PRIVATIZZAZIONE O PROPRIETA PUBBLICA ?
Recentemente il ministro Ciampi, a colloquio con il Commissario della UE Van Miert, ha annunciato che il governo italiano considera che "la missione dellIRI, quale Finanziaria pubblica di grandi imprese manifatturiere e di servizio che operano sotto il monopolio di Stato, è giunta a termine". LIRI è ormai condannato dai piani di governo a perdere due terzi delle proprie attività rimastegli, nel corso dei prossimi dodici mesi.
I politici, gli economisti, i giornalisti, e gli italiani hanno appreso questa notizia dai consueti mezzi dinformazione e non è successo niente. E questa è la prova del fatto che lIRI, ormai, è considerato una sorta di vecchio strumento ereditato del passato. Il potente Istituto per la ricostruzione industriale uscirà quindi di scena senza lonore delle armi e, forse, senza nemmeno una cerimonia commemorativa.
La prossima mossa di questa condanna annunciata prevede la scorporazione della STET, la Holding delle telecomunicazioni, posseduta per il 64% dallIRI, che sarà rilevata dal Ministero del Tesoro per poi venderla, ultimato lennesimo riassetto organizzativo che prevede il parto della SuperStet, agli investitori privati.
Da più parti e continuamente, si sentono dare giudizi affrettati circa lopportunità dellintervento pubblico, giustificandolo con affermazioni quali "limpresa pubblica è inefficiente per definizione". Gli equivoci nascono quindi dalla stessa definizione di imprese pubbliche, che comprende, genericamente, monopoli, aziende pubbliche e municipalizzate, fino ad arrivare alla proprietà di quote azionarie di maggioranza di imprese private che operano nel marcato concorrenziale. Si tratta, in realtà di insiemi molto eterogenei sia per le caratteristiche dell'attività economica svolta sia per la natura giuridica delle imprese stesse sia, infine, per l'intensità dei rapporti (di "controllo", di finanziamento ecc.) con gli enti proprietari. Spesso parte di queste imprese non perseguono la massimizzazione del profitto o gli stessi obiettivi delle imprese private, per cui non contribuiscono a fornire rilevanti entrate al bilancio dell'ente proprietario. Anche l'esistenza di questa parte (mobiliare) del patrimonio pubblico si spiega, quindi, con ragioni diverse ed è legata alla realizzazione di certi obiettivi di politica economica. Addirittura i ricavi di alcune di queste imprese (generalmente i monopoli pubblici) vengono definiti tariffe e presentano, in realtà caratteristiche che possono avvicinarli, sotto certi aspetti, alle entrate e contributi pubblici.
Dunque, le caratteristiche delle imprese pubbliche sono molto varie ed è dunque difficile classificarle rigorosamente. Se si fa riferimento alle esperienze concrete dei principali paesi industrializzati del mondo occidentale, si possono con qualche approssimazione individuare due categorie di imprese pubbliche: i monopoli (o quasi-monopoli) pubblici e le imprese a partecipazione pubblica, che svolgono la loro attività in regime di concorrenza all'interno e/o all'estero.
Anche se i confini non sono netti, va osservato che di norma ai due tipi di imprese corrispondono finalità diverse dell'intervento pubblico, nel senso che l'esistenza delle imprese nazionalizzate, di imprese di diritto pubblico e talvolta di monopoli, è spesso spiegata con i più tradizionali "criteri di intervento" delle imprese pubbliche, mentre le imprese a partecipazione sono più sovente collegate ai problemi del decollo economico e alle politiche industriali (salvataggi, prodotti strategici, ecc.).
