Levoluzione del Mercato delle Tlc - il caso italiano (1998)
Introduzione
Solo considerando le caratteristiche economiche delle telecomunicazioni e le innovazioni tecniche nelle reti e nei servizi è possibile analizzare l'evoluzione istituzionale che sta interessando numerosissimi paesi, sia avanzati che in via di sviluppo, con la privatizzazione di operatori pubblici, l'introduzione di dinamiche concorrenziali, lo sviluppo di nuovi operatori e di nuovi servizi. Si tratta del tema che viene trattato nella seconda parte del libro per gli Stati Uniti e nella terza per alcuni paesi europei.
La pervasività delle telecomunicazioni non dipende tanto dall'uso diretto che i vari settori produttivi fanno di questo input quanto dall'uso crescente di servizi, sia interni che esterni alle imprese, a loro volta i maggiori consumatori di telecomunicazioni. In Italia, ad esempio, il terziario assorbe il 73% dell'output totale di telecomunicazioni.
Le ricadute dirette degli Investimenti in telecomunicazioni sono paragonabili a quelle delle altre infrastrutture di base. A 1.000 lire investite dalla Telecom corrispondono 1.839 lire di produzione diretta e indiretta attivata da questi investimenti.
Qui viene invece approfondito il caso italiano che è Interessante per diverse ragioni. In un settore dai tempi lunghi, il blocco degli investimenti avvenuto a metà degh anni '70 ha determinato non solo un grave ritardo nei confronti di altri paesi industrializzati, ma un'anomalia nello sviluppo delle reti di telecomunicazioni che è durata fino ai primi anni '90. Inoltre negli ultimi quindici anni l'assetto istituzionale delle telecomunicazioni italiane ha costituito un rilevante fattore di freno allo sviluppo del settore.
Infine, considerando l'evoluzione nel lungo periodo, le telecomunicazioni hanno attraversato diverse fasi di privatizzazione e di intervento pubblico dove è agevole osservare rischi e opportunità di queste trasformazioni.
Nel 1994 è stato portato a compimento, dopo lunghi anni di ritardi e di dilazioni, l'unificazione dei gestori italiani con la costituzione di Telecom Italia con SIP che ha incorporato Italcable, Sirm, Telespazio, Iritel.
Fino ad allora le telecomunicazioni italiane erano divise tra queste società con specializzazioni in parte geografiche e in parte funzionale, sebbene SIP mantenesse un'interfaccia unica nei confronti dell'utenza. Nonostante quasi tutte le società fossero controllate dalla finanziaria STET si registravano divergenze nello sviluppo, mancanza di coordinamento negli investimenti, lentezza decisionale e una certa disomogeneità tra gli obiettivi delle singole società, con la conseguenza di un aumento dei costi, di un rallentamento dell'innovazione tecnologica e di una scarsa flessibilità del servizio nei confronti degli utenti.
Il problema maggiore era costituito dall'Azienda di Stato dei Servizi Telefonici (poi divenuta Iritel) parte integrante del ministero delle Poste e con la doppia funzione di gestore del servizio di teleselezione (la componente più redditizia e di controllore dell'intero sistema. Una situazione solo apparentemente comune agli altri paesi europei dove fino a pochi anni fa si registravano sovrapposizioni tra la figura del gestore e quella del regolatore. In Italia l'Azienda di Stato non aveva la responsabilità del servizio e le mancava anche quel blando controllo dovuto al contatto diretto con gli utenti, mentre le funzioni di controllo erano svolte con una cultura esclusivamente tecnica. Mancavano insomma i meccanismi concreti che potevano frenare le assunzioni clientelari, i privilegi corporativi degli addetti, il disordine nella pianificazione degli investimenti, i ritardi decisionali, le commissioni tra le funzioni di regolazione e i propri profitti, tutti fattori che hanno finito per farne il buco nero delle telecomunicazioni italiane.
La separazione delle attività di regolamentazione da quelle di gestione, l'introduzione di una certa concorrenza nella fornitura di servizi a valore aggiunto e nella fornitura delle apparecchiatura terminali, la creazione di un secondo gestore per i telefoni cellulari, tutte iniziative stimolate, quando non imposte, da politiche comunitarie, assieme alla creazione del gestore unico, hanno portato il contesto istituzionale italiano ad una situazione non dissimile da quella dei principali paesi sviluppati. Si tratta di un risultato importante, considerando che nei decenni precedenti, durante tutto lo sviluppo delle telecomunicazioni si sono registrate in Italia diverse anomalie rispetto agli altri paesi Industrializzati.
