (immobili e macchinari). La causa principale di tale dinamica deve essere ricercata nel modello fordista stesso e, in particolare, nei processi lavorativi e cioé nella crisi del coinvolgimento del lavoratore. La crisi di questi principi si rileva nel contesto di una relativa "piena occupazione" alla fine degli anni '60, da un'ondata di rivolte in tutto il mondo, o di micro conflitti nelle aziende e negli stabilimenti per opera dei lavoratori spogliati dal taylorismo della loro dignità e dello spirito di iniziativa .
La ragione fu più profonda del fatto che la scientifica organizzazione del lavoro propria del Taylorismo aveva portato alla rivolta dei lavoratori: le aziende separarono il personale non specializzato dal godimento dei guadagni di produttività. Da quando molti lavoratori furono formalmente esclusi dalla battaglia per la produttività e per i prodotti di qualità, un sempre maggiore numero di ingegneri e quadri intermedi specializzati si trovarono di fronte all'arduo compito di migliorare l'abilità collettiva; ma essi poterono unicamente aumentare la produttività dei lavoratori per mezzo di complessi e costosi investimenti in innovazioni e nuove procedure da loro progettate.
Dieci anni più tardi il fenomeno delle rivolte ha ormai portata generale e i tentativi degli imprenditori di far pagare ai lavoratori le conseguenze della crisi hanno dato origine a scioperi. Tuttavia verso la fine degli anni '70 in Europa e nel Nord America questi contrasti cessarono. Anche i priviliegiati - coloro i quali hanno mantenuto il loro lavoro - furono sopraffatti da una crescente ondata di disoccupazione. La paura di manodopera in esubero ristabilì così la disciplina nelle fabbriche.
Arriviamo dunque alla situazione attuale : i guadagni di produttività scomparsi, i costi d'investimento in costante aumento e i margini di profitto drasticamente ridotti. Il consolidamento del debito pubblico e la sfiducia nei sistemi misti hanno indotto molti paesi a ritornare ad un modello liberista, all'adozione di un sistema di assicurazioni sociali private e all'esclusione dello Stato dalla proprietà e dal controllo del sistema produttivo, nella speranza di renderlo più efficace ed efficiente.
Nella speranza di superare la crisi attuale, quindi, molti paesi si stanno avvicinando a modelli liberisti, riducendo sempre più l'intervento diretto da parte dello Stato nel sistema economico, sia dal punto di vista finanziario (mediante la privatizzazione) che sotto il profilo della deregolamentazione (deregulation).
L' Italia nel secondo dopoguerra
La storia d'Italia dal secondo dopoguerra ad oggi è emblematica, in quanto rappresenta il caso tipico di un paese occidentale ad economia mista che ha manifestato recentemente il desiderio di un ritorno al liberismo. Brevemente ne ripercorriamo le principali tappe.
Sistema economico e ricostruzione dello Stato sociale Negli anni '50 inizia in Italia un dibattito inerente il sistema economico da adottare : ad economia di mercato o ad economia mista. La scelta è caduta sul sistema ad economia mista (una scelta in parte ereditata dall'esperienza del ventennio fascista). L'economia mista è in sostanza un sistema intermedio tra quello liberista e quello a economia pianificata, cioé un sistema economico in cui lo Stato, pur non essendo proprietario di tutti i mezzi di produzione, agisce più o meno ampiamente nell'attività economica, sia mediante le politiche economiche, sia mediante le strategie delle imprese di sua proprietà.
Le cosiddette economie occidentali fino agli inizi degli anni '80, sono state tutte, sia pur con gradi diversi, sistemi ad economia mista. A questo ha contribuito non poco l'influenza delle teorie di Keynes, propugnatore della necessità di un massiccio intervento dello Stato al fine di garantire la piena occupazione. Prima di fare altre considerazioni, dobbiamo ricordarci che il grado di controllo pubblico dell'economia italiana (tramite enti pubblici, aziende autonome statali, aziende municipalizzate e holding di proprietà dello Stato), prima dell'inizio dell'attuale opera di privatizzazione, era pressapoco totale nei settori dell'energia elettrica, trasporti ferroviari e aerei, telecomunicazioni, idrocarburi, petrolchimici, di oltre l'80% nel settore bancario e con percentuali minori, ma sempre molto alte, nel settore siderurgico, cantieristico e meccanico.
Tale sistema era stato tema di discussioni politiche alla luce anche del problema delle "corruzioni facili", legate cioé al sistema di controllo pubblico dell'economia: infatti già subito dopo la fine del secondo conflitto, eminenti uomini politici, tra cui Sturzo, avevano difeso un modello di "Stato minimo" in quanto temevano che la corruzione, da norma limitata al reperimento di fondi per i partiti, si estendesse in tutta la società italiana e, in particolare, in tutto il sistema economico.
Il sistema che prevalse allora aveva la caratteristica di un capitalismo sia di Stato che di grandi famiglie.
Per quanto riguarda la realizzazione dello Stato sociale in Italia, era stata già fatta precedentemente e in maniera innovativa dal governo fascista. Successivamente la fine del conflitto, il sistema sociale in Italia è stato però ricostruito solo molto in ritardo rispetto alla Gran Bretagna e alla Francia. Questo ritardo è stato ampiamente compensato negli anni Settanta da una crescita frenetica delle servizi sociali, che si sono andati confusamente accumulando, e senza preoccuparsi delle conseguenze sul bilancio pubblico. L'effetto è stato la progressiva diffusione nel nostro sistema della filosofia della 'gratuità diffusa' delle prestazioni pubbliche. A questa diffusione della gratuità ha contribuito l'estensione della spesa senza la partecipazione al suo finanziamento da parte degli utenti dei servizi stessi. In questo modo i cittadini italiani hanno perso la percezione materiale del costo delle prestazioni di cui beneficiavano, con conseguente indebolimento della solidarietà autentica verso i bisognosi e del senso dello Stato. Il danno maggiore in questa direzione è stato fatto dalla riforma sanitaria, che privò gli utenti dei servizi sanitari della percezione diretta dei costi dei farmaci e delle cure mediche, favorendo così lo sperpero.
Con la riforma del 1978 si è dissolto il legame tra l'assicurato e l'ente erogatore. E infatti il cittadino che non intenda servirsi delle prestazioni non ha il diritto di non pagare la contribuzione. Si impose così a tutti gli Italiani di pagare un contributo.
La politica dei redditi e la crisi economica degli anni '70 Nel 1975 venne firmato l'accordo sul punto unico della contingenza. Questo accordo è stato una vera e propria sciagura in quanto istituì un meccanismo che per la sua stessa forza inerziale avrebbe portato tutte le retribuzioni, nel giro di pochi anni, verso il completo livellamento, verso un egualitarismo poco sensibile alla produttività realizzata dai diversi comparti e dalle diverse aziende. Questo sistema sembrava imporsi grazie alla complicità fra le forze della democrazia cristiana e quelle marxiste, uniti da tendenze assistenziali.
Il secondo effetto del punto unico di contingenza è stato quello di costituire una specie di riparo che rendeva i lavoratori dipendenti poco sensibili all'andamento del ciclo economico. I lavoratori dipendenti ebbero l'impressione che l'inflazione che stava distruggendo il sistema economico non toccasse il loro reddito.
In quegli anni, i consumi restarono sostanzialmente stabili, mentre per affrontare un deficit commerciale che era cresciuto in misura pari al 5% del Pil si sarebbe dovuto attuare una drastica politica fiscale e destinare risorse all'esportazione, sottraendole al consumo. Il punto unico di scala mobile rappresentava una difficoltà oggettiva al contributo dei lavoratori dipendenti al riequilibrio dei conti con l'estero. In queste condizioni l'aggiustamento veniva cercato con politiche monetarie che incidevano soltanto sul livello degli investimenti e con la drastica riduzione dei margini di profitto, il tutto accompagnato da un aumento senza precedenti dell'indebitamento bancario delle imprese. Le rigidità, che impedivano un aggiustamento dei costi e dei prezzi attraverso la modifica dei fattori interni, conduceva inesorabilmente a una spirale di deprezzamento del cambio. Anche quest'ultimo fenomeno, la svalutazione, non era vista con avversione da correnti culturali marxiste, ma soprattutto da taluni gruppi di centro che esercitavano una forte influenza sul sindacato.
Il dissesto dei conti pubblici Strettamente connessa al punto unico di contingenza è stata la legge del giugno 1975 che istituiva il duplice collegamento delle pensioni alla dinamica contrattuale del salario e al costo della vita. Questo provvedimento è stato un atto irresponsabile nei confronti delle generazioni future, le quali si troveranno nella condizione di produrre redditi per consumi del passato, e difficilmente disporranno di trattamenti pensionistici paragonabili a quelli del passato. Con quella legge si istituiva un meccanismo automatico di allargamento della massa pensionistica alla quale non rispondeva un equivalente ampiamento della massa contributiva. Una macchina per produrre deficit, e dunque per scaricare sui figli i consumi dei padri. Sostenendo tale politica i sindacati degli anni Settanta ebbero il potere di espellere i lavoratori delle generazioni future dal godimento di quelle protezioni sociali di cui la loro generazione potè fruire.
In fondo la concezione mutualistica e l'ugualitarismo salariale sono state il frutto di una medesima filosofia: gratuità totale, irresponsabilità del cittadino nel processo di accumulazione del capitale sociale, indifferenza alla produttività del proprio lavoro individuale. In questo processo di deresponsabilizzazione del cittadino italiano ha agito, come si è visto, la cultura marxista, ma anche la cultura dell'assistenzialismo, tipica dei trascorsi governi.
Una simile struttura del costo del lavoro ha intensificato tra gli imprenditori privati il desiderio di fuga, facendo cadere le aziende, ad una ad una, in mano pubblica. La legislazione degli anni successivi ha aggravato ulteriormente la situazione con la legge sulle finanze locali. Si mise così in piedi un sistema di centri di spese decentrati che non avevano il dovere di indicare i mezzi per far fronte a quelle spese. Questa legge porta un impronta comunista; il Pci infatti, lucidamente convinto di non poter arrivare al potere centrale, puntò su leggi che gli consentivano di dilatare la spesa dello Stato, ricevendone benefici in termini di consenso popolare senza patire dell'impopolarità derivante dalla ricerca di maggiori entrate.
In quegli anni si compì la costruzione di un sistema di leggi corrotto, che induceva alla cancellazione dei vincoli di solidarietà, all'appiattimento delle mansioni e allo sperpero delle risorse. Questa situazione drammatica è stata senza dubbio favorita dal venir meno di un ordine monetario internazionale che imponesse delle regole minime per far parte della Comunità degli Stati ad economia libera. Con la crisi petrolifera viene sconvolto il sistema produttivo italiano, anche perchè la classe dirigente che aveva governato il paese non aveva saputo trasferire nel sistema giuridico nazionale quei vincoli esterni che derivavano dalla partecipazione al Fondo Monetario e alla CEE.
Lo "Statuto dei Lavoratori" rappresenta la testimonianza maggiore di come fosse ormai attenuata la contrapposizione secca tra la Democrazia Cristiana e satelliti da una parte e sinistra dall'altra, e come si fosse ormai dato inizio ad un sistema consociativo che si manifestò in un insieme di vincoli all'impresa. Non è un caso che tra il 1969 e il 1970, in Germania si arriva al pieno impiego e molte imprese stabiliscono di costruire impianti all'estero. Lo fanno dappertutto, in Grecia, in Portogallo, Turchia, tutti paesi governati ancora da regimi più o meno vessatori. Non lo fanno nel Mezzogiorno d'Italia. E a quell'epoca i fenomeni di inquinamento mafioso della società non erano così visibili come oggi: ciò che non ha convinto gli imprenditori tedeschi è stato il timore di essere imbrigliati in una legislazione che non agevolasse lo sviluppo industriale. Per quanto riguarda la vulnerabilità del capitalismo italiano il problema centrale è il seguente: gli imprenditori italiani non hanno mai avuto il coraggio di affrontare la concorrenza internazionale, proteggendosi dietro le coltri delle commesse statali; alle richieste dei sindacati hanno sempre elargito a piene mani, per poi rifarsi sui prezzi, assumendo dunque mentalità e comportamenti inflazionistici. Infine, dopo aver ceduto così tanto da vedersi azzerati i margini di profitto e la capacità di autofinanziamento, quegli stessi imprenditori cercano di vendere le aziende al prezzo più alto possibile alla mano pubblica, che soccorre con grande disponibilità, nel timore che l'impatto occupazionale crei problemi elettorali.
La nuova politica dei redditi e il riequilibrio del bilancio dello Stato Una situazione del genere, in cui lo Stato si è visto costretto a soccorrere e assistere le imprese e a provvedere ad un generalizzato assistenzialismo, ha portato al collasso dei conti pubblici. Un debito pubblico molto superiore alla media di quello degli altri Stati ad economia avanzata, come è il caso dell'Italia, provoca una forma di schiavitù nei confronti dei paesi europei partner ed in particolare della Germania, che è il membro determinante delle condizioni monetarie dell'Europa. Un aumento dei tassi di interesse tedeschi implica un corrispondente aumento degli interessi che lo Stato italiano paga a chi detiene titoli pubblici. Questo succede per non indurre i risparmiatori italiani ed esteri ad acquistare titoli di Stato francesi e tedeschi, caratterizzati da rendimenti più interessanti. Al maggior onere di bilancio occorre far fronte con maggiori imposte o con minori spese.
Sono bastati l'interconnessione dei mercati finanziari e la liberalizzazione dei movimenti di capitale per cancellare dal nostro ordinamento la visione dirigista. Gli impegni economici e monetari accettati con la firma del Trattato di Maastricht e, precedentemente, con la firma dell'Atto Unico, sono incompatibili con l'idea stessa di programmazione economica. Ad essa si vengono a sostituire la politica dei redditi, la stabilità della moneta e il principio del pareggio di bilancio.
Con il regime imposto dal Sistema Monetario Europeo, il cambio fisso e la libertà dei movimenti di capitale hanno costretto le parti sociali ad adottare politiche di protezione della competitività delle imprese. Le soluzioni proposte sono state le seguenti: restituzione di flessibilità al mercato del lavoro; aggancio delle retribuzioni all'inflazione programmata; revisione dello Statuto dei Lavoratori. Per quanto riguarda le pensioni è stato necessario far capire a tutti che il sistema non è altro che un meccanismo di potere d'acquisto al quale non equivale un reddito presente.