Aspetti teorici a favore della gestione pubblica
Circa i criteri, cui tradizionalmente si è fatto ricorso per dimostrare la preferibilità della gestione pubblica a certe attività produttive, il primo fa riferimento all'impossibilità da parte dell'impresa privata di raggiungere le dimensioni "ottime" della produzione, in presenza di particolari condizioni tecniche dei processi produttivi e della domanda. Si è, cioè, osservato che, in alcuni settori produttivi, gli impianti minimi sono di dimensioni tali che il costo medio totale è per lungo tratto decrescente e il suo punto più basso viene raggiunto in corrispondenza di un livello di produzione molto elevato, per cui può accadere che la curva di domanda intersechi la curva del costo medio totale in corrispondenza di una quantità del prodotto per la quale il costo medio totale è ancora decrescente e non ha raggiunto il suo punto di minimo. Ciò accade, ad esempio, tutte le volte che una certa attività produttiva richieda un elevato ammontare di investimenti e costi fissi per impianti e costi d'esercizio relativamente bassi, come nel caso dellerogazione di servizi telefonici e di telecomunicazione, o della produzione di energia elettrica.
La gestione privata di queste attività produttive, quindi, normalmente non consentirà di sfruttare pienamente la diminuzione dei costi medi al crescere della produzione e di fissare il prezzo al livello del costo medio minimo, perché in corrispondenza di esso il prezzo di domanda (al quale si potrebbe vendere la maggiore quantità prodotta) è inferiore al costo medio, sicché l'impresa si trova ad operare in perdita. Quindi l'impresa privata produrrà soltanto quella quantità di prodotto che corrisponde al punto d'incontro tra la curva dei costi medi e la curva di domanda, quantità che è inferiore a quella ottenibile al costo medio di produzione minimo.
Questo processo giustifica la presenza di condizioni di monopolio o oligopolio in certi settori di attività. Ancora, la presenza di condizioni monopolistiche può essere spiegata dalle condizioni tecniche di produzione, che richiedono elevati costi di impianto con ritorni di redditività a lungo termine. Ciò vuol anche dire che in taluni settori non sarebbe preferibile una produzione frammentata in numerosi piccoli impianti in concorrenza fra loro: solo l'accentramento della produzione può consentire l'adozione di tecniche più moderne ed efficienti, e quindi una situazione monopolistica può favorire il consumatore rispetto a una situazione di concorrenza, nel senso di fargli pagare prezzi inferiori per uno stesso o migliore prodotto. Un esempio del caso in questione è rappresentato dal caso delle ferrovie e dai trasporti in genere.
Alla luce di quanto detto una situazione monopolistica, se lasciata alla gestione privata, può allora favorire lo sfruttamento del consumatore. E noto, infatti, che il monopolista privato, che miri alla massimizzazione del profitto netto, fisserà il prezzo di vendita a un livello superiore al costo marginale; ciò significherà che parte della domanda che sarebbe disposta a pagare un prezzo inferiore a quello imposto dal monopolista, ma pur sempre superiore (o eguale) al costo marginale, rimarrà insoddisfatta. E tale situazione potrà essere aggravata per i consumatori se il monopolista applica prezzi discriminati non secondo la diversa intensità della domanda del prodotto, ma secondo le sue personali preferenze e interessi.
Pare quindi evidente che in tali situazioni si richiede l'intervento pubblico; quest'ultimo può tuttavia assumere forme diverse e spesso si è sostenuto che può limitarsi a un controllo esterno della situazione monopolistica senza giungere alla gestione pubblica di quella attività produttiva (es. "lAuthority"). Ma il controllo esterno si rivela spesso inadatto a raggiungere lo scopo di soddisfare la domanda disposta a pagare un prezzo pari al costo marginale; infatti, un controllo che consistesse nel limitare tutti i profitti di monopolio farebbe scomparire ogni interesse da parte della gestione privata a migliorare o espandere la propria produzione.
Il secondo criterio, che è quello della divergenza che può sussistere tra i fini perseguiti dai privati e gli obiettivi sociali (anche se ovviamente tali fini potranno essere diretti a favorire gli interessi di una parte soltanto dei soggetti che compongono la collettività cui ci si riferisce), può comportare, a seconda dei casi, la nazionalizzazione di settori produttivi ovvero l'utilizzo di imprese a partecipazione.