La fusione tra Telecom Italia e Stet ha rappresentato un'importante fase del processo di riorganizzazione del settore delle telecomunicazioni italiane. Il progetto di fusione è stato predisposto sulla base delle situazioni patrimoniali al 31 dicembre 1996 di STET e di Telecom.
. Il 6 agosto 1996 il Presidente del Consiglio Prodi, su proposta del Ministro del Tesoro Ciampi, ha fissato la vendita della Telecom Italia nel periodo tra il I febbraio e il 31 marzo 1997(anche se poi in realtà la vendita è slittata nellautunno 97 successivamente la fusione Stet-Telecom). Il Governo si è anche impegnato a sollecitare la costituzione dell'Autorità per le telecomunicazioni e a definire la futura struttura di controllo di STET, con particolare riguardo alla fondazione di un gruppo stabilire di azionisti
Viaggio alle origini delle telecomunicazioni italiane
La storia delle telecomunicazioni italiane mostra uno sviluppo segnato da continui arresti in concomitanza con i diversi passaggi dall'industria privata a un intervento più massiccio dello Stato. Ogni volta le decisioni richiedono anni di progetti, ripensamenti ed arresti segnati più da un intenso lavorio lobbistico che da un dibattito aperto sulle prospettive di lungo periodo. Queste attese provocano naturalmente rallentamenti degli investimenti e, nonostante diverse rincorse tecnologiche, fanno segnare ricorrenti ritardi nell'adozione di nuove tecnologie e nellespansione del servizio. I protagonisti del mercato delle telecomunicazioni, sia i gestori che i fornitori di apparati, sembrano più caratterizzati da una continua rincorsa di rendite generate dalle diverse scelte dell'autorità pubblica che dalla ricerca di profitti generati dalla gara competitiva. Si tratta di una modalità di sviluppo non confinata al solo settore delle telecomunicazioni, che sembra caratterizzare buona parte dello sviluppo industriale italiano e che forse è causata anche dalla dimensione del mercato nazionale e dalla sottocapitalizzazione di partenza dei diversi gruppi industriali, ma che nel campo delle telecomunicazioni ha contribuito alla rinuncia sia ad una proiezione sui mercati internazionali sia ad un ruolo attivo nel contesto nazionale per ladozione di tecnologie avanzate.
Per molti decenni lo sviluppo dellindustria telefonica in Italia si è intrecciato con quello dell'industria elettrica. Nel 1881 il telefono viene riconosciuto come monopolio governativo, ma viene affidato in concessione a imprenditori privati e dieci anni dopo sono attive 56 concessioni con 11.000 abbonati. Si tratta prevalentemente di imprenditori sottocapitalizzati, salvo alcune industrie elettriche che gestiscono le concessioni più importanti. A partire dal 1892 le incertezze legislative fanno rallentare gli investimenti.
La legge varata in quell'anno lascia libero spazio all'iniziativa privata, ma di fatto ne limita la portata prevedendo il riscatto gratuito degli impianti a fine concessione.
La necessità dei collegamenti a lunga distanza porta a una riorganizzazione dell'industria allinizio del nuovo secolo, ma la legge italiana appare invecchiata precocemente rispetto all'innovazione tecnologica e si registra una stasi dell'industria telefonica italiana, sia nei confronti di quei paesi che avevano imboccato decisamente la via della nazionalizzazione, come la Gran Bretagna e la Francia, sia di quelli, come gli Stati Uniti, che privilegiavano l'industria privata. Nel 1900 il governo finanzia la realizzazione del collegamento tra Roma e la Francia e negli anni successivi quello con la Svizzera. Nel 1903 viene varata una legge per il riassetto del settore che riservava allo Stato le comunicazioni interurbane e porta le concessioni private a 25 anni.
Nel 1907 il governo Giolitti stanzia oltre 8 milioni per la costruzione di reti urbane nelle città sprovviste, per il potenziamento delle interurbane e decide il riscatto degli impianti di due importanti concessionari per complessivi 29 milioni. Si trattava di impianti resi obsoleti dall'innovazione tecnologica e dal rallentamento degli investimenti.
Viene creata la Direzione dei Telefoni di Stato, posta all'interno del ministero delle Poste e con 9 direzioni compartimentali, che deve gestire l'intervento dello Stato nel settore telefonico, ma le mancano professionalità specifiche, la comprensione dell'innovazione tecnologica e le capacità di gestione richieste da un'industria nascente ad elevata tecnologia.
Le attenzioni dello Stato rincorrono inutilmente le dinamiche del mercato. Nel 