Ultimi sviluppi Anche se gli ultimi interventi di politica economica sono stati a volte validi strumenti per migliorare i conti pubblici, la stabilità monetaria e l'equilibrio della bilancia dei pagamenti, essi sono però da interpretare come un'anticipazione di un ritorno al liberismo. E' sicuro che tale "riscoperta" non potrà dare risposte alla piaga della disoccupazione e ai divari tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno. La tendenza ad adottare un sistema liberomercantilistico è stata confermata dall'elezione di Silvio Berlusconi a Presidente del Consiglio nel 1994. Berlusconi in campagna elettorale assicurò una diminuzione della pressione fiscale e la creazione di un milione di posti di lavoro, in piena sintonia con la maggioranza degli italiani che chiedevano di conciliare il rispetto degli impegni di Maastricht con il rilancio della produzione e dell'occupazione interna. Il governo Berlusconi (come del resto quello presieduto da Dini) iniziò a discostarsi dall'europeismo germanizzante dei suoi predecessori seguendo il progetto di un liberismo stile angloamericano. Molti impedimenti però si sono frapposti a questa trasformazione: il più forte alleato di Berlusconi, Alleanza Nazionale, era un partito che allora, per ideologia, si sarebbe opposto a qualsiasi progetto di liberismo puro. Il governo Dini, dati i problemi di equilibri interni e quindi di maggioranza, ha dovuto scendere a compromessi con le forze della sinistra che lo sostenevano, e questo non gli ha consentito uno smembramento del Welfare State.
Per lattuale governo della coalizione "lUlivo", il modello tedesco dovrebbe essere di riferimento per buona parte delle politiche economiche e sociali del centrosinistra. Lopposizione però sostiene che il modello "Germania" non funziona più: la disoccupazione è a quattro milioni, il costo del lavoro è altissimo e spinge gli imprenditori ad investire fuori dal paese e la Bundesbank, simbolo della potenza economica della Nazione tedesca, ha oggi la missione di suicidarsi per lasciare posto alla costituenda banca centrale europea.
L'esame della fase attuale dell'economia italiana non sarebbe completo senza esaminare un'altra questione, relativa agli assetti di controllo dei grandi gruppi industriali e finanziari e la relativa penetrazione operata dai capitali stranieri. In qualche modo questa previsione di forte invasione straniera è stata confermata dalle recenti privatizzazioni. L'ingresso della Siemens (tedesca) nell'Italtel; la vendita della Nuova Pignone all'americana General Elecric; la presenza nel nucleo duro Comit di Paribas (Francia), Creditanstalt (Austria) e Bruxelles Lambert (Belgio); la cessione di parte della ex Sme a Nestlé (Svizzera); l'ingresso nel nucleo duro del Credito Italiano di Allianz-Ras (Germainia), Société Générale (Francia), Commercial Union (Gran Bretagna) : tutto ciò sta a provare che il processo delle privatizzazioni in Italia è stato finora estremamente aperto al capitale straniero.
In questo processo di dismissioni si ha l'impressione che Mediobanca stia favorendo la penetrazione tedesca e quella francese (due paesi i cui grandi gruppi finanziari e industriali hanno già una presenza assai diffusa in Italia). Del resto, se si allontana per un attimo l'attenzione dalle privatizzazioni, è significativo che il più grande Gruppo privato italiano, il Gruppo Fiat, abbia fatto entrare nell'azionariato di controllo la tedesca Deutsche Bank e la francese Alcatel, sempre con l'appoggio di Mediobanca.
E' interessante notare che la colonizzazione dell'industria italiana ad opera dei capitali francesi e tedeschi si sia scontrata recentemente con una strategia opposta: quella che aveva dato battaglia per impostare le dismissioni secondo il modello angloamericano: public company, azionariato diffuso, capitalismo popolare.
A tale proposito, un confronto interessante si giocherà sulla vendita della Telecom Italia; si tratta dell'avvenire delle telecomunicazioni italiane, settore più che mai vitale nell'era del "villaggio globale" e della multimedialità. Mediobanca appoggia un nucleo duro franco-italiano (Alcatel-Pirelli) che ci inserirebbe nella logica delle alleanze europee. Un'alternativa possibile è la privatizzazione modello public company, seguita da alleanze con qualche colosso delle telecomunicazioni americane.
Introduzione
Da quando il capitalismo ha chiaramente dimostrato la propria incapacità di rispondere alle esigenze di uno sviluppo mondiale equilibrato ed ha raggiunto una crisi in termini di crescita e occupazione, si è guardato all'Unione Europea con nuova speranza. In quei settori dove il socialismo di Stato e il liberismo hanno fallito, un nuovo indirizzo dei dodici, che superasse il compromesso liberalista del mercato unico del '93 e del Trattato di Maastricht, potrebbe dare una risposta. L'UE dovrebbe elaborare e adottare un modello di autorità sovranazionale caratterizzato dalla pacificazione e dal superamento dei conflitti tra le parti sociali, da strette relazioni tra amministrazione pubblica, enti di ricerca e industria, da un forte sistema di solidarietà sociale, da un nuovo sistema di sviluppo industriale e dalla valorizzazione dell'attività dei lavoratori per mezzo della scelta "partecipativa".
Ma la realtà di questi giorni è tutt'altra: gli Stati membri sono interessati a tornare ad un'Europa liberomercantilistica, più simile ad un'area di libero scambio piuttosto che ad un'unione economica. Questo capitolo è dedicato all'analisi dell'Europa, dalla filosofia del Trattato di Roma fino alla firma del Trattato dell'Unione.
La paralisi della CEE
Il Mercato Unico è stato creato nel 1958, consentendo, fino al 1973, un notevole sviluppo a favore dei paesi membri. Dal 1980, però ebbe inizio il ridimensionamento della crescita del Pil e del livello degli investimenti: nella crescita e nell'occupazione i paesi della Comunità Economica Europea (CEE) restarono indietro rispetto agli altri paesi appartenenti all'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) quali, in particolare, il Giappone e gli Stati Uniti.
Il tasso di sviluppo tra il 1980 e l'inizio del 1988 era stato dell'8% nella CEE contro il 30% nel Giappone e il 20% negli Stati Uniti. La disoccupazione nei paesi della CEE si era stabilizzata intorno al 10% - due volte più alta che negli Stati Uniti e quattro volte rispetto al Giappone. Non esisteva un'europaralisi, ma solo una paralisi del mercato comune. La CEE aveva iniziato a manifestare la mancanza di regole interne.
Il Trattato di Roma non stabilì chiari meccanismi per assicurare un'equilibrata crescita degli scambi intracomunitari senza provocare squilibri nella bilancia commerciale. Una più rapida crescita del potere di acquisto in un paese rispetto ad un altro ha dato luogo a frequenti deficit della bilancia commerciale dato che variazioni del potere d'acquisto e dei costi di produzione provocano in tali paesi variazioni di segno opposto della capacità competitiva. Il principio di abbattere le frontiere e di aumentare progressivamente l'integrazione economica, ha indebolito la bilancia dei pagamenti di molti paese membri, in particolare quella dei paesi meno competitivi e con un tasso di crescita superiore alla media comunitaria. Per ovviare a questi inconvenienti, i paesi aderenti alla CEE hanno utilizzato negli anni '70 le seguenti politiche :
- aumentare la competitività attraverso la svalutazione;
- tenere barriere doganali non tariffarie, esempio le norme tecniche;
- rallentare la loro propria crescita volontariamente.
L'Atto Unico ha negato la possibilità di utilizzare le barriere non tariffarie dopo il 1° gennaio 1993 .Questa possibilità è stata negata:
a) imponendo gare di appalto aperte a tutti i paesi membri, privando così i governi di uno strumento di politica industriale nazionale; b) eliminando le rimanenti restrizioni amministrative sulle importazioni attraverso il reciproco riconoscimento delle normative nazionali;
c) per ultimo armonizzando l'IVA, mettendo così fine al regime di tassi nazionali diversi e incompatibili tra di loro.
Le svalutazioni competitive, invece, sono di difficile attuazione; il sistema monetario europeo infatti proibisce ai paesi di svalutare senza l'accordo dei suoi partner e particolarmente della Germania.
Ciascun paese, per correggere la propria bilancia commerciale, ha come unica possibilità quella di ridurre volontariamente la propria crescita, riducendo ulteriormente i propri costi attraverso livelli salariali più bassi, un minore livello di protezione sociale e un livello minore di spesa pubblica. Il risultato è un'ulteriore diminuzione nella domanda interna e un aumento della disoccupazione, aumento che colpirebbe particolarmente i paesi meno ricchi o quelli che si stanno espandendo demograficamente - i paesi del Sud, Irlanda e anche Italia e Francia. Il risultato è stato che l'Atto Unico, promosso da Jacques Delors per eliminare i rimanenti ostacoli al mercato unico ed estendere il commercio competitivo senza provvedere ad instaurare dei provvedimenti di meccanismi comuni socio-economici, ha soltanto aggravato il problema. Il mercato comune è diventato così un'area di libero scambio senza una comune politica sociale.
Non si può costruire l'Europa senza un'intesa sociale comune. I datori di lavoro tedeschi hanno concesso nel corso degli anni un ampia legislazione sociale, e questo ha portato il sistema economico tedesco a ricercare virtuosi guadagni di produttività, piuttosto che facili soluzioni di peggioramento sociale. Ma questo avanzato sistema di legislazione e consenso sociale che ha dato alla Germania la sua forza, può essere messo in crisi se deve competere direttamente con un sistema socialmente meno protetto. Non sorprende che la Germania è stata la prima ha imporre le clausole sociali sul sistema di libero scambio. Il mercato unico senza un'Europa sociale è inaccettabile e condanna le nazioni all'avanguardia nella battaglia per la giustizia sociale.
Con l'unione monetaria quasi certamente si avrà una drastica riduzione degli squilibri nella bilancia commerciali degli Stati membri in quanto con l'unione stessa finiranno del tutto le svalutazioni competitive. Ma è proprio sul tema dell'unione monetaria che il dibattito si è surriscaldato. Il controllo pubblico dei crediti, aprendone e chiudendone il flusso, è il metodo più diretto della regolazione dell'equilibrio sociale: fissare il tasso d'interesse o l'offerta di moneta, determina il livello di tensione sociale o di soddisfazione espressa dai cittadini. L'unione monetaria significa una palese consegna di sovranità alla futura banca centrale europea, è un'affermazione di sovranità politica che dovrebbe essere soggetta ad un controllo democratico. L'era dell'Europa degli euroburocrati sta per concludersi. Inoltre se sono da considerarsi prioritari gli obiettivi sociali, la politica di sicurezza e i vincoli ecologici sulle attività economica, allora questo implica un'unione socio-politica e non soltanto economica-monetaria.
L'Unione Europea
Nel Trattato di Maastricht, solennemente sottoscritto il 7 febbraio 1992, confluiscono differenti ideali e compromessi uniti dal comune obiettivo di consolidare l'unità in Europa, impostando l'UE stessa secondo il principio federalista minimalista, ossia secondo il principio che ogni Stato membro conserva la propria identità, ma ammette di restringere la sovranità nazionale nei campi della difesa e della moneta.
Il Trattato negli intenti doveva prescrivere norme più vincolanti anche nel campo politico e sociale.
Il progetto, che trovò il suo momento culminante nel dicembre 1991 durante il Consiglio Europeo di Maastricht, venne alla luce in una fase storica nella quale la realizzazione del Mercato Unico aveva in parte detronizzato la sovranità degli Stati membri nel campo economico. L'unione economica e monetaria, invece, rappresenta un momento di recupero in una sede "federale" della sovranità monetaria perduta con la liberalizzazione valutaria.
Nel trattato di Unione Europea sono confluiti molti dei problemi di cinquant'anni di storia europea. Se l'Europa non realizzerà questo progetto la prospettiva è quella di un repentino ritorno agli anni Trenta: rapporti economici tra gli Stati caratterizzati da svalutazioni competitive, che verranno inevitabilmente intese come aggressioni da parte del paese con moneta più forte, e che prima o poi troveranno risposta in ritorsioni di carattere commerciale. Se l'Unione Europea non verrà completata entro il Duemila, vale a dire mentre è ancora in vita quella parte della popolazione europea in grado di ricordare gli orrori della seconda guerra mondiale, e persone come Francois Mitterrand e Helmut Kohl ancora governano, temo che il progetto possa fallire. Se le politiche economiche e sociali dei Dodici non diventeranno un'unica politica e se non si procederà verso la moneta unica, il Mercato Unico non reggerà a lungo nella confusione monetaria : un'area di libero scambio con finalità puramente mercantilistica, non ha il prestigio e la forza di imporsi come un ordinamento meritevole di essere salvaguardato a qualsiasi condizione. Il ritorno ai nazionalismi sarebbe inevitabile, e già se ne vedono oggi i sintomi.
Senza una valuta unica, difficilmente una comunità di paesi potrebbe resistere a lungo. Se non si insiste sulla strada che porta all'unione monetaria, ma sopratutto all'unione politica, l'Europa perderà le conquiste che ha fatto fino ad oggi.
A cose fatte il Trattato di Maastricht segna però il ritorno ad una visione, con poche eccezioni, fortemente liberista e l'abbandono dell'economia mista, dimenticandosi che la scelta di adottare un sistema ad economia mista è stata fatta in Europa occidentale negli anni '50 con l'intenzione di intraprendere una politica di sviluppo armonioso e di giustizia sociale. L'Unione Europea, invece, implica la concezione dello "Stato minimo", la riduzione della presenza dello Stato nel sistema del credito e dell'industria, l'abolizione delle normative che stabiliscono tariffe.
Di positivo l'Unione Europea rappresenta una via alternativa alla soluzione di problemi che molti paesi membri, come ad esempio l'Italia, non sono in grado di risolvere per le vie ordinarie. La firma del Trattato ha difatti implicato per l'Italia il ripudio del principio della gratuità diffusa (con la conseguente riforma della sanità e del sistema previdenziale), la riduzione di privilegi, la ridefinizione delle modalità dell'autonomia impositiva per gli enti locali, l'abolizione della scala mobile, l'abbandono di comportamenti inflazionistici non soltanto da parte dei lavoratori, ma anche da parte dei produttori di servizi.
