Il
bosco della Mesola sul delta del Po era una località rinomata sin dal
Rinascimento. Numerose delizie estensi, splendide cascine di caccia sorte
durante I fasti del ducato, erano
state volute dai duchi ferraresi per ospitare la corte durante le battute di
caccia.
Il
bosco aveva mantenute intatte le sue suggestioni per secoli. Negli anfratti
della boscaglia si potevano ancora ammirare molte specie rare di volatili
riposarsi nella quiete del bosco durante le loro peregrinazioni
periodiche.
Anche
Bianca, come tanti altri prima di lei, era sedotta da tanta bellezza, un
panorama in bilico tra terra e mare, tra realtà e fantasia,
con i colori spesso stemperati da tenui nebbie che aggiungevano,
talvolta, anche un tocco di malinconia al fascino di quella terra di laguna.
Certo
questa malinconia non era complice con Bianca nel fugarle pensieri inquietanti
che riguardavano sopratutto il destino di Adelmo e della sua famiglia. Viveva in
uno stato d’ansia ormai abituale che spesso regrediva in intere giornate di
grande depressione ogni qualvolta con la mente ripercorreva un’ideale
itinerario del cuore che la conduceva fino alle montagne della Valtellina. Non
trovava giovamento neanche dalla lettura dei classici russi, a lei
particolarmente graditi. La lettura di Tolstoj e Dostoevskiy scorreva troppo
facile per lasciare qualche vera emozione nella sua testa….e alla fine smise
di leggere.
Bianca
e Adelmo si erano conosciuti durante il Natale del ’34. Lui era appena tornato
a Ferrara dopo aver terminato gli studi universitari, mentre lei si era appena
iscritta alla facoltà di lettere di Ferrara e frequentava I corsi del primo
anno in quel bel edificio rinascimentale antistante Piazza Areostea.
Era
una cena natalizia a casa di un’amica comune. Adelmo rimase profontamente
colpito quando gli venne presentata Bianca. La osservò per tutta la serata:
tanto timida, riservata e cordiale nei modi quanto altera nell’incedere e nel
portamento. Non ci volle molto: al termine della serata Cupido aveva già
colpito irriparabilmente il povero Adelmo, fu amore a prima vista.
Sfortunatamente però questo sentimento fu ricambiato da Bianca se non dopo
travagliate e alterne fortune. Adelmo, che era sempre stato di indole timida, in
questo frangente rimase lui stesso sorpreso della propria ostinatezza: un po’
le tecniche dongiovannesche apprese da Loris a Bologna e un po’ la fulgida
rivelazione che in quella serata natalizia aveva incontrato la donna della sua
vita, si dimostrò insistente e deciso sin dall’inizio: voleva lei e
nessun’altra….non si sarebbe arreso facilmente.
Tra
un gioco natalizio e una fetta di panettone trovò i pretesti giusti per
incominciare a parlarle, …e intanto la ammirava! I capelli lisci color
tamarindo che profumavano di mandorlo, la pelle più liscia e chiara
dell’avorio, il naso prominente al punto giusto da renderla terribilmente
intrigante, il seno esuberante sebbene celato da una abbottonatissima camicetta
indossata sotto un maglioncino d’angora e
quelle labbra piccole e sottili che sembravano tradire una sensazione combinata
tra inquietudine e repentini brividi di freddo.
E
poi quello sguardo! Quel malinconico sguardo che mandò in briciole il cuore di
Adelmo.
La
malinconia, credeva Adelmo, era una grande virtù perché propria di chi aveva
un animo troppo nobile e presupponeva una sensibilità che ai più non era
concesso avere. Quanto era affascinato da questo stato d’animo, come se
intuisse che dalla malinconia scaturisse una profondità e una poeticità unica,
che non potevano essere condivise con nessun altro. E forse questa
predisposizione portava i beneficiati a intuire l’infelicità della vita a
dispetto delle tante inezie piacevoli del vivere superficiale e del benessere
materiale.
E
in effetti Rizzati ebbe una felice intuizione nell’interpretare la malinconia
di Bianca quale grande dote di un animo nobile. Appena ebbe modo, in seguito e
dopo molta fatica, di entrare nelle sue confidenze e, soprattutto, nel suo
mondo, si rese subito conto di quanta poesia erano ricche le sue parole e di
quanta grazia fosse profuso il suo mondo.
Al
tempo stesso Adelmo era divertito dal costatare quanto Bianca fosse goffa nelle
questioni pratiche di tutti i giorni. Viveva in un mondo diverso, di segnali
quasi impercettibili, di purezza, di intelligenza e di arguzia tale che Adelmo
desiderò quanto prima farne parte.
Ci
vollero mesi di costanza continua, di piccoli passi e di attenzione ai minimi
dettagli, specie quelli emotivi, per riuscire nei suoi intenti. Tutti questi
mesi di infinita pazienza furono poi coronati dal meritato e premuroso amore di
Bianca.