Così quando si passa ad attribuire all'attività finanziaria pubblica anche il compito di modificare la distribuzione delle risorse, per esempio riducendo i dislivello esistenti tra diverse zone di uno stesso Stato, allora, in taluni casi, soltanto la gestione pubblica di attività produttive (o lerogazione di incentivi finanziari a favore di tutti gli imprenditori), create nelle zone più povere, può consentire la realizzazione di quell'obiettivo, superando le diseconomie esterne esistenti o creando nuove economie esterne; mentre la gestione privata, ispirata al criterio della massimizzazione del profitto, potrebbe considerare più conveniente estendere l'attività produttiva nelle zone più ricche (e meglio fornite di tutte quelle strutture e servizi complementari alla produzione) anziché in quelle più povere. Allo stesso modo, quando si attribuisca all'attività finanziaria pubblica il compito di assicurare la piena occupazione dei fattori produttivi disponibili, o almeno di garantire un livello minimo di reddito anche ai lavoratori involontariamente disoccupati, allora l'impiego di lavoratori in attività produttive gestite dal settore pubblico (mi riferisco quasi esclusivamente ad attività di infrastrutturazione e opere pubbliche) può apparire conveniente finché la loro produttività sia superiore o almeno pari alla differenza tra il salario che viene loro pagato e il reddito che in ogni caso la collettività dovrebbe fornire loro (mediante, ad esempio, il pagamento di sussidi di disoccupazione); mentre, chiaramente, la gestione privata di una attività produttiva richiede che i lavoratori occupati abbiano una produttività superiore o almeno pari all'intero salario pagato.
Il terzo criterio si riferisce alla vocazione più squisitamente strategica di certi comparti industriali e di servizi. A differenza dei casi precedenti i cui fini sociali spesso precludevano la redditività e talvolta la efficienza dellimpresa stessa, in questo caso le imprese si trovano a competere in economia di mercato, in un contesto in cui le imprese devono garantire competitività e quindi è conveniente operare attraverso il sistema delle "partecipazione", cioè possedendo il pacchetto di controllo delle imprese in tutto e per tutto private, attraverso cui linfluenza pubblica si debba limitare unicamente a garantire il perseguimento della missione aziendale che è in questi casi sempre importante per la crescita o per la sicurezza della Nazione (quali, ad esempio, la ricerca, lo sviluppo di sistemi di telecomunicazioni e i sistemi di difesa). Infatti in molti campi della ricerca e della produzione ad alto valore aggiunto, caratterizzati quindi da enormi investimenti e da ritorni a lungo termine, solo il settore pubblico può garantire un flusso continuo di investimenti e garantirne lerogazione a beneficio di tutta la collettività.
Lultimo criterio si riferisce allacquisto e risanamento di imprese in crisi temporanea ma strutturalmente sane e operanti in settori in espansione. Quando i costi di rifinanziamento di un impresa sono più bassi dei costi sociali sostenuti per far fronte alla perdita di un indotto importante per leconomia locale e di posti di lavoro, e quando tale impresa dia le giuste garanzia che una volta finanziata possa competere sul mercato con le proprie forze, è allora vantaggioso operare il salvataggio. E il caso di società che sono state gestite da un pessimo amministratore. In Italia gli enti pubblici che si sono occupati di salvataggio e amministrazione momentanea di imprese sono stati principalmente lEfim e la Gepi.
Esempi a sostegno dellintervento pubblico potrebbero moltiplicarsi, dipendendo appunto dall'estensione da dare alla gestione pubblica di attività produttive dagli obiettivi che, in una determinata situazione, si ritiene debbano essere realizzati dall'attività finanziaria pubblica; ed è naturale che quegli stessi obiettivi influenzino, una volta che si sia deciso per la gestione pubblica, i criteri con i quali quella certa attività viene gestita.
Cè la speranza che le sorti della finanziaria di Stato per eccellenza, lIRI, dipenderanno dalla capacità dialettica e dalle validi e autorevoli argomentazioni di coloro i quali dovranno sostenere la causa della validità del principio di impresa di Stato, probabilmente sulla base dei criteri appena esposti.