L'unione monetaria
La teoria economica non dà una risposta unica e certa sugli effetti distributivi di un'unione monetaria su un'area geografica nella quale coesistono economie con caratteristiche diverse e con ordinamenti giuridici lontani tra loro. Esistono però anche valide voci che sostengono la tesi opposta: ovvero che l'unione monetaria è essa stessa il più potente degli strumenti di convergenza economica. Ne deriverebbe la considerazione che per giungere ad un'Europa integrata nell'economia e negli ordinamenti sarebbe preferibile adottare da subito una moneta unica.
Il Trattato di Maastricht mira alla costituzione di un'Europa nella quale coesistano libertà di movimento delle persone, delle merci, dei capitali, rapporti di cambi fissi tra le monete nazionali e da ultimo la creazione di una sola moneta e di una banca centrale europea nella quale confluiscano i poteri attualmente esercitati solo "ufficialmente" dalle Banche centrali nazionali (in quanto, in realtà, attualmente è la Deutsche Bundesbank che ha in mano le redini della politica monetaria europea).
Dall'osservazione della crisi valutaria del 1992 che ha portato all'espulsione della lira e della sterlina dallo SME e a squilibri di minor entità propagati alle altre monete e non ancora sopiti, il premio Nobel Friedman e i suoi seguaci hanno preso spunto per riaffermare le loro convinzioni secondo cui, prima o poi, gli esperimenti di cambi fissi sono destinati all'insuccesso.
I principi ai quali si ispira il Trattato di Maastricht non contraddicono affatto l'affermazione di Friedman, ma anzi ne recepiscono la logica: il Trattato stabilisce che gli Stati membri accettino limitazioni della sovranità in materia di politica di bilancio e di politica monetaria. Il regime dei cambi fissi è destinato all'insuccesso nei momenti di gravi difficoltà congiunturali, quando gli attori principali di tale accordo sono Stati nazionali con propria sovranità e competenza nel campo della politica monetaria. Ma nel caso dell'unione monetaria stabilita dal Trattato dell'Unione la questione è diversa, in quanto a più centri di sovranità monetaria si sostituirà una banca centrale unica con facoltà di emettere base monetaria e con poteri nel campo della politica monetaria e del controllo creditizio.
Gli Stati membri possono accedere alla fase conclusiva del processo di costruzione dell'unione monetaria, quando in materia di finanza pubblica rispettano i limiti posti dell'articolo 104 C e in particolare:
a) rapporto non superiore al 3% fra disavanzo pubblico corrente e prodotto interno lordo;
b) rapporto non superiore al 60% fra debito pubblico consolidato e prodotto interno lordo.
Per quanto riguarda il nostro paese, la presenza di un vincolo giuridico internazionale sta avendo una funzione positiva in quanto ha imposto degli obblighi da rispettare nella gestione dei conti dello Stato, condizione necessaria per accedere alla fase finale dell'unione monetaria. Senza questo obbligo difficilmente la nostra passata classe politica avrebbe mutato indirizzo.
La crisi valutaria nei mercati europei
Nel paragrafo precedente ho accennato alla crisi valutaria del '92. Il cammino verso l'unione monetaria ha subito un brusco arresto nel corso dell'estate '92, allorquando sulla lira e sulla sterlina, partendo da Londra, cominciarono ad abbattersi vendite così impetuose che, in nemmeno un mese, constrinsero entrambe le monete ad uscire dagli accordi di cambio dello SME (fine agosto '92). Ma analizziamo la dinamica di questa crisi partendo dall'inizio del 1992.
In Italia tra tra il febbraio e l'aprile del 1992, si sono verificate forti fuoriuscite di capitali privati, senza però che queste avessero delle conseguenze sui mercati, grazie al fatto che nello stesso periodo le banche hanno continuato ad importare capitali, indebitandosi in valuta. Fra luglio e settembre si è manifestata una crisi di sfiducia che ha coinvolto sia i depositi bancari che i titoli di Stato. Vi hanno concorso diverse circostanze: l'imposta straordinaria sui depositi bancari ha amplificato le voci circa una possibile estensione dell'imposta suddetta ai titoli di Stato, e tale convinzione è stata alimentata nuovamente dalla ripresentazione da parte delle organizzazioni sindacali dei consueti progetti di tassazione degli interessi prodotti dai titoli pubblici, dalla tassazione dei "capital gain", da ultimo dalla proposta di ricorrere a un prestito forzoso. Il concorrere di queste circostanze ha indotto ad effettuare ritiri ingenti di depositi bancari e vendite di titoli di Stato.
Fortunatamente, gli incitamenti del partito dei Leghisti lombardi a boicottare la sottoscrizione di titoli di Stato ed a investire piuttosto in titoli esteri, pur suscitando proteste vigorose, non hanno inciso profondamente sui comportamenti dei risparmiatori.
Tutto ciò accadeva mentre nei mercati finanziari internazionali si diffondeva la convinzione che prima o poi la lira italiana e la sterlina sarebbero state svalutate.
La quantità di mezzi finanziari che i mercati possono spostare da un punto all'altro supera largamente la quantità dei depositi in valuta a disposizione delle banche centrali per contrastare ondate speculative, nelle quali concorrono le decisioni prese da milioni di risparmiatori che possiedono strumenti finanziari facilmente convertibili in moneta.
Quindi la quantità di mezzi finanziari che attraverso i mercati può essere ridotta allo stato liquido è di consistenza notevolmente superiore alle possibilità delle autorità monetarie di contenere gli effetti di decisioni assunte in massa.
Quando uno Stato concede ai propri cittadini la possibilità di
impiegare i risparmi in titoli esteri e non solo in quelli che esso emette, le autorità
monetarie si devono impegnare a condurre una politica finanziaria che possa competere con
quella dello Stato meglio amministrato. Non dobbiamo pensare però che gli Stati meglio
governati si possano permettere di rimborsare il debito pubblico nella sua interezza in
qualsiasi momento: conducono invece una politica in grado di di mantenere tra debito
pubblico e Pil la giusta proporzione, in grado cioé di permettere al singolo
risparmiatore di convertire i titoli pubblici in suo possesso in moneta semplicemente
cedendoli al mercato.
Pure in presenza di queste minacce, né la Gran Bretagna, né l'Italia, né la Francia
fecero l'errore di restringere i movimenti di capitale.
L'origine della crisi valutaria va anche ricercata nei risultati del referendum danese, un
imprevisto che ha infranto la certezza del percorso verso la moneta unica, alla quale i
mercati finanziari si erano ormai rassegnati. La crisi investì per prima l'Italia in
quanto le crepe aperte nel corso dell'ultimo anno nella finanza pubblica rendevano
evidente la difficoltà di resistere con un livello di cambio fisso da circa tre anni.
Tuttavia la crisi, a partire dal rialzo dei tassi d'interesse tedeschi di metà luglio,
assunse dimensioni che investirono tutto il Sistema, e non riguardavano più solo il
nostro paese.
La colpa di una crisi così grave è dovuta alla limitata lungimiranza dei responsabili della Deutsche Bundesbank. L'11 settembre 1992 la Bundesbank ha dichiarato al governo italiano la propria indisponibilità al perseverare nel sostegno della lira, previsto dal trattato istitutivo dello SME nella forma di sostegno a breve termine. Così agendo, la Bundesbank, non solo ha provocato il momentaneo fallimento dello SME, assumendosene tutte le responsabilità, ma ha anche inferto un severo colpo ai risparmiatori di tutta l'Europa, creando così la sfiducia dei depositanti nei confronti di tutti i mercati europei e provocando così una crisi di natura non strettamente economica.
Facendo venir meno il suo sostegno, la Bundesbank ha dichiarato implicitamente la propria indisponibilità a ragionare in termini di sistema e a giocare il ruolo, anche se provvisorio e temporaneo, di banca centrale europea. La Bundesbank ha così fornito ai mercati la certezza che lo SME nascondeva una crepa nelle sua fondamenta : si è inferto così un colpo mortale alla credibilità dello SME. Non so dire se si tratti di miopia o di una mossa studiata per fare fallire il progetto di Unione monetaria e imboccare così la strada dell'egemonia tedesca.
Le asserzioni sostenute da Francoforte per giustificare la cessazione del sostegno consistevano nella dichiarazione che l'emissione di liquidità occorrente per l'acquisto di lire aveva raggiunto grandezze tali da influire pesantemente sulla crescita della massa monetaria interna, vanificando in tal modo gli obiettivi antinflazionistici che rappresentano il perno dell'azione della Bundesbank. Anche se la giustificazione presentata da Francoforte è corretta, è altrettanto plausibile che una discreta aliquota del maggiore ampiamento della massa monetaria sia dovuta all'incremento nelle banche tedesche di depositi sottoscritti da risparmiatori italiani. In questo caso non si può allora parlare di pericolo inflazionistico : mentre è chiaro che un marco depositato in una banca di Berlino da un cittadino tedesco è pronto per essere speso, un marco depositato in una banca tedesca a Monaco da parte di un cittadino italiano rappresenta un investimento in valuta e non un semplice conto corrente in deposito pronto per essere speso.
Nuovi scenari
L'arrivo dell'Europa orientale sulla scena delle democrazie europee ha comportato dei cambiamenti negli equilibri geopolitici. Un effetto positivo consiste nel fatto che la Germania federale, congiungendosi alla parte orientale, è destinata a diventare ancor di più la forza trainante dell'Europa.
A medio termine la situazione sarà molto più complessa in quanto al problema legato all'emergere di nuovi equilibri nell'Europa centrale, si aggiungeranno i rapporti fra l'UE e le altre aree geopolitiche in Europa. Esaminiamo per prima l'area dell'EFTA ( Svizzera, Austria e Scandinavia). I paesi appartenenti a questa associazione sono stati sempre ricchi e avanzati socialmente quanto la Germania federale. Questi paesi hanno chiesto e ottenuto il libero accesso ai mercati dell'UE, in quanto temevano eventuali politiche protezionistiche della nuova dimensione del mercato unico europeo. La recente ammissione nell'UE dei paesi dell'EFTA (ad eccezione della Svizzera e della Norvegia) ha rafforzato il partito dei sostenitori di un'Europa sociale.
La seconda area è quella del sud del mediterraneo - i paesi sottosviluppati degli accordi preferenziali, dal Marocco alla Turchia. Già interessati dall'accesso privilegiato nei mercati del Nord Europa competono attualmente con i paesi periferici dell'UE (Mezzogiorno d'Italia, Spagna, Portogallo e Grecia) e stanno tentando di associarsi più strettamente con l'Unione. Questi paesi sarebbero i grandi sconfitti di un'eventuale incursione dell'Europa orientale che è etnicamente più "vicina" ai paesi dell'UE. Molti paesi del Sud del Mediterraneo versano in gravi crisi economiche e sociali (particolarmente Algeria e Egitto), rese ancor più critiche dalla crescente esplosione demografica. L'irresistibile ascesa del fondamentalismo islamico in questi paesi è il segno del fallimento della politica estera e produttivista degli Stati occidentali. La Commissione Europea consapevole di questa situazione esplosiva ha proposto allora di raddoppiare gli aiuti finanziari che, allo stato attuale, sono ancora irrisori. Questo rinnovato interessamento per i paesi islamici rappresenta emblematicamente un sintomo dell'emergere di una nuova "frontiera ostile" sul fianco sud dell'Europa.
Oltre i mari e a sud del Sahara ci sono i paesi ACP (Africa, Caraibi e Pacifico) con i quali nel dicembre '89 è stato firmato il rinnovo dell'accordo di Lomè.
I paesi dell'Europa orientale, che formano la quarta area, sono divisi in tre categorie. In una prima categoria si trovano la Repubblica Ceca e l'ex DDR con un reddito pro capite vicino a quello della Spagna. Il problema di questi paesi è rappresentato dalla mancanza di consenso interno e dalla perdita del loro patrimonio industriale e culturale. Il secondo gruppo comprende la Polonia e l'Ungheria con un reddito pro capite simile a quello della Corea del Sud. Questi paesi sono oppressi dal debito e paralizzati dall'inflazione. Nel terzo gruppo troviamo i paesi più poveri dell'Europa orientale quali la Romania , la Bulgaria, la maggior parte della precedente Yugoslavia e l'Albania.
La proposta neoliberalista inglese sull'allargamento dell'Unione
Le recenti proposte inglesi vorrebbero estendere all'Europa orientale l'area di libero scambio tentando di bloccare i tentativi della Commissione Europea di indirizzare l'Unione verso una concreta politica sociale. L'ipotetico sviluppo di un Europa a due velocità nelle questioni sociali lascerebbe inoltre Grecia, Portogallo e Mezzogiorno al loro destino. Una vasta zona dell'Europa orientale a basso costo di manodopera verrebbe aperta alle industrie ad alta intensità di lavoro, sottoposte però al controllo tecnico e finanziario dell'Europa nord-occidentale (grazie anche agli incentivi messi a disposizione di chi investe nell'Est). Questa prospettiva offrirebbe inoltre alla Germania l'occasione per influenzare lo sviluppo del Centro Europa: nel giro di pochi anni di collaborazione economica con i paesi dell'Est, la Germania occidentale, con l'aiuto dell'Austria, potrebbe impiegare la manodopera qualificata della Germania orientale e in seguito anche quella degli altri paesi dell'ex patto di Varsavia, risolvendo così il problema della disoccupazione negli ex Stati comunisti. La Repubblica Ceca e la Slovenia potrebbero prendere il posto che ha avuto la Spagna prima dell'ammissione alla CEE, e cioé un'economia basata sulle industrie pesanti, mentre l'Ungheria e la Polonia diverrebbero specializzate nell'industrie di assemblamento.
Ma la possibilità di ammettere nell'UE tutti gli Stati dell'ex Patto di Varsavia è irrealistica, in quanto l'Europa occidentale non accetterebbe un peggioramento del proprio tenore di vita e un drastico cambiamento degli equilibri politici. Un eventuale compromesso potrebbe essere rappresentato dalla creazione di una nuova frontiera nell'Europa includendo la Transilvania, la Slovenia e le Repubbliche Baltiche, ma non il Kosovo, l'Albania e certamente non le Repubbliche mussulmane ex sovietiche. L'opposizione all'ammissione nell'UE di questi paesi che ho appena citato, è anche dovuta al rifiuto del mondo mussulmano che ha abbracciato il fondamentalismo. Ma, senza sconfinare nella fantapolitica, il "razzismo" risulterebbe evidente anche all'interno dell'Europa: le regioni ricche del Nord contro le povere del Sud, gli Europei dell'etnia latina e tedesca contro i loro fratelli slavi dell'Est. L'Europa del Nord-Ovest diverrebbe più che mai un club di persone ricche barricate contro la minaccia demografica e religiosa dei paesi del Sud.