Era
ormai un’unione sincere ed intensa che durava da anni. Adelmo provò a suo
modo a convincerla a prendere in considerazione il matrimonio, ma a questo
argomento Bianca si chiudeva in se stessa e si allontanava da Adelmo. Provava
disagio, inquietudine che chiaramente confermava la sua paura di addossarsi
grandi responsabilità. Tutto ciò non rispecchiava il suo mondo, anzi lo
scombussolava, gli toglieva certezze.
Erano
passati 10 anni da quel Natale del 1934: Bianca aveva 29 anni e Adelmo 34.
Bianca
sentiva nostalgia di Adelmo, avrebbe voluto inviargli una lettera ma non aveva
recapiti. Lui, prima di partire per la missione della Valtellina, le disse di
non preoccuparsi: sarebbe stato sua cura darle notizie appena possibile.
Per
dare un pò di riposo alla mente insidiata dall’ansia e mettere fine alla
monotonia delle giornate d’attesa, Bianca
talvolta accettava i consigli della madre e di buon grado assieme a lei seguivano lo zio nelle sue attività giornaliere. Il vecchio
guardiacaccia era solito girare per la riserva, fermandosi di volta in volta nei
villaggi che incontrava lungo il delta di Goro.
Quella
volta accadde che lo Zio si dovette recare presso un piccolo villaggio a circa 5 km da Goro. Doveva scortare un’ambulanza lungo
quelle strade fangose: ancora una vittima innocente della tubercolosi.
Il
delta era certo generoso per suggestioni e panorami ma spietato per i propri
figli: in molti villaggi si viveva di stenti, di quel poco che si poteva
ricavare da quella terra salmastra. L’acqua potabile poi era una chimera.
Inoltre la condizione malsalubre legate all’ambiente paludoso rendevano la
precarietà della vita ancora più fragile. La tubercolosi mieteva ancora tante
piccole vittime al di sotto dei tre anni. E poi c’era la malaria, lo scorbuto
e persino casi di peste!!
La
casa dello zio di Bianca era dotata di un posto telefonico e non di rado
capitava che arrivasse qualche povero disgraziato per scongiurare il
guardiaparco di chiamare d’urgenza un medico perché un proprio congiunto era
gravemente ammalato.
Anche
quella volta la vittima era un bambino, un povero piccolo che non riusciva quasi
più a respirare. Quando arrivavano, il piccolo malato era già privo di sensi.
Un medico gli oscultò il petto e poi lo stesero sulla barella. Bianca e la
madre erano straziate, non potevano fare a meno di vivere come proprie le
sofferenze altrui. Tutti gli abitanti del villaggio ammutoliti nel proprio
dolore si raccolsero attorno all’ambulanza. Una vecchia che sapeva ancora
piangere versò delle lacrime….ma fu sola.
Allora
Bianca si allontanò dagli altri per vivere un attimo in solitudine l’amarezza
della propria impotenza.
La
madre intanto parlava con una contadina benvoluta da tutta la gente del posto.
Si chiamava Maria. Questa donna oltre ad essere impegnata nei campi, era anche
la levatrice del luogo. Maria, a dispetto dei suoi 37 anni, aveva un viso
profondamente invecchiato che non nascondeva una vita segnata da privazioni.
Madre coraggiosa di 4 figli, di cui uno recentemente deceduto, era la classica
figura di donna dotata di saggezza e di grande forza d’animo. Era sempre
pronta a prodigarsi per gli altri e a donare un po’ di conforto e compassione
per chi soffriva. Nussuno l’aveva mai vista senza un sorriso sulle labbra:
sorrideva sempre perché, come diceva lei stessa, in ogni occasione riusciva a
scorgere un segno d’amore. A voce di tutti questa donna era un dono mandato da
Dio, una piccola luce che irrompeva nelle tenebre della loro disperazione e
miseria.
In
questo stato di precarietà della vita per queste comunità del delta, aggravata
ancora dalle sorti della guerra, Maria aveva deciso di prodigarsi per i malati
del villaggio e, non appena le sue mansioni glielo consentivano, si recava di
casa in casa per curare gli infermi, confidando in quel poco di buon senso e in
qualche rudimento di medicina che aveva appreso nella sua pratica di levatrice.
Bianca
notò che sua madre stava parlando con Maria da una decina di minuti ormai,
quando finalmente si decise di andare loro incontro.
“Bianca
finalmente” cominciò la madre “Maria mi stava raccontando del suo impegno
rivolto ai bambini ammalati e anche
delle sue difficoltà nell’assisterli tutti. Stavo pensando che potevamo
aiutarla noi due in questa sua ammirevole opera di assistenza”. “Mamma”
replico Bianca “certo non abbiamo le conoscenze mediche e l’esperienza per
assistere questi bambini ma…..”
e qui sorrise ”sono sicura che all’inizio basterà un po’ di amore e
l’aiuto di Maria!”........