LIri: cenni storici
L'Istituto per la ricostruzione industriale (IRI), è sorto nel 1933 con il compito, previsto temporaneo, di provvedere al risanamento della situazione finanziaria di alcune grandi banche e imprese industriali.
A seguito della crisi mondiale del 1929 alcune grandi aziende nazionali vanno in crisi, e finiscono per compromettere anche alcune grandi banche che le hanno finanziate. Le aziende industriali, in sostanza, non sono più in grado di far fronte ai debiti che hanno contratto con le banche. E quindi la logica del mercato esige che si verifichi un disastro. Le aziende in questione vanno in fallimento, seguite subito dopo dalle banche, che si ritrovano ad avere come debitori dei soggetti falliti e quindi totalmente insolvibili per definizione. Per lItalia di quei tempi, ma anche per quella di oggi, un simile evento, fallimento in contemporanea di alcune grandi aziende nazionali e di alcune banche importantissime, avrebbe avuto effetti catastrofici. Bisognava quindi evitare che ciò avvenisse. E la soluzione fu appunto la creazione dellIri.
LIstituto assunse il controllo delle banche in questione (Commerciale, Roma e Credit). Scorporò dalle banche le azioni delle aziende industriali in via di fallimento e le sistemò nel suo stesso portafoglio, gestendo il tutto da quel momento in avanti in modo separato: le banche da una parte, le aziende industriali dallaltra. LIri salvò le banche e le industrie diventandone il proprietario. Dopo la guerra, negli anni Cinquanta e Sessanta, lIri fu decisivo per la crescita del nostro paese.
Successivamente, nel corso degli anni, si è trasformato in organo permanente di gestione e di controllo degli investimenti pubblici in numerosi settori produttivi.
L'IRI è autorizzato a compiere sia tutte le operazioni finanziarie con le imprese partecipate, sia le operazioni sul mercato dei capitali necessarie per reperire i mezzi finanziari occorrenti per lo svolgimento dei suoi programmi. Il suo patrimonio è costituito dalle partecipazioni azionarie pervenute o assunte dallo Stato in varie circostanze; le partecipazioni sono raggruppate secondo i diversi settori di intervento e possedute da alcune società finanziarie, capigruppo dei settori, che sono poi direttamente controllate dall'IRI, che assume così semplicemente la funzione di una super-holding o superfinanziaria. Fu lIstituto a realizzare le grandi infrastrutture che hanno poi gettato le premesse del boom italiano dei primi anni Sessanta: la costruzione di autostrade e lo sviluppo dei servizi telefonici, da una parte, e la siderurgia dallaltra a cui si deve lo sviluppo dellauto e quella degli elettrodomestici.
Intanto era cresciuto lEni di Enrico Mattei, che rappresenta ancora oggi il secondo grande ente di gestione; esso ha il compito di attuare iniziative di interesse nazionale nel campo degli idrocarburi, dei gas naturali e della chimica. Attualmente opera attraverso alcune società capogruppo (come, ad esempio, l'AGIP, l'AGIP petroli, l'AGIP carbone, la Enichimica, la SNAM), le quali svolgono anche direttamente attività industriale e commerciale. Per lo svolgimento dei suoi compiti istituzionali, all'ENI è affidata su vaste zone del paese l'esclusiva della ricerca e dello sfruttamento degli idrocarburi.
Agli inizi degli anni Sessanta, lo Stato aveva nazionalizzato lenergia elettrica, creando lEnel. Lo Stato a questo punto possedeva un formidabile apparato industriale, tenendo anche conto del fatto che possedeva altre attività importanti quali le ferrovie.
Lesistenza di questo enorme complesso di aziende pubbliche accanto ad un sistema economico privato aveva così dato vita alla cosidetta "economia mista".