La crisi prematura dell'Unione Europea
La fine dell'impero sovietico avvenuta nel 1991 avrebbe potuto accelerare il processo di unione tra i paesi dell'Europa occidentale. Tuttavia la prevedibile crisi dell'UE è diventata chiara nel 1989, quasi indipendentemente dagli eventi dell'est. Un mercato unico per capitali e beni senza una politica comune fiscale, sociale ed ecologica può provocare una competizione negativa, in cui ognuno resterebbe con la necessità di portare la propria bilancia commerciale in pareggio.
Molto più seria è stata la capitolazione circa l'Europa sociale. Nel settembre 1989, la Commissione Europea propose un'inutile e poco originale Carta Sociale: questa rappresenta una sintesi di tutto ciò che i lavoratori dipendenti hanno raggiunto in Europa, includendo il diritto ad un salario minimo, la graduale armonizzazione del sistema di protezione sociale al livello più alto e la partecipazione dei lavoratori all'organizzazione del lavoro.
Nel dicembre 1991, a Maastricht, i dodici Capi di Stato hanno trovato un'accordo su come dovesse essere strutturata l'Unione Europea. Tuttavia l'accordo non si indirizzò ai problemi reali. Non c'e stato un serio movimento verso il controllo democratico da parte del Parlamento; al contrario si sono legittimati il coordinamento e il potere legislativo sotto i poteri governativi nazionali. Nell'accordo furono sacrificate le politiche sociali e quelle ecologiche. In un primo referendum, nel giugno 1992, la Danimarca, il paese più avanzato per quanto riguarda le tematiche sociali e la salvaguardia dell'ambiente, rifiutò l'accordo di Maastricht, dando origine ad una crisi d'identità dell'Unione stessa che continua a manifestarsi ancora oggi.
Precedentemente, con la firma dell'Atto Unico, i Capi di Stato della CEE hanno creato l'Europa dei commercianti e dei capitali, pensando che il resto sarebbe seguito da solo (come l'Europa unificata politicamente). Ma adesso appare lo spettro di una zona di libero scambio allargata non sottomessa ad un ordinamento sovranazionale politico e sociale.
In sostanza, se non avverrà subito un nuovo cambiamento politico, l'Europa sarà unificata (e penso neanche in maniera duratura) per interesse dei capitali e per permettere ai capitali stessi di evitare il controllo nazionale.
Non si può quindi affermare che quest' Europa rappresenti tutti i cittadini europei: è invece assoggettata ad un controllo finanziario che viene da Bonn. E con molta probabilità l'unione monetaria confermerà tutto il potere sulle questioni monetarie alla Bundesbank, sempre che l'attività della futura banca centrale europea non sarà sottoposta alla vigilanza e al controllo democratico del Parlamento Europeo.
P AR T E S E C O N D A
Introduzione
La crisi dell'attuale sistema economico rende necessaria l'alternativa: economia sociale e non semplice mercato. Il paradosso tra i due termini è solo apparente. Certo non si tratta di rifiutare il progresso tecnico e i benefici dovuti alla libera competizione tra imprese, ma di rifiutare la "competizione" come valore in sé.
La risposta alternativa alla crisi del sistema consumistico è quindi la seguente:
· trasformazione delle relazioni di lavoro, cosicché quelli che producono abbiano un maggiore controllo sulle loro attività;
· riduzione della quota di tempo devoluta alle attività lavorative;
· scelta sistematica di tecnologie più ecologiche (che comporti il minor spreco di risorse naturali), massimo utilizzo delle tecniche di riciclo e riutilizzo di aree industriali e urbane abbandonate;
· minor gerarchia e contrasti tra classi produttive nelle relazioni sociali;
· a livello nazionale, nuove forme di solidarietà nella società, che superino l'approccio monetario e assistenziale sostituendolo con sovvenzioni per l'avvio di attività imprenditoriali con un'utilità sociale condivisa (riforma dello sviluppo regionale secondo il modello del potenziale endogeno regionale);
· maggiore impegno nella politica di cooperazione a favore dei paesi in via di sviluppo. Questo significa una parziale cancellazione dei debiti contratti e almeno il raddoppio dei fondi devoluti dai paesi occidentali a favore del terzo mondo.
E' chiaro però che un maggiore impegno nella politica di cooperazione comporterà un ulteriore onere per i paesi, in quanto darà origine ad una riallocazione delle risorse interne (storno parziale di fondi destinati ai bisogni interni).
La trasformazione delle relazioni di lavoro
Al centro delle difficoltà nella società capitalistica c'è la crisi del processo del lavoro: è la crisi del taylorismo portata all'estrema conseguenza, la crisi della paradossale "non coinvolgimento del lavoratore" alle scelte aziendali dettate dal vertice. Sorge la necessità di sviluppare nuovi modelli d'intesa.
Il lavoro deve tornare ad avere il ruolo centrale nel processo produttivo, superando l'interpretazione neoclassica che vedeva il lavoro come il semplice fattore produttivo "forza lavoro". Anzi, nel progetto dell'economia sociale di mercato tutti i mezzi e i fattori produttivi, compreso il capitale, devono essere al servizio del lavoro. Autorevoli studiosi e imprenditori hanno provato a dare una soluzione alle problematiche del coinvolgimento dei lavoratori. I Giapponesi, ad esempio, hanno autorevolmente sostenuto che le loro forme di organizzazione del lavoro sono superiori : i circoli di qualità. Questi "circoli" hanno la capacità di mobilitare e indirizzare i lavoratori verso un miglioramento della produttività, coinvolgendoli in tempo reale nella gestione, nel monitoraggio e nel miglioramento dei processi aziendali.
Negli Stati Uniti gli esperti di sviluppo delle organizzazioni aziendali hanno promosso il metodo dell' "empowerment", letteralmente "responsabilizzazione", cioé un metodo che ha come obiettivo quello di creare un ambiente di lavoro responsabilizzato, in cui ogni dipendente dovrebbe prendere direttamente le decisioni più opportune per il lavoro che esegue. Di tutti questi metodi le principali caratteristiche sono lo spirito di collaborazione e il lavoro in "team".
In Svezia, un paese che ha sempre tutelato gli interessi particolari dei lavoratori e dove le donne rivestono un ruolo di primo piano nella vita economica e sociale, lo stabilimento della Volvo a Kalmar ha dimostrato che esiste la possibilità di avviare un nuovo dialogo con i lavoratori, proprio nello stabilimento. Questo compromesso, denominato 'il compromesso Kalmariano' è stato successivamente esteso in Svezia ad altre realtà. Il modello Kalmariano è l'erede della tradizione socialdemocratica dei paesi scandinavi. Ciò che è negoziato collettivamente tra i sindacati e l'azienda è niente meno che l'impegno e la responsabilità degli operai a coinvolgersi e mettere a disposizione la loro abilità ed esperienza, non solo nelle singoli fasi della loro mansione specifica, ma anche nell'organizzazione dell'attività dei reparti (es. turni e organizzazione del lavoro), attività che Taylor riservava esclusivamente ai dirigenti e ai funzionari che si occupavano di personale e organizzazione.
L'ultima teoria a cui accennerò in questo capitolo è quella proposta dall'economista Weitzman di cui in questi ultimi anni si continua con sempre più esistenza a parlare: la "share economy". Weitzman sostiene infatti che "l'economia della partecipazione" è l'unica maniera efficace per sconfiggere la staginflazione. In realtà la teoria della "share economy" rappresenta l'ultimo tentativo per salvare il sistema capitalistico dalla sua fine imminente. La teoria di Weitzman presenta differenze sostanziali rispetto alle proposte di Keynes. In particolare Weitzman ritiene che per diminuire la disoccupazione, sia necessario agire sul costo del lavoro anziché sulla domanda aggregata. La sua proposta consiste in una modifica del sistema retributivo generalmente vigente nelle economie capitalistiche : la sostituzione della retribuzione del lavoro (salario monetario dato nel breve periodo), con una retribuzione ancorata, completamente o in parte, ad un indice dei risultati d'impresa, ad esempio il profitto o la produttività per occupato.
La forma di mercato presa in considerazione da Weitzman è quella della concorrenza monopolistica. Nella concorrenza monopolistica un'impresa massimizza i profitti, producendo la quantità in corrispondenza della quale, ricavo marginale e costo marginale si eguagliano. La presenza di costi di lavoro fissi comporta a parità di tutti gli altri fattori a disposizione dell'impresa, un impiego di lavoro pari al livello in cui il valore del prodotto marginale del lavoro sia uguale al salario. Il principio della massimizzazione dei profitti fissa così rigidamente il numero di lavoratori che ciascuna impresa impiega e, ove il salario fosse superiore al livello di equilibrio macroeconomico di lungo periodo, si verificherebbe una disoccupazione nel sistema.
Consideriamo il caso in cui il salario sia fissato ad un livello
soddisfacente, un aumento della domanda aggregata comporta quindi un aumento di
occupazione sino al punto in cui il salario sia uguale al prodotto marginale del lavoro.
Da questo livello in poi un'ulteriore richiesta dal mercato potrebbe essere soddisfatta
solo con un aumento del prezzo del bene in questione. Il modello proposto da Weitzman
consentirebbe nel far fronte ad un aumento di domanda oltre al punto di equilibrio senza
causare un aumento dei prezzi, imponendo, però, l'onere della stabilità dei prezzi ai
soli lavoratori e salvaguardando così il livello dei profitti.
Mi sembra che sia stata affrettata la scelta di appellare tale teoria con il nome di
"share economy" in quanto manca proprio una riflessione sulla posizione del
lavoratore nei confronti dell'organizzazione in cui opera, in termini di responsabilità e
diritti. In effetti il contenuto della proposta di Weitzman si riduce all'instaurazione di
un regime caratterizzato da un legame inverso tra paga e occupazione.
Il tentativo comune a tutti gli approcci esaminati nel presente paragrafo è rappresentato dal goffo tentativo di salvare il sistema capitalistico-produttivistico dal proprio inevitabile fallimento. Nessuna di queste teorie si è posta come obiettivo la promozione della giustizia sociale : la responsabilizzazione, il coinvolgimento, la valorizzazione del lavoro non possono essere ottenute con una semplice politica di "comunicazione" (o, peggio, di provocazione come nel caso della "share economy"), ma soltanto attraverso una politica di piena "partecipazione".
L'aumento del tempo libero
Per i fautori della riduzione dell'orario di lavoro, la principale ragione per sostenere una diminuzione del monte orario settimanale per lavoratore, consiste nell'efficacia di questa azione stessa nella battaglia contro la disoccupazione. Tale politica può essere sostenuta con successo solo se siamo in presenza di un aumento della produttività nei processi produttivi aziendali.
Ci sono tre possibili modi di restituire ai lavoratori la loro giusta quota del miglioramento della produttività:
· un aumento nel potere d'acquisto individuale, per le stesse ore lavorative;
· un aumento del tempo libero, con lo stesso, o minore, potere d'acquisto;
· stesse ore di lavoro e potere d'acquisto invariato, con conseguente aumento di benessere e protezione sociale (aumento degli
oneri per finanziare lo Stato sociale).
Nel secondo caso si può raggiungere un più alto grado di benessere per tutta la comunità : la solidarietà nei confronti di coloro che sono stati esclusi dal lavoro. Ridurre l'orario di lavoro perciò significa lavorare meno affinché tutti possano lavorare. La soluzione comporta un maggiore tempo libero a disposizione per quelli che lo richiedono. E' questione di avere un normale lavoro sufficientemente ben pagato tale da dare, per esempio, un più che decoroso standard di vita e sufficientemente breve tale da consentire di organizzare un ulteriore turno e permettere ai disoccupati di lavorare. Ad esempio è stato studiato che in Francia una riduzione di 4 ore settimanali per lavoratore, permetterebbe la creazione , nel giro di 5 anni, di circa 1 milione di posti di lavoro. Anche se tutto ciò non è abbastanza per risolvere il problema della disoccupazione, sarebbe un notevole passo avanti.
Cento anni fa l'uomo mediamente viveva 300.000 ore, delle quali la metà utilizzate per lavorare. Nel futuro prossimo vivrà 1.000.000 di ore e ne lavorerà 40.000, come sostengono gli studiosi. La grande sfida che dobbiamo prepararci ad affrontare, in particolare in una società più solidaristica e meno competitiva, comporta lo sviluppare di progetti e idee per la gran massa di ore non lavorative che avremo a disposizione. Cultura, sport, attività sociali e volontariato diventeranno sempre più importanti e preminenti rispetto agli impegni di lavoro produttivo, e saranno capaci di generare anche opportunità di lavoro in quanto, conseguentemente, l'aumento del tempo libero comporterà un aumento della domanda per beni e servizi dedicati alle attività di svago.
In particolare l'aumento del tempo libero potrà originare in Italia l'avvio di nuove opportunità nel campo dei servizi turistici e creare, ad esempio, nuovi posti nel campo dell'agriturismo e specialmente nella difesa dell'ambiente. Proprio i parchi nazionali, superando la vecchia logica che li vedeva come un insieme di vincoli e divieti, aprono nuove opportunità di lavoro. In Italia è stato calcolato che l'attuazione della legge quadro n.394/91, che prevede a regime 18 parchi nazionali e più di 400 aree naturali protette, consentirà la creazione di nuovi posti di lavoro.
Con l'attuazione della legge n.394/91 più di 100.000 persone potranno essere coinvolte nella gestione e nella sorveglianza dei parchi, nell'agricoltura biologica, nell'ecoturismo, nelle opere di restauro e di ripristino ambientale, nel recupero del patrimonio architettonico dei centri storici e nella ricerca scientifica. I posti di lavoro che nascono in aree rurali in declino recuperate per fini ambientali, consentirebbero di conservare e recuperare l'ambiente naturale e il territorio. Inoltre i posti di lavoro creati in aree rurali hanno un costo per occupato inferiore anche di dieci volte rispetto allo stesso posto creato in un'industria (50-80 milioni per un posto "verde" contro i 300-500 milioni di un posto industriale). Si eviterebbero in questo modo i problemi sociali derivati dallo sradicamento dei lavoratori dal loro luogo di origine e i problemi derivanti dal loro eventuale inserimento nei centri urbani. La durata del posto verde è maggiore in quanto non dipende dalla congiuntura internazionale o dai mutamenti dei processi produttivi. I posti "verdi" infine coinvolgono principalmente le fasce marginali del mercato del lavoro : i giovani e le donne.
In questa ottica viene ad inserirsi la convenzione che il WWF Italia ha
sottoscritto con il Comitato per lo Sviluppo di Nuova Imprenditorialità Giovanile per la
promozione e la valorizzazione di nuove micro-imprese a conduzione giovanile orientate in
chiave ecologica e localizzazione in tre parchi del Mezzogiorno : Gennargentu, Madonie e
Pollino.
Il benessere sociale: risolvendo la crisi del 'Welfare State'
E' chiaro che il "Welfare State" è una forma organizzata ed efficace di solidarietà; la sua adozione è frutto di un secolo di lotta industriale. Essenzialmente è una forma di compromesso tra il capitale e il lavoro. E' l'organizzazione della società tesa a garantire il massimo benessere sociale mediante la riduzione delle disuguaglianze e l'erogazione di prestazioni pubbliche ( assistenza medica gratuita, erogazione di pensioni sociali e istruzione gratuita).
Nel nuovo ordine dell'economia sociale di mercato il raggiungimento di un alto grado di benessere sociale non può assolutamente essere messo in discussione. Anzi è un dovere di tutti i cittadini adoperarsi per la piena riuscita del Welfare State. Questo dovere rappresenta l'affermazione che gli esseri umani hanno il diritto di vivere, e non perchè sono vecchi o madri di famiglia o perchè hanno pagato i contributi, ma perchè la società riconosce a tutti lo specifico diritto alla vita. E' un atto di riconoscimento e non di carità.
Rimane però un problema basilare per l'economia: il sistema di protezione generalizzato è compatibile con l'attuale capitalismo nella forma presente? Coloro che affermano di sì (in particolare i fautori della politica economica keynesiana) vedono nel Welfare State un'arma per combattere la crisi, creando un potere d'acquisto non influenzabile da situazioni congiunturali. Tuttavia se questo argomento fu valido per la crisi di sottoconsumo degli anni '30 , la crisi iniziata alla fine degli anni '60 non è essenzialmente una crisi di sovrapproduzione ma una crisi causata dalla scarsa redditività aziendale, in particolare delle imprese di grandi dimensioni, da imputare al continuo aumento del costo del capitale pro capite e ad altri effetti di cui si è parlato nel capitolo I.
Visto quindi che il sistema di ammortizzatori sociali non è un arma per combattere la crisi odierna, il livello di protezione sociale potrebbe essere ulteriormente ridotto dagli Stati capitalistici, privando così progressivamente lo stato sociale stesso delle sue prerogative, a cominciare dalle pensioni sociali.
Il rilancio dell'economia a livello locale
Per fare fronte alla situazione di sottosviluppo e disoccupazione nelle aree depresse dei paesi avanzati è necessario predisporre dei modelli di sviluppo alternativi, formulandoli in modo tale che le loro sedi naturali di decisione siano in ambito locale, quindi decentrate rispetto alle autorità centrali e "vicine" al luogo in cui i problemi devono essere affrontati.
Le politiche regionali europee del passato ( specialmente nel caso italiano) partivano dal presupposto che lo sviluppo doveva procedere per "imitazione", cioé le aree in ritardo dovevano modellare le loro strutture sull'esempio delle regioni sviluppate. Quindi si è iniziato a favorire la localizzazione di settori ad alta intensità di capitale nelle regioni depresse.
Queste azioni, come nel caso del Mezzogiorno d'Italia, non hanno prodotto i risultati sperati. Tra le principali cause del mancato conseguimento degli obiettivi segnaliamo :
· eccessivi effetti di dispersione, la creazione di nuove attività ha generato redditi che non hanno attivato nell'area processi moltiplicativi e di accumulazione interna, ma hanno portato ad un aumento delle importazioni dalle aree più sviluppate;
· profitti non reinvestiti nelle aree in cui sono stati generati;
· mancato sviluppo di un tessuto di piccole imprese locali collegate alle grandi imprese insediate nelle aree depresse , lo sviluppo della grande impresa si è infatti realizzato più per diffusione di impianti che per contratti di subfornitura con le imprese locali.
Più in generale si può affermare che questa politica di "infrastrutturazione del territorio" si è preoccupata di generare, attraverso gli investimenti pubblici, un aumento generalizzato di reddito, e quindi conseguentemente della domanda, senza però curarsi dello sviluppo dell'offerta, senza, cioé, un'adeguata struttura produttiva che potesse approfittare di queste opportunità.
Queste considerazioni portano, quindi, ad una riformulazione dei modelli di sviluppo, adottando strategie di intervento del tipo "endogeno o autocentrato". La crisi della grande impresa e la necessità di stimolare il tessuto imprenditoriale locale, rendono necessaria l'adozione di politiche di sviluppo più consoni alle vocazione specifica di ciascuna economia, cioé ad azioni che valorizzino le imprese minori e il patrimonio professionale e naturale di ogni regione.
Bisogna quindi imprimere nuovo vigore alle attività produttive, creando nel settore privato una solida base imprenditoriale aperta alle innovazioni tecnologiche e capace di avvalersi di queste ultime a tutti i livelli. Vista la difficoltà di attirare capitali dall'esterno, per la presenza di tutta una serie di ostacoli, è stata altresì riconosciuta la necessità di sfruttare, con misure adeguate, il potenziale di sviluppo endogeno delle regioni e di agevolare la crescita delle Pmi innovative.
Tra i vari strumenti creati per stimolare il potenziale regionale, ritengo di grande interesse l'attività svolta dal programma BIC e dalle Finanziarie Regionali.
Il nuovo ordine economico e l'equilibrio internazionale
Quotidianamente la realtà umana è pesata sulla bilancia dei flussi monetari. Invece di un'economia della moneta, ci sarebbe bisogno di garantire la dignità della vita in un contesto di sviluppo armonioso in un ambiente sia rurale che urbano.
La mia proposta vuole incoraggiare l'uso del denaro per la solidarietà, per farlo così moltiplicare in utili iniziative sociali: contributi per i disoccupati, l'ambiente, il terzo mondo e la difesa della famiglia. Non ci può essere indifferenza quando le fabbriche creino posti di lavoro, inquinando però i fiumi, o un'agricoltura intensiva porti alla scomparsa della fauna e dei boschi. Ma sulla base delle assunzioni fatte c'è da chiedersi come possa una nazione che adotta questo modello competere a livello internazionale. Come può infatti un paese dove la settimana lavorativa è di 30 o 35 ore e dove gli investimenti pubblici sono finalizzati alla salvaguardia del patrimonio ambientale piuttosto che alla creazione di infrastrutture nei comprensori industriali, competere, ad esempio, con i prodotti di Singapore ?
Ciò che perciò deve essere trovato è un accordo internazionale, un "nuovo ordine economico internazionale", che dia ai paesi che lo sottoscrivano, la possibilità di non dover competere direttamente con coloro i quali non abbiano fatto investimenti in attività sociali ma solo in infrastrutture industriali.
Questo nuovo accordo può e deve partire da un impegno preso dall'Unione Europea, iniziando dal finanziamento di nuovi e più ampi progetti sociali, impegnandosi poi nella salvaguardia stessa di tale sistema, a cominciare dalla costruzione di una barriera di difesa (basata essenzialmente su un sistema di dazi doganali più elevati) nei confronti delle importazioni dei paesi produttivisti che adottino un sistema antisociale e antiecologico.
La nuova questione tedesca
Il 9 novembre 1989 ha segnato un momento fondamentale nella storia dell'Europa. E non come spesso è avvenuto nel ventesimo secolo, sconvolgendo il mondo con guerre e distruzioni, ma come un simbolo di riconciliazione. La fine del muro di Berlino testimonia la fine di 25 anni di infamia e di umiliazioni.Ma la fine del comunismo nell'Europa orientale si era già presagita quando la gente della Germania Orientale fuggiva per riabbracciare i propri connazionali nella Repubblica Federale Tedesca. La fine dell'ordine mondiale sottoscritto a Yalta ha segnato anche la completa capitolazione del socialismo sovietico agli adescamenti dei sistemi occidentali. Con la fine dei sistemi totalitaristi nell'est, è venuta meno la ragione della permanenza di basi sovietiche e americane in Europa. Siamo debitori di questa doppia liberazione principalmente alla gente dell'Europa Orientale, che dalla fine della secondo conflitto mondiale ad oggi non ha mai smesso di sperare nella libertà.
Noi siamo debitori anche alla gente dell'Occidente che nel corso di tante manifestazioni, in centinaia di migliaia hanno rifiutato gli euromissili, mettendo in evidenza le contraddizioni in merito al consenso sulla difesa nucleare della NATO. La paura di una nuova egemonia tedesca tra i capi della diplomazia europea, in particolare tra i Francesi, ha portato al rifiuto di un'Europa allargata e più indipendente dalla NATO in favore ancora una volta di un Europa atlantista. Ma questa paura può essere dissipata solo da un'Europa unita anche politicamente, in cui gli Stati membri, compresa la stessa Germania, rinuncino ad una parte delle proprie competenze e della sovranità nazionale.
Il 1989 ha visto la vittoria finale del "capitalismo di mercato occidentale" sul "capitalismo di Stato orientale". Oggi la nuova divisione del mondo è tra il polo angloamericano e quello tedesco. Con 65 milioni di persone la Germania Ovest aveva esportato nel 1989 beni e servizi per un valore pari a 382 miliardi di dollari, dando un attivo della bilancia commerciale di 81 miliardi di dollari. Bisogna considerare che questi risultati sono stati raggiunti anche in presenza di uno standard di vita per i lavoratori che è notevolmente più alto rispetto agli altri paesi europei. La Germania è arrivata a questi risultati senza essere all'avanguardia nella ricerca sui componenti elettronici e con il costo della manodopera tra le più care nel mondo.
I risultati eccezionali della Germania sono il frutto di una classe dirigente che aveva compreso la necessità di coinvolgere i lavoratori nel processo produttivo, nella ricerca della qualità e, soprattutto, nella gestione dell'impresa. La superiorità della Germania quindi risiede nel compromesso tra il capitale e il lavoro ad un livello molto avanzato. I sindacati tedeschi, durante la crisi degli anni '70, inizialmente hanno insistito nella richiesta di protezione del livello salariale e del numero di ore lavorative. Ma negli anni '80, con la disoccupazione al 10%, gli stessi predisposero una controffensiva basata sul coinvolgimento individuale per i lavoratori in cambio di orari più breve. Il sindacato del settore industriale ha ottenuto a partire dal 1995 la settimana lavorativa di 35 ore.
La Germania ha dimostrato l'efficacia dei modelli produttivi basati sul coinvolgimento negoziale e partecipativo. Lo sviluppo e il successo del modello tedesco dipenderà in seguito dal livello di solidarietà accordato al resto dei lavoratori esclusi : infatti senza solidarietà il coinvolgimento negoziato porta ad una aristocrazia salariale tedesca. E' per questa ragione che c'è di nuovo paura della Germania e l'attuale ondata di intolleranza nei confronti dei lavoratori stranieri confermano questi timori.
Questa ondata di violenza in Germania è anche il frutto del modo in cui Kohl ha imposto l'unificazione tedesca. L'improvvisa unificazione monetaria, del sistema dei prezzi, ma non dei livelli di produttività, hanno per di più rovinato migliaia di affari industriali nell'est, con la conseguenza che migliaia di disoccupati sono stati costretti a cercar lavoro nella parte occidentale, facendo così crescere molte tensioni tra i lavoratori tedeschi e quelli extracomunitari. Questa situazione è insostenibile. La parte orientale della Germania dovrà essere ricostruita appena possibile grazie agli investimenti finanziati dall'ovest. Questi investimenti possono essere sostenuti, sia aumentando le tasse nella parte occidentale, sia emettendo moneta, cosa che alimenterebbe inflazione, ma in questo la Bundesbank non sarebbe d'accordo. In effetti Kohl ha stanziato fondi per la ricostruzione della Germania orientale senza però pensare alle conseguenze : quando tutti gli operatori economici e finanziari si sono resi conto che prima o poi le spese per la Germania Orientale si sarebbero dovute pagare in qualche modo, i tassi di interesse hanno cominciato ad aumentare a scapito dell'intera Europa. La ricostruzione della ex DDR è diventato un problema europeo anche per colpa di tutti quelli che volevano costruire l'Europa esclusivamente attraverso il potere e la forza del denaro. L'Atto Unico e il Trattato dell'Unione hanno unificato l'economia europea, ma nessuna previsione è stata fatta per l'unificazione democratica europea.
La creazione dello SME nel 1979 (in risposta alla fine del regime di cambi di Bretton Woods, a due shock petroliferi e all'inflazione a due cifre) e la firma del Trattato di Maastricht sull'unione economica e monetaria tredici anni dopo, hanno segnato due passaggi importanti di un processo di lunga durata: la progressiva germanizzazione dell'economia europea. Cosicché, proprio quando la fine dell'impero sovietico e la conseguente conclusione del bipolarismo mondiale rendono meno necessari i legami con gli Stati Uniti, i paesi europei si ritrovarono a seguire un'Europa dominata economicamente dalla Germania unita.
Per "germanizzazione dell'economia europea", oltre che al controllo svolto su tutti i mercati finanziari dall'istituto di Francoforte, si intende l'adozione in quasi tutta l'Europa Occidentale di un sistema che assegna priorità assoluta alla stabilità monetaria. L'inflazione viene controllata attraverso la sorveglianza del monte salari, in un dialogo triangolare tra governo, rappresentanti nazionali dei lavoratori e imprenditori. Il modello germanico è stato progressivamente utilizzato da tutta i paesi dell'Unione grazie ad una vigorosa campagna di persuasione: prima attraverso lo SME - che imponeva aggiustamenti spesso solo a carico delle monete deboli - , poi attraverso i parametri di convergenza definiti a Maastricht per accedere alla fase finale dell'unione economica e monetaria. I parametri in questione sono riferiti tutti alla stabilità monetaria e alle sue cause (deficit contenuto, bassa inflazione e debito pubblico limitato), mentre non contengono obiettivi e parametri che tengano conto della crescita economica e della creazione di posti di lavoro.