La crisi grossa dellIri inizia intorno agli anni Settanta. Ed è proprio dentro quegli anni loschi e difficili che lIri, in un certo senso, cerca di andare oltre il dovuto, occupandosi persino dellindustria dolciaria. Che cosa è accaduto negli anni Settanta? Gli anni Settanta sono, per buona parte dellindustria privata italiana, anni di crisi, di critica, di nuove idee e ricerche. In conseguenza della crisi, gli investimenti calano e si sente questa mancanza dei privati. Ma proprio in quegli anni il potere politico ha vari problemi a cui far fronte. Intanto, deve trovare una soluzione per gli spazi lasciati vuoti dallindustria privata, anche perché il sindacato e i lavoratori hanno ricominciato a manifestare il loro malcontento e mal sopporterebbero una crisi di lunga durata. Ecco quindi che i politici premono sullIri, il più formidabile e dinamico degli Enti pubblici. E i manager dellIri non si fanno pregare. Inventano posti di lavoro con estrema facilità e rapidità. In più i politici sanno che devono mostrarsi attenti ai problemi del Sud: anche lì bisogna fare qualcosa, aprire cantieri, assumere gente e darsi da fare.
LIri, di nuovo, corre allappello e fa quello che gli viene chiesto. Poi proprio in quegli stessi anni capita che molte aziende private, travolte dal cambiamento, finiscano in crisi. Molte imprese figlie del primo miracolo economico italiano esalano proprio negli anni Settanta il loro ultimo respiro lasciando dietro migliaia di disoccupati e focolai di proteste. Di nuovo i politici si rivolgono allIri e lIri obbedisce.
In sostanza lIri, che era nato nel 1933 per uno scopo nobile, che aveva accompagnato e reso possibile il primo miracolo economico italiano, quello dellimmediato dopoguerra, si trasforma negli anni Settanta in una sorta di immenso carrozzone agli ordini dei politici. La cultura aziendale, che era sempre stata un elemento fondamentale della deontologia della finanziaria, viene abbandonata. LIri, che aveva creato dal nulla una classe di dirigenti e manager di grande prestigio e capacità, va contro la propria storia, avanzano i burocrati opportunisti, che si assicurano posizioni di vertice in cambio dellobbedienza ai politici. La formula dellIri (che consisteva nel finanziamento delle proprie attività grazie allapporto dato dai risparmiatori privati come azionisti) non funziona più, in quanto le sue aziende iniziano a non produrre più utili e dividendi. Il risultato è che la formula Iri va in crisi: non arrivano più i soldi dei risparmiatori e lIstituto deve usare il denaro delle banche. I debiti crescono a vista docchio e quando arriva Prodi nel 1982, sono già superiori al fatturato
Iniziano le difficoltà ad accettare ed accertare tali maggiori oneri connessi con la realizzazione di obiettivi generali di politica economica e rimane irrisolvibile, a livello politico, la discussione sui modi in cui lo Stato dovrebbe far fronte a tali oneri. Alla possibilità di un contributo annualmente deliberato a ripiano degli eventuali disavanzi del bilancio (sul tipo di quello previsto nel caso delle Aziende Autonome), e che consente in linea di principio una verifica periodica dell'attività delle Partecipazioni statali, si preferì allora far ricorso soprattutto al sistema dei fondi di dotazione e che certamente ha garantito alle imprese una maggiore autonomia, ma anche una minore trasparenza in merito alle spese sostenute.
Inoltre lIri, come del resto tutto il sistema delle partecipazioni dello Stato, è sottoposto alla vigilanza e ai poteri di indirizzo del Governo con lo scopo di assicurare un'unicità di indirizzo alla politica economica attuata nel campo in questione. Onestamente l esercizio dei poteri di indirizzo e di controllo è apparso spesso limitato, sia per l'insufficiente elaborazione di direttive in sede di programmazione economica sia per l'autonoma spontanea espansione delle imprese a partecipazione statale nei campi più svariati, sia per i legami sempre più stretti e multiformi tra le stesse imprese e le varie forze politiche.
Le partecipazioni pubbliche verso il 2000
Il capitolo dellindustria pubblica è, immotivatamente, ormai considerato una specie di macchia per un paese che, pur avendo già altri ritardi da coprire, vuole comunque entrare nellEuropa liberista degli anni 2000. E così, pochi giorni fa, come già ricordato, il superministro delleconomia Ciampi dà lannuncio: LIri muore perché ha esaurito il suo compito.