Anche la germanizzazione dell'economia italiana ha dato i suoi frutti: nel 1993 l'inflazione italiana è stata del 4,5%, molto simile a quella tedesca. Il raffreddamento della dinamica dei prezzi si è verificato anche grazie alla diminuzione della conflittualità sociale (in termini di diminuzione delle ore scioperate) e di un aumento delle retribuzioni inferiore al livello dell'inflazione. L'Italia ha realizzato anche un notevole miglioramento sul fronte della finanza pubblica, infatti è riuscita a realizzare per il 1992 e il 1993 un saldo primario attivo del bilancio pubblico, al netto degli interessi sul debito pubblico, pari al 2% del Pil. Questo è stato possibile solo attraverso l'adozione di una politica fiscale restrittiva, che ha però inasprito la morsa della recessione.
Come già ho accennato, durante la crisi dello SME, la Bundesbank ha negato di indebolire il marco per tenere insieme lo SME. E così alla fine agosto '92 sono uscite dal Sistema Monetario la lira e la sterlina, e nell'agosto 1993 sono state allargate le bande di oscillazione del franco francese e di quello belga, attuando così in pratica una svalutazione delle monete stesse (che infatti si sono subito attestate al limite della banda superiore). Con l'unica eccezione della Gran Bretagna, tutti i paesi investiti dalla tempesta valutaria hanno tuttavia continuato ad applicare esattamente la stessa politica valutaria di prima, come se facessero parte ancora dello SME. La stessa Francia e lItalia hanno applicato gli stessi tassi tedeschi, anche se troppo alti e difficilmente sostenibili visto l'alto livello di disoccupazione.
Così la Bundesbank, senza limitare la sua sovranità monetaria, ha ottenuto un risultato completamente diverso da quello prefigurato nel Trattato dell'Unione : dominare i sistemi monetari e creditizi degli altri paesi e diventare la vera banca centrale europea. Di conseguenza cresce nella classe politica e negli imprenditori europei la convinzione che l'Europa sarà germanocentrica oppure, come unica alternativa, ancora una volta atlantista.
Per quanto concerne l'Italia, l'avvento della "Seconda Repubblica" potrebbe segnare il ritorno del modello americano, anche se la germanizzazione dell'economia italiana ha radici profonde.
Sul fronte della politica estera, la fine della leadership di molti statisti europei legati a Maastricht (con l'unica eccezione di Helmut Kohl) apre in teoria ampi spazi all'Italia per rinegoziare gli impegni assunti a Maastricht. L'Europa britannica, aperta ai paesi dell'Est e liberoscambista, corrisponde assai meglio alla vocazione dell'Italia di oggi.
Ma una richiesta italiana in tal senso, è destinata ad essere frenata dal timore di venir definitivamente esclusa dalle intese franco-tedesche, senza riuscire peraltro a costruire nuovi fronti alternativi, fidandosi dell'ambigua diplomazia inglese.
Sta di fatto che un certo rallentamento della nostra conversione al
modello tedesco è nell'aria e del resto il partito di Berlusconi ha vinto le elezioni
politiche, presentando un progetto liberista, di deregolamentazione e flessibilità sul
mercato del lavoro, di privatizzazione dello Stato sociale.
A questo punto gli Stati europei e l'UE stessa devono decidere se impostare il proprio
sistema economico e sociale sul modello americano o su quello tedesco. Il capitalismo
tedesco prevede il controllo dei grandi gruppi industriali da parte di un limitato numero
di holding finanziarie e assicurative, col sostegno della rappresentanza sindacale
cointeressata alla gestione viste le caratteristiche insite nel modello dualistico stesso
dell'economia tedesca. A questo si contrappone il modello capitalistico angloamericano,
dove prevale la public company ad azionariato diffuso (la presenza di importanti
investitori istituzionali) e dove le strategie e gli accordi per il controllo del capitale
vengono conclusi in Borsa.
Sui meriti e i demeriti di ciascun modello si discute da decenni. Credo però che il capitalismo tedesco possa agevolmente programmare strategie di lungo periodo, al riparo da scalate e raid di Borsa. In tal senso al riparo da raid borsistici sarebbero principalmente i lavoratori e i piccoli risparmiatori, mettendo al riparo in tal modo l'economia reale da qualsiasi minaccia speculativa attuata dalle influenti lobby di pressione finanziarie e politiche, cosa che del resto la recente esperienza ci ha confermato. Un'altra linea di difesa del modello tedesco, portata avanti dai suoi più strenui seguaci in Italia e in Francia, è la cosiddetta teoria del "campione nazionale". In base a questa, i paesi industrializzati di medie dimensioni hanno la necessità di salvaguardare il capitale dei gruppi industriali strategicamente rilevanti, se non vogliono vederli finire tutti sotto il controllo straniero. D'altra parte l'acquisizione da parte straniera sarebbe poco auspicabile da che generalmente in questi frangenti, le attività a più alto valore aggiunto, esempio l'attività di ricerca, hanno la tendenza a spostarsi nello Stato sede della società di controllo. Inoltre con il sistema tedesco si può facilmente aumentare il livello di protezione sociale e riuscire contestualmente a controllare meglio l'agguerrita concorrenza internazionale
Si assume l'ipotesi che la capacità competitiva delle industrie nazionali sui mercati internazionali, dipenda dalle performance delle grandi imprese presenti sul mercato nazionale. Quindi l'esigenza, per quei paesi che rischiano di veder acquistate da colossi esteri le proprie imprese più importanti, di dar vita a partecipazioni ed accordi tra banche, gruppi industriali e assicurazioni. E' il metodo delle privatizzazioni con nuclei stabili di azionisti stabili : è la ricetta che Mediobanca usa in Italia.
L'accettazione del modello tedesco in questo campo dura da molti anni. La facoltà di combinare stretti accordi fra banca e industria è stata resa possibile in Italia dal recepimento con legge nazionale della normativa CEE (tale normativa ha recepito il modello germanico di banca universale contro la separazione dei poteri tra banche commerciali e banche d'affari). Ma comunque la logica del "campione nazionale" era quella dell' IRI, e dunque il fascismo ne era stato un antesignano.
La battaglia d'influenza tra Occidente e Nord-Est non risparmia alcun paese d'Europa. Per quanto l'influenza angloamericana conosca oggi un ritorno di gloria e sia destinata comunque a lasciare un'impronta nel capitalismo italiano, sono sicuro che la nostra posizione geografica, la nostra civiltà millenaria e la nostra aspirazione ad un sistema più sociale e più consone all'uomo, ci spingeranno, in un contesto europeo, a diventare i sostenitori di un modello di tipo "tedesco", in cui però venga anche privilegiata la difesa dell'occupazione accanto alla stabilità dei prezzi e della moneta. Seguire il modello tedesco non significa la germanizzazione dell'Europa, ma è solo una prima fase per assicurare all'Europa stessa una maggiore indipendenza e crescita economica, garantita dalla centralità del marco nel sistema monetario europeo, per poi aspirare ad un'Europa unita politicamente e socialmente.
Iniziare con l'Europa sociale
Il Trattato di Maastricht dà una prima risposta seria ai problemi che tormentano l'Europa dall'inizio del secolo e che l'hanno precipitata in almeno due guerre mondiali.
L'Unione europea rappresenta soprattutto l'occasione per riaffermare i principi di umanesimo che sono il patrimonio di secoli di civiltà. E' l'occasione per rifiutare la morale individualista e consumistica del progetto liberista e per arrivare alla definizione di un progetto nazionale europeo al centro del quale ci sia l'essere umano, con i propri valori e la propria dignità. E' l'occasione per costruire una società i cui primi interessi siano la solidarietà, la qualità della vita e la difesa della famiglia.
Coerentemente con questo progetto nel campo dei rapporti economici si dovrà procedere all'unificazione sociale e politica dell'Europa con misure quali uno stipendio minimo ed un orario di lavoro valido per tutta l'Europa, un sistema comune di sicurezza sociale in linea con i più alti livelli.
Come già accennato, per ovviare ai costi di questo progetto sociale,
certamente più alti rispetto ai costi sostenuti dai paesi liberoscambisti, sarà
necessario procedere alla costruzione di un "sistema protetto", uno spazio
economico caratterizzato da un maggiore livello di dazi doganali sulle importazioni dei
paesi produttivisti.
La creazione di questo "sistema protetto" si renderà necessario in quanto una
quota sempre maggiore del bilancio dovrà essere devoluta a spese per finanziare politiche
sociali e politiche ambientali, mirate a migliorare la vivibilità e la qualità della
vita (ad esempio il finanziamento di nuovi parchi nazionali e riserve ambientali).
Mi auspico che l'UE adotti al più presto una politica sociale di questo tipo, in modo
tale da essere all'avanguardia nel progresso rispetto alla situazione in cui le nazioni
europee lo siano individualmente.
Storicamente c' è stato chiesto di scegliere tra l'Europa delle nazioni di ispirazione francese, l'Europa liberista di stampo inglese e l'Europa centralista di stampo germanico.
Tuttavia introduciamo ora il problema dello scenario alternativo: un'Europa ecologica e sociale. L'unificazione sociale ed economica significa in primis che i paesi membri non conducano una guerra commerciale usando una politica restrittiva. Significa anche che ci siano trasferimenti netti dai paesi più ricchi ai più poveri. Questo certamente già esiste nei programmi di politica regionale del fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) e del fondo sociale europeo (FSE) e nella politica agricola comune (PAC) finalizzata alla solidarietà con il mondo rurale.
Quale sarebbe la politica economica di un'Europa alternativa? Si potrebbe realizzare una riduzione concertata delle ore lavorative e i contributi previdenziali potrebbero essere centralizzati e gestiti da un'Istituto creato dall'UE in modo tale da finanaziare un programma di benessere sociale, introdotto gradualmente seguendo lo schema del paese più favorito. Sarebbero istituite delle linee di credito per finanziare trasferimenti alle regioni più povere e lanciare investimenti in infrastruttura e educazione.
E' tutto questo realistico? in assenza di un'autorità europea di nomina elettiva, la decisione resta alla Germania. In effetti la crescita in Europa è fortemente legata alla crescita dell'economia che è la più competitiva, quella della Germania. L'influenza tedesca agisce come ministro dell'economia per tutta l'Europa: la Germania attualmente può rifiutare una nuova inflazione nazionale e la svalutazione degli altri Stati membri, condannandoli così ad essere in deficit nei confronti della Germania.
Come gia ricordato nel capitolo III, l'unione monetaria e i meccanismi ridistributivi risolveranno la contraddizione fra crescita economica ed equilibrio della bilancia commerciale per i paesi deficitari. Oggi, la battaglia per attrarre capitali con tassi d'interesse assurdi è il perfetto complemento della "stagnazione competitiva", spesso utilizzata negli anni '70 e '80 proprio dall'Italia.
Risolverebbe il problema un'unica banca centrale? ma quale potrebbe essere la crescita dell'offerta di moneta autorizzata annualmente? in relazione a quali requisiti di crescita? Ovviamente l'unica possibile regola, in assenza di una banca centrale controllata da un Parlamento europeo elettivo, potrebbe essere l'ortodossia monetaria, cioé aumentare l'offerta di moneta ogni anno in relazione alla crescita del Pil nell'UE.
L'Europa non deve perdere l'occasione per divenire protagonista e portavoce di questo nuovo ordine economico internazionale. L'Europa, custode nei secoli di valori umani e di civiltà, che vive ancora lo spettro di due guerre mondiali, che non vuole arrendersi ai principi materialistici del consumismo, ma essere patria dei principi e delle dottrine sociali, ha il dovere e la responsabilità di diventare la protagonista di un nuovo sistema economico e sociale verso cui tutti i paesi del mondo possano guardare con fiducia per la risoluzione delle tante e drammatiche contraddizioni nel nostro mondo.
Il nuovo cemento ideologico dell'unificazione europea deve essere una nuova frontiera di solidarietà con il terzo mondo e una nuova frontiera con l'Est. Per fare ciò è necessario inserire nei trattati istitutivi dell'Unione Europea una clausola che riguardi sia i problemi sociali che gli accordi di associazione con i paesi dell'Europa Orientale nel modo già provato e testato con i paesi del bacino del Mediterraneo.
Per svolgere tale funzione da protagonista è necessaria la trasformazione dell'attuale UE in una Unione politica in cui il Parlamento Europeo sia investito di poteri sovrani e gli Stati membri rinuncino alla propria sovranità in materia di politica estera e di sicurezza, di politica monetaria e di politica di R&S a favore dell'Unione stessa. Per quanto riguarda le politiche strutturali e ambientali l'UE dovrebbe continuare a mantenere le funzioni attuali e cioé sostanzialmente di coordinamento e di complementarietà rispetto alle già esistenti politiche nazionali. Le altre politiche e funzioni dovrebbero essere decentrate il più possibile a livello locale, in modo da coinvolgere più direttamente i cittadini stessi.
Bisogna aspirare ad un'Europa ecologica e sociale, composta di Stati o regioni con una certa autonomia socio-culturale.
In conclusione, è necessario controllare le cieche forze di mercato attraverso una base comune di diritti sociali, doveri di solidarietà, politiche ambientali e recupero dei valori propri della civiltà europea, mobilizzando le risorse finanziarie e tecniche per rendere uguali i tenori di vita nelle differenti regioni.
Ripercussioni in Italia Alla luce di queste considerazioni nasce l'esigenza di riformulare le leggi con le quali si è dato l'avvio in Italia allo Stato sociale : la finanza locale in primo luogo, la sanità, la previdenza.
Il Trattato dell'Unione Europea vincola tutti gli operatori economici a comportamenti non inflazionistici. Ciascuna categoria, in Italia, era abituata a scaricare la responsabilità dell'aggiustamento su unaltro gruppo sociale. L'onere finale di questo scarico di responsabilità è sempre avvenuta a carico dello Stato, e quindi sotto forma di indebitamento o di inflazione. La soddisfazione delle istanze particolari di ogni categoria avveniva attraverso una mostruosa gioco di rincorsa tra prezzi e salari che, a turno, accontentasse tutti. Oggi si può tornare alla responsabilizzazione dell'attività politica, compito già intrapreso in parte dopo la ratifica del Trattato sull'Unione. La classe politica italiana ha compreso quanto sia urgente procedere ad un progressivo risanamento dei conti pubblici. L'approvazione del Trattato ha dato l'avvio ad una fase che porterà l'Italia a dei cambiamenti sostanziali.
Il lavoro nella costruzione del nuovo ordine economico e sociale
L'Europa sociale non dovrà basarsi soltanto sulla riconferma del Welfare State ma su un sistema che sancisca la centralità della "partecipazione" del cittadino alla vita nazionale. Sarà una società fondata sui valori dell'uomo contro il dominio dei partiti. Quando parlo di "partecipazione" intendo la partecipazione del lavoratore alla gestione aziendale e al dibattito politico.
1 - La partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'impresa e alla distribuzione degli utili Recentemente in vari dibattiti politici e sindacali è stata ribadità l'importanza e la necessità di far partecipare i lavoratori agli utili dell'impresa, per coinvolgerli più profondamente al processo produttivo e esortarli a condividere la responsabilità della gestione. Purtroppo alle parole non sono seguiti i fatti.
Nella realtà quotidiana la parola socializzazione è sempre stata fraintesa, interpretata nel linguaggio comune a volte come nazionalizzazione e statalizzazione e altre come sovietizzazione o peggio esproprio dell'impresa privata da parte dello Stato. Invece per socializzazione si intende un insieme di azioni attraverso le quali si realizza la partecipazione del lavoratore alla gestione e alla divisione degli utili dell'impresa. Tale principio non nega la proprietà privata ma ne esalta la sua funzione sociale: è il sistema per fare diventare tutti, dall'imprenditore al tecnico non specializzato, "azionisti" dell'azienda in cui lavorano e su cui hanno "investito" per costruire il proprio futuro. E' il trionfo del principio secondo il quale è il capitale che deve essere al servizio del lavoro e non viceversa.
Di seguito illustrerò brevemente i progetti di partecipazione che storicamente si sono imposti all'attenzione degli Italiani nel corso del secondo conflitto italiano, facendo riferimento a quanto scritto da F. Franchiin merito al progetto di Duccio Galimberti e a quello dei costituzionalisti della Repubblica Sociale italiana (RSI).
Duccio Galimberti è stato l'ideatore di un progetto molto pregevole. Nel suo disegno di Costituzione afferma che "Gli operai e gli impiegati delle aziende concorrono al riparto degli utili". La partecipazione agli utili rappresenta un desiderio provato da tante generazioni, verso un'evoluzione del rapporto di lavoro da un ambito salariale a quello associativo.
Questa trasformazione, se attuata, rappresenterebbe un notevole passo avanti nel rapporto di lavoro e nel coinvolgimento stesso del lavoratore.
Al testo di Galimberti seguono i progetti della Repubblica Sociale Italiana.
- Manifesto di Verona, Punto 12 :
"In ogni azienda......le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente - attraverso una conoscenza diretta della gestione - all'equa fissazione dei salari, nonché all'equa ripartizione degli utili tra il fondo di riserva, il frutto al capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori".
- Progetto Biggini :
art. 125
"La gestione dell'impresa, sia essa pubblica che privata, è socializzata. Ad essa prendono parte diretta coloro che nell'impresa svolgono, in qualunque forma, un effettiva attività produttiva".
La ripartizione degli utili ai lavoratori e la partecipazione diretta alla gestione sono previste anche nella "Premessa fondamentale per la creazione della nuova struttura dell'economia italiana" (Consiglio dei Ministri, 13 Gennaio 1944).
Si discusse in merito alla partecipazione agli utili da parte dei lavoratori anche nel corso dell'Assemblea Costituente per la formazione dell'attuale art. 46 della Costituzione della Repubblica Italiana.
Il testo del progetto non parlava però di partecipazione agli utili ma esplicitamente solo alla gestione. In seguito un emendamento presentato da Gronchi comportò l'approvazione della norma attuale che è notevolmente riduttiva rispetto al testo iniziale.
La trasformazione, che potrà operare il principio partecipativo, darà vita ad un grandioso cambiamento rappresentato dalla circostanza che il lavoratore uscirà dalla condizione economica e morale di salariato, per assumere quella di produttore, direttamente interessato agli sviluppi dell'economia. Il problema da affrontare ora rimane capire quali settori dell'attività economica socializzare, e le modalità operative di socializzazione delle imprese.
Per quanto riguarda il primo quesito la socializzazione può essere estesa a tutte le imprese senza allarmismi particolari e immotivati: la diffusione della proprietà a tutti i lavoratori rappresenta la soluzione per coinvolgerli tutti in maniera proficua nella vita aziendale. Eventualmente per i settori di grande utilità e interesse pubblico sarebbe interessante far partecipare alla gestione dei mezzi di produzione non solo i lavoratori ma anche i consumatori.
Per quanto attiene alle modalità operative d'attuazione, la socializzazione può realizzarsi pacificamente e gradualmente senza imporsi con atti deplorevoli quali l'esproprio. Mentre la partecipazione alla gestione può essere attuata attraverso l'istituzione di un organo di partecipazione alla gestione eletto dai lavoratori (che, ad esempio, può consistere in una partecipazione con diritto di voto nel Consiglio d'Amministrazione), per quanto concerne la distribuzione degli utili, questa può essere attuata tramite l'emissioni di "azioni di lavoro". Per "azioni di lavoro" intendo una particolare categoria di azioni emesse solo per l'assegnazione degli utili a favore dei lavoratori. Tali azioni non sono certificati che rappresentano una quota di capitale sociale e non sono quindi quotate in borsa. Inoltre, in caso di aumento di capitale, dovrebbe obbligatoriamente essere esteso al lavoratore il diritto d'opzione su un numero stabilito di azioni ordinarie o di risparmio.
In conclusione, la socializzazione è la soluzione logica che evita la
burocratizzazione dell'economia attraverso il totalitarismo di Stato e supera
l'individualismo dell'economia liberale.
L'unico Stato occidentale che ha saputo cogliere l'importanza della socializzazione nella
sua duplice finalità di giustizia sociale e di efficace leva di politica aziendale per
attuare in pieno la responsabilizzazione e il coinvolgimento del lavoratore è la
Germania. La Germania ha quindi trovato un compromesso tra capitale e lavoro, istaurando
un sistema dualistico nelle imprese che prevede l'organo di direzione affiancato da un
organo di vigilanza
Vorrei anche ricordare in questa sede la proposta presentata dalla Commissione Europea in merito alla creazione della società per azioni europea. Questo progetto è stato presentato a più riprese al Consiglio dei Ministri dell'UE.
L'esigenza della Commissione era quella di garantire in tal modo una dimensione ottimale nei rapporti di forza nell'ambito degli interessi del lavoro e del capitale. Il testo di legge è stato di recente riproposto il 25 agosto 1989, insieme ad una proposta di direttiva che completa lo statuto della società europea relativamente al ruolo dei lavoratori e ne costituisce, pertanto, il complemento fondamentale. La società europea è una società commerciale, con il capitale diviso in azioni ed ha personalità giuridica. Il titolo quarto della citata proposta ha ad oggetto gli organi e, in essi, prevede l'organo di direzione affiancato da un organo di vigilanza (sistema dualistico di tipo germanico). La società europea prevede :
1. sdoppiamento dell'organo amministrativo in due distinti organi collegiali : il Consiglio di Direzione o Vorstand e il Consiglio di vigilanza o Aufsichtsrat;
2. partecipazione dei lavoratori alla gestione della società (Mitbestimmung).
Il progetto non è stato approvato per motivi sostanzialmente di ordine politico e, più precisamente, per un motivo attinente all'introduzione generalizzata dell'istituto germanico della Mitbestimmung. Le formule alternative, attualmente oggetto di disciplina nella proposta di direttiva del 25 agosto 1989, prevedono l'una, l'elezione da parte dei lavoratori di propri rappresentanti nel Consiglio di Vigilanza o nell'organo di amministrazione, in misura non inferiore ad un terzo e non superiore alla metà dei suoi membri, l'altra, la rappresentanza dei lavoratori tramite un organo che li rappresenti, distinto dagli organi sociali, e un'altra ancora la partecipazione dei lavoratori sulla base di sistemi già oggetto di un accordo collettivo, concluso nell'ambito dell'impresa.
2 - Il capitale in funzione dell'interesse nazionale La funzione sociale del capitale è stata già oggetto di molteplici dibattiti e scontri ideologici nel corso dell'ultimo secolo. L'economia sociale di mercato non vuole mettere in discussione il diritto alla proprietà privata, ma il suo utilizzo in funzione dell'interesse pubblico. Nella storia italiana contemporanea un primo tentativo di dare una funzione sociale alla proprietà privata risale alla costituzione della Reggenza del Carnaro, ma di interesse non minore è il progetto presentato da Duccio Galimberti.
E' necessario quindi garantire la proprietà privata in rapporto ai
bisogni individuali e familiari ed alle esigenze della condizione sociale Si tratta di un
notevole principio di giustizia sociale che tende ad impedire le ricchezze esagerate.
Una legge di questo tipo necessita evidentemente di organici criteri per l'individuazione
dei canoni con cui misurare le "esigenze" e per la definizione di
"ricchezze eccessive" e "condizione sociale".
Il tentativo di dare una funzione sociale alla proprietà privata
contiene, fra l'altro, un messaggio autenticamente cristiano.
Il fascismo affermò di volere ridurre le differenze sociali: i legislatori della RSI
sanciscono che la stessa proprietà privata "non deve però diventare disintegratrice
della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro
lavoro" (punto 10 del Manifesto di Verona), riconoscendone così la funzione sociale.
In questi progetti che ho appena presentato, non viene impedita la ricchezza, ma l'accumulazione eccessiva della ricchezza che costituisce un'offesa a chi è privo del necessario; e in questo modo si risolve una delle principali ingiustizie che nega l'equo sviluppo della società.
Oggi si sente particolarmente bisogno di una disciplina del genere :
negli ultimi decenni si sono formate enormi ricchezze, frutto di attività immorali o
criminose, e si è radicato il fenomeno della concentrazione della ricchezza nelle mani di
minoranze privilegiate e con un generale abbassamento del tenore di vita di chi ha
"poco".
Le affermazioni di "questioni morali" e di giustizia sociale da parte della
"sinistra" sono rimaste allo stato di semplice demagogia, in quanto la sinistra
stessa non ha avuto il coraggio di spingere le proprie richieste fino all'intervento dello
Stato sulla proprietà ritenuta esorbitante in base a criteri obiettivi fissati dalla
legge.
Le classi sociali sostituite dalle categorie produttive Nell'economia sociale di mercato alla parola "classe" che scompare definitivamente si sostituisce il concetto di "categoria", come componente dell'organizzazione generale del lavoro e come ambito di esercizio del diritto di voto.
Questa chiara intuizione, che riafferma un principio fondamentale del corporativismo, comporta il superamento della lotta di classe e la necessità della collaborazione tra le categorie. Contrariamente, nel corso di quasi cinquant'anni, la partitocrazia ha predisposto gli strumenti materiali e costituzionali atti a fomentare la lotta di classe che ha bloccato la dinamica del lavoro, in una rincorsa senza sbocco tra rivendicazioni e costo della vita nella salvaguardia degli interessi particolari. Quanti danni siano stati arrecati all'economia italiana da questo sistema è troppo tristemente noto per meritare un'approfondimento.
Accenniamo ora brevemente alla necessità di rinnovamento delle
rappresentanze sindacali in una nuova ottica di partecipazione.
Corporazioni, sindacati e la magistratura del lavoro a cui affidare le controversie
collettive di lavoro, sono le fondamenta dell'ordinamento della nuova economia sociale.
Dopo un lungo periodo di assoluto predominio delle grandi organizzazioni
nazionali dei sindacati sul mondo del lavoro, si assiste oggi a un momento di riflusso. Il
lavoratore non delega più volentieri al sindacato e rivendica a se stesso la possibilità
di far valere i propri diritti.
Ormai è chiaro che le battaglie particolaristiche operate dal sindacato utilizzando le
masse dei lavoratori per farne ancora uno strumento di pressione nelle lotte di potere,
avulso dalla visione e dal contesto globale, non portano al risultato perseguito e
danneggiano l'interesse generale.
Nel contesto corporativo, invece, ogni cittadino, in base all'attività lavorativa esercitata, fa parte di una categoria produttrice a cui corrisponde una relativa organizzazione che ne rappresenta gli interessi: il sindacato professionale. Le categorie riconosciute sono poi suddivise in due gruppi: quelle dei lavoratori e quelle dei datori di lavoro (Galimberti nel suo progetto ne individua in tutto 14, dai professionisti e artisti ai proprietari di fondi urbani).
Concludendo, le Corporazioni sindacali rappresentano la più intelligente forma di risoluzione dei problemi un tempo affidati allo scontro permanente tra le classi sociali.
Il principio della rappresentanza politica
La più che quarantennale attività di appagamento degli interessi personali ha annientato in Italia l'unità politica e compromesso l'economia, con la conseguente perdita di prestigio e credibilità sul piano internazionale.
Da questa constatazione nasce l'esigenza di dare l'avvio ad una grande riforma per soddisfare la generale richiesta di rinnovamento. Mi riferisco a quei radicali cambiamenti indispensabili a liberare la società dai malanni più gravi ed a ristabilire la giustizia; ma poiché le riforme dovrebbero farle i partiti (chiaramente poco propensi ad attuare riforme che limitino il loro potere), il risultato consite nel vedere attuate molto lentamente queste trasformanzioni. Questo perchè, almeno nel caso italiano, il sistema è fatto su misura per i partiti. Forse questa fase di grave incertezza politica può rappresentare l'occasione giusta per impostare un proficuo e sereno dibattito in merito alle proposte corporative, a dispetto della linea liberomercantilistica presa di recente dal governo Berlusconi. Le proposte corporative mirano a costruire rappresentanze reali degli interessi di tutti i cittadini ed un libero ed efficientissimo rapporto diretto tra governanti e governati senza l'intermediazione dei partiti.