Dalla grande superholding che era, lIri, ormai controlla solo: la FINMECCANICA, che controlla soprattutto società operanti nel settore meccanico, aeronautico, difesa e alta tecnologia; la STET per pochi mesi ancora, che controlla società operanti nel settore delle telecomunicazioni e dell'informatica; la FINCANTIERI, che controlla le società che gestiscono i maggiori cantieri italiani. Esistono inoltre varie forme di partecipazioni incrociate fra finanziarie e società operanti in settori diversi e società direttamente controllate dall'IRI, come l'Alitalia, la RAI.
I principali obiettivi che si può ritenere siano stati assegnati alle imprese a partecipazione statale, almeno fino a qualche tempo fa, erano rappresentati. come già menzionato, dal mantenimento di certi livelli di occupazione, dallo sviluppo economico del Mezzogiorno e dalla stabilizzazione del flusso di investimenti; si può anche pensare che si richiedesse che tali obiettivi dovessero essere perseguiti rispettando alcuni vincoli di efficienza interna e di profittabilità delle iniziative. Ma, come già scritto, tali vincoli non sempre sono stati definiti con sufficiente precisione, né è stato sempre chiarito fino a qual punto essi dovessero essere sacrificati per realizzare in una determinata misura gli obiettivi ricordati. Certamente per quanto riguarda lIri, la "funzionalità del sistema delle Partecipazioni statali agli obiettivi di politica economica" deve essere rivisto, annullando il peso dei vincoli rilevanti e richiamando lholding di Stato all'osservanza di un severo principio di economicità. Innanzitutto il contributo delle Partecipazioni statali alla politica di stabilizzazione del reddito e dell'occupazione va totalmente rivisto: nel passato gli investimenti delle imprese a partecipazione statale sono aumentati più rapidamente nelle fasi di espansione e più lentamente nelle fasi di rallentamento dell'economia, contribuendo così ad ampliare piuttosto che ad attenuare le fluttuazioni dell'intero sistema economico e portando al dissesto le imprese del gruppo "costrette" ad investire in zone ad alto rischio.
Più importanti sembrano oggi obiettivi di politica industriale, nel senso che si richiede a queste imprese (come ai "grandi" gruppi privati) un approccio strategico collegato con i mutamenti tecnologici e di mercato in atto.
Ancora, si può ricordare che l'opera delle Partecipazioni statali nel Mezzogiorno, anche se ha comportato l'impiego di mezzi ingenti con la realizzazione di grossi progetti ed è consistita spesso in un'azione di rottura di una situazione economica stagnante, quasi mai è stata in grado di suscitare un processo autosufficiente di sviluppo industriale e di soddisfare le esigenze locali di occupazione. Tra le cause della mancata realizzazione degli obiettivi di sviluppo del Mezzogiorno, possono ricordarsi la struttura degli incentivi finora in vigore (che ha favorito gli investimenti che richiedevano un elevato ammontare di capitale ma davano luogo a un'occupazione limitata), i criteri di localizzazione seguiti, i settori di intervento prescelti, gli scarsi collegamenti con le strutture produttive e sociali meridionali, e la diversa sensibilità ai vari gruppi di pressione.
Secondo alcuni la normativa che obbliga le Partecipazioni statali a destinare un'alta percentuale dei loro investimenti al Mezzogiorno sarebbe, inoltre, stata causa di inefficienza del sistema delle partecipazioni nel loro complesso. Addirittura, secondo altri, la presenza delle imprese pubbliche sarebbe stata controproducente, attenuando, invece di favorire, lo sviluppo delle regioni meridionali. In realtà si tratta di tesi difficilmente dimostrabili e in larga misura solo "provocatorie", ma resta valido il giudizio generale prima ricordato.
Si può però certamente affermare che questa politica di "infrastrutturazione del territorio" si è preoccupata di generare, attraverso gli investimenti pubblici, un aumento generalizzato di reddito, e quindi conseguentemente della domanda, senza però curarsi dello sviluppo dell'offerta, senza, cioé, un'adeguata struttura produttiva che potesse approfittare di queste opportunità.