L'ipoteca dei partiti E' sostenibile l'esautorazione dei partiti nella società attuale che pur in stragrande maggioranza li disprezza? La gente iscritta ai partiti è oggi enormemente diminuita e ancora più esiguo è il numero di coloro che si impegnano nell'attivismo. Ormai le sezioni non contano più sulla passione degli iscritti, ma si reggono sull'operato dei funzionari stipendiati, carrieristi o professionisti della politica. Attorno le segreterie dei partiti ruota, poi, tutta una serie di loschi personaggi, interessati a trovare collocazione nelle aziende e negli enti di controllo pubblico, fedeli al proprio interesse e, in via del tutto marginale, a quello del partito. I partiti, inoltre, in questo più che quarantennale saccheggio, hanno colonizzato fortemente i mezzi di informazione e detenuto, previa lottizzazione e inserimento dei rispettivi uomini di fiducia nel Consiglio di Amministrazione, l'indispensabile strumento della televisione pubblica. Gli uomini di partito sono stati fino a poco fa stabilmente inseriti nelle banche e nelle più potenti organizzazioni economiche, nel rispetto della regola secondo la quale il potere politico fa le leggi in favore del potere economico e questo ricambia con donazioni (tangentopoli). Gli uomini di partito hanno avuto anche in mano altre fonti inesauribili di risorse : gli appalti delle opere pubbliche e i concorsi pubblici. Hanno inoltre deciso sull'assegnazione di molte cattedre universitarie e sui vertici dei contesi organismi sportivi. Non c'è ambito della vita pubblica dove la corruzione della partitocrazia non sia penetrata.
Solo un'autentica rivoluzione potrebbe liberarci da questo malanno che
annienta i valori e le virtù degli individui.
Allora si dovranno trovare dei meccanismi che lentamente sottraggano terreno ai partiti e
li costringono - senza esautorarli in tutto - a svolgere ruoli più consoni ad una
società che non vuol più delegare, che rivendica il diritto a partecipare e a decidere.
Ai partiti potrebbe restare il ruolo di portatori di idee (o ideologie se ne hanno), di
preparatori della classe politica, di organizzatori di dibattiti. Ma certamente niente
più partiti proprietari delle istituzioni.
Un cambiamento di tal genere non può essere rapido e la gradualità, nel tempo, deve attraversare un intensa politica di recupero dei valori della vita pubblica e dell'individuo, con l'obiettivo di far coincidere la responsabilità del potere con le competenze e i meriti delle persone che ci rappresentano. Un segnale confortante si è avuto con l'elezione diretta dei sindaci.
La partecipazione diretta dei lavoratori alla vita politica La
partecipazione dei lavoratori alla vita politica si realizza attraverso la rappresentanza
delle varie categorie della vita economica e sociale all'attività legislativa.
La partecipazione fa emergere un concetto nuovo: siamo di fronte ad una visione dello
Stato quale espressione del popolo. Attuare un sistema corporativo come quello appena
descritto rappresenterebbe il salto di qualità per il nuovo ordinamento sociale europeo,
finalizzandolo così ad una responsabilizzazione e coinvolgimento a 360 gradi del
cittadino. Il concetto di partecipazione si qualifica anche perfettamente con l'idea di
"partecipazione alla cosa pubblica"; sintende con questa definizione il
diritto di accedere alle cariche e alle funzioni pubbliche e di nominare con il voto i
rappresentanti a tali uffici.
Storicamente un sistema del genere in Italia era gia stato adottato tra le due guerre (con la creazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni), mentre oggi istituti simili svolgono soltanto compiti consultivi (ad esempio il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro in Italia e il Comitato Economico e Sociale nell'UE ).
Si tratta ora di riaffermare negli Stati europei la centralità del
lavoro quale fonte di diritti. Anzi aggiungo che di fronte al diritto al lavoro, gli
Stati dovrebbe impedire la disoccupazione grazie a occupazioni pubbliche e a fondi di
solidarietà. Oggi potrebbe sembrare ingenuo o utopistica una formula del genere di fronte
alle priorità del risanamento dei conti pubblici, ma è, invece, un forte e attualissimo
richiamo ad una diversa concezione della vita che interpreta il lavoro come valore morale.
Del resto, anche in un'ottica meramente utilitatistica, il modello americano fondato su
un'ampia libertà di licenziare è in crisi. Un governo, anche il più liberista, non si
può addossare una mole di disoccupati che alimenta disperazione e grava sull'assistenza
pubblica.
Se consideriamo quanto sia stato infangato il concetto di lavoro per scopi di potere, deve
essere di lezione ricordare che nell'ultima fase dell'ultimo conflitto mondiale si
lanciava un' indicazione nuova e non materialistica del lavoro. Indifferentemente i
progetti della RSI e di Galimberti ponevano il lavoro a "base della Repubblica e suo
oggetto primario" e rilanciavano il concetto del lavoro come "dovere"
:"dovere sociale che solo a questo titolo ha la tutela dello Stato".
Conclusioni Alla luce di quanto appena detto, vorrei accennare ad un'ipotesi di riforma "sociale" da attuare nell'Italia di oggi.
La rappresentanza politica potrebbe essere affidata a due Camere, di cui una composta dalla rappresentanza delle categorie del lavoro, con compiti di iniziativa legislativa, l'altra, in cui trovano posto i vari rappresentanti dei partiti politici, con il compito di vigilare sull'operato dell'esecutivo .
I partiti verrebbero a svolgere il ruolo di portatori di idee, non solo partecipando alla Camera di "vigilanza", ma svolgendo anche un importante ruolo di proposta e di sostegno ai candidati durante le campagne elettorali per l'elezione diretta dei sindaci e, in seguito, delle più alte cariche dello Stato: il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio dei Ministri.
Ai responsabili scelti direttamente dal popolo si dovrà quindi affidare tutto il potere necessario a rendere efficiente l'esecutivo, a metterlo in grado di risolvere tempestivamente i problemi e di prevedere le esigenze della società. Sarà opportuno, allora, abbreviare la durata dei mandati e rendere più concreti e capillari i controlli. In tal modo i partiti sarebbero costretti a dei cambiamenti sostanziali per rendersi "competitivi" : dovrebbero, prima di tutto, selezionare attentamente i candidati alle elezioni, preferendo quelli più capaci e con un vasto seguito popolare, a scapito dei burocrati di apparato.
Di tutte le istituzioni democratiche il concetto chiave deve essere non solo il suffragio, l'elezione dei rappresentanti dei partiti, ma soprattutto la "partecipazione". Ed è appunto questo il concetto nuovo nella democrazia, non solo come forma di organizzazione dello Stato, ma anche come tipo di relazione umana. Gli uomini sono davvero liberi quando vedono riconosciuto il loro diritto a prendere parte direttamente agli affari pubblici e vivere attivamente la vita politica. Se la partecipazione è davvero la tappa più importante del lungo percorso che va dal cittadino al potere, allora non capisco come possa ancora andare avanti un modello obsoleto come il parlamentarismo classico, in cui la rappresentanza non è certo al servizio di un impegno di tutti all'opera comune, ma al servizio della competizione continua tra interessi particolari.
Vorrei concludere invitando tutti i cittadini a impegnarsi nella vita
politica. Negli ultimi decenni nei Sistemi liberal-consumistici, è aumentata la tendenza
da parte dei cittadini di astenersi dalla partecipazione attiva alla vita politica, se non
per svolgere opportunisticamente attività di proprio interesse. La maggioranza preferirà
rimanere nella propria abitazione godendosi i piaceri della vita domestica, almeno finché
il governo in carica, qualunque esso sia, produca i mezzi di questa soddisfazione (è
lampante, sotto questo punto di vista, le motivazione dell'improvvisa riscoperta della
politica da parte di molti italiani visto che recentemente sono stati colpiti pesantemente
i "mezzi della soddisfazione della vita privata" quali, ad esempio, pensioni,
patrimoni e redditi).
Se la partecipazione verrà meno e se le associazioni politiche e di volontariato si
dissolveranno, irrimediabilmente il singolo cittadino si troverà solo di fronte alle
Stato burocratico. Ciò fa emergere il pericolo di una nuova forma di dispotismo: non una
dittatura violenta ma un governo paternalistico.
Le considerazioni svolte finora non intendono esaurire nella maniera più assoluta la vastità delle tematiche affrontate, ma mi auspico che possano diventare un punto di partenza per meditare sulla necessità di rendersi portavoce di un rinnovamento del sistema economico basato su "scelte sociali" idonee cioé a tutelare il reale benessere di tutti gli individui.
Tali scelte sociali riguardano principalmente le nuove regole ecologiche; le normative sulla partecipazione dei lavoratori all'attività dell'impresa; una più ampia protezione sociale a tutta l'Europa; più alti trasferimenti netti interregionali su scala europea, un maggiore decentramento amministrativo; una trasformazione sindacale e una riforma della rappresentanza politica. Questo significa semplicemente la costruzione di un "nuovo ordine" iniziando dall'Europa. L'Europa è la patria di più nazioni per la formazione della quale, nel corso dei secoli, si sono resi necessari grandi sacrifici umani : sono nazioni generalmente costituite nel fervore della guerra e della rivoluzione.
Non è facile costruire una nazione. Storicamente il modo più semplice è stata la guerra, mobilitando tutti contro un comune nemico, come nella conquista di una "nuova frontiera": l'Impero di Bismark è stato proclamato a Versailles con l'Alsazia e la Lorena come regalo di nozze ed è stata la conquista dello stato pontificio e delle regioni di frontiera dell'impero Austro-ungarico che ha permesso l'unificazione dell'Italia.
Può l'Europa evitare la sciagura di un altro evento bellico? Non c'è più motivo di rendere l'Europa più vicina tramite conquiste militari. L'Europa può essere costruita su un grande compromesso, anche se difficile, nel nome della speranza di un mondo migliore. D'altro canto non è assurdo concepire un'estensione geografica (e non militare) della nostra "piccola Europa". Nell'Europa dell'est, Nazioni dove è radicata l'anima dell'Europa si sono appena scrollate di dosso il giogo del totalitarismo. La fine degli accordi di Yalta potrebbe rappresentare l'occasione per una nuova frontiera europea - un cammino verso la mitteleuropa, verso l'Est. Questa idea spaventa i sostenitori dell'Europa atlantica (in particolare la Gran Bretagna). L'estensione verso sud è stata completata (sta però diventanto una zona di subappalti per gli europei del nord in cerca del sole). Il discorso con l'Europa orientale è differente : che cosa accadrebbe se la Germania riacquistasse tutta la sua potenza e i suoi legami con il mondo slavo? Ancora, cosa sarebbe l'Europa senza Praga o Varsavia o Budapest? Un'Europa troppo privilegiata, decurtata di metà della propria cultura, messa insiema alla rinfusa sotto l'ombrello protettivo nucleare americano.
La rispostà è la seguente : non ci sarà un'Europa Nazione fintanto che l'Europa rimarrà un protettorato americano sotto la Nato. L'Europa non può rivendicare un ruolo guida se è schiava della dittatura del liberismo e del mercato.
Inoltre l'Europa non potrà essere nè un faro per le Nazioni, nè una speranza per la pace, a meno che non si associ ed aiuti con maggiore impegno la gente del terzo mondo. La nuova frontiera geografica semplicemente sarà un mito militare se non sarà basata sulla convergenza di movimenti di pace nell'est e nell'ovest. L'Europa unita sarà unicamente un ipermercato senz'anima se non offrirà agli europei e all'umanità in generale una nuova proposta basata su un nuovo modo di vivere, di lavorare e di fare politica.
Come antesignana della libertà individuale e del welfare state, la nuova Europa potrebbe rappresentare un compromesso tra autonomia locale e politica comune di solidarietà. Questa è la nuova frontiera , il progetto alternativo. I modelli di sviluppo che hanno dominato l'era del dopoguerra hanno dato origine a gravi forme di conflittualità nel mondo del lavoro, strapotere dello Stato burocraticizzato, lottizzato dai partiti politici e contraddizioni tra l'internazionalizzazione della produzione e dei mercati e il contesto ancora nazionale della normazione e dei regolamenti.
Il modello alternativo di sviluppo propone:
· un nuovo patto salariale, basato su una nuovo sistema corporativo ed un aumento del tempo libero;
· un nuovo ordine mondiale basato sul dialogo multilaterale, parziale abolizione dei debiti dei Pvs e clausole sociali sugli scambi;
· il sistema partecipativo come cardine della vita democratica;
· alternative di sviluppo a livello locale, dando maggiore importanza al fattore ecologica.
Il nuovo modello macroeconomico assicurerà la piena occupazione attraverso un aumento della domanda aggregata (in parte dovuta al miglioramento delle condizioni di vita e del reddito dei paesi poveri del mondo. Questo grazie ad una maggiore impegno nella politica di aiuti, in clausole commerciali particolari e al riscatto parziale del debito), la crescita del lavoro "verde", delle nuove occupazioni per il tempo libero ed ad un maggiore impegno nel sostegno della Pmi. La nuova configurazione globale aumenterà lo sviluppo autocentrato e gli accordi sulla cooperazione e lo sviluppo. Chiaramente, certe pratiche del liberal-produttivismo, sono presenti anche in questo modello, in particolare : circoli di qualità e politiche di innovazioni. Ma la logica che sta alla base dei due modelli è diametralmente opposta. Il liberal produttivismo degli anni '80, è basato su un conflitto che coinvolge tutti, a livello locale o internazionale. La finalità intrinseca della lotta è l'incessante accumulazione solo per l'interesse dell'accumulazione. Il modello dell'economia sociale di mercato è invece all'avanguardia nella riconciliazione conflittuale tra libera iniziativa e dovere alla solidarietà. Un passo in avanti verso un futuro migliore.
- Franco Franchi, Caro nemico, la Costituzione scomoda di Duccio Galimberti eroe nazionale della Resistenza, Settimo Sigillo, 90;
- Martin Weitzman, L'economia della partecipazione, Laterza, 86;
- Charles Taylor, Il disagio della modernità, Laterza, 94
- Cynthia D. Scott - Dennis T. Jaffe, Empowerment, Franco Angeli, 92;
- Alain Lipietz, Towards a new economic order, Polity Press, 84;
- CONSIGLIO DEI MINISTRI DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA, Premessa fondamentale per la creazione della nuova struttura dell'economia italiana", 13 Gennaio 1944;
- D.L. N. 394/91 - G.U. DELLA REPUBBLICA ITALIANA, legge quadro sulle aree protette;
- COMMISSIONE DELLE COMUNITA' EUROPEE, Proposta di Direttiva del 25 agosto 1989 concernente lo statuto della Società europea (Gazzetta ufficiale delle Comunità europee);