Queste considerazioni portano oggi ad una riformulazione dei modelli di sviluppo, adottando strategie di intervento del tipo "endogeno o autocentrato".
Lazione pubblica dovrebbe quindi imprimere nuovo vigore alle attività produttive locali, creando nel settore privato una solida base imprenditoriale aperta alle innovazioni tecnologiche e capace di avvalersi di queste ultime a tutti i livelli. Vista la difficoltà di attirare capitali dall'esterno, per la presenza di tutta una serie di ostacoli, è stata altresì riconosciuta la necessità di sfruttare, con misure adeguate, il potenziale di sviluppo endogeno delle regioni La stabilizzazione di flussi di investimento e occupazionali nelle zone disagiate non deve essere attuata in maniera coercitiva compromettendo la profittabilità delle imprese ma attreverso lerogazione di allettanti incentivi a disposizione di tutti gli imprenditori con l'obiettivo di favorire e agevolare la creazione e lo sviluppo di nuove imprese sulla base delle potenzialità endogene locali La vocazione dellintervento pubblico a favore dello sviluppo, alla luce di quanto appena esposto, si dovrebbe concentrare non su iniziative industriali di grandi proporzioni ma sulla creazione di piccole finanziarie o banche daffari pubbliche con la vocazione di aiutare gli imprenditori del tessuto locale circostante. A tale fine già esistono e operano sul territorio nazionale diverse finanziarie regionali Le finanziarie regionali sono vere e proprie banche d'affari partecipate generalmente per almeno il 50% dall'amministrazione regionale e per il resto da istituti o enti con rilevanza regionale (ad esempio: banche di rilevanza nazionale o regionale, associazioni industriali, ecc..). Le finanziarie regionali sono principalmente impegnate a fornire mezzi finanziari e servizi di consulenza (generalmente su aumenti di capitale e fusioni) alle imprese commerciali o industriali ubicate nella regione. Di solito, oltre a compiere operazioni di concessione di fidi a medio-lungo termine, partecipano anche al capitale di rischio delle aziende clienti. L'attività di tali finanziarie non è certo a fine di lucro, ma è finalizzata a facilitare lo sviluppo del comprensorio industriale della regione erogando finanziamenti a tasso ragionevole, agevolando e velocizzando anche l'erogazione di servizi finanziari.
Al di là delle esigenze generali di riduzione della crescita dell'indebitamento pubblico che, certamente condiziona il dibattito sullopportunità o meno dellimpresa,pubblica, il problema principale sembra essere quello di consentire al nostro Paese l'attuazione di una politica industriale che consenta di partecipare non passivamente ai processi di cambiamento tecnologico e di mercato. In questo senso, le Partecipazioni statali, lIri in particolare, divengono uno strumento fondamentale e devono affrontare i problemi strategici comuni ai grandi "conglomerati" di imprese private, con l'attenzione rivolta anche ai vecchi (occupazione, squilibri territoriali ecc.) e nuovi (innovazione tecnologica, approvvigionamento di materie prime fondamentali) obiettivi di politica economica generale. E necessario quindi dotare per ogni finalità dellintervento pubblico lo strumento più idoneo per assolvere il compito efficacemente. In particolare lIri dovrebbe trovare la sua vocazione nellambito della gestione di imprese strategiche, dedicandosi allo stesso tempo alla sua iniziale vocazione di finanziaria pubblica, dotata di considerevoli mezzi al fine di operare sui mercati nazionali e esteri e, specialmente, coordinare e coadiuvare eventualmente le attività finanziarie svolte a livello locale da appropriati istituti locali, come descritto precedentemente.
Concludo con un auspicio, che la Stet rimanga pubblica: la sostenibilità delle teorie esposte rende ancor più auspicabile il mantenimento della Stet nel portafoglio Iri, in quanto, sostanzialmente, lerogazione dei servizi di telecomunicazione rientra, allo stesso tempo, sia nella categoria dei monopoli naturali che in quella delle attività strategiche.
Roma, 17.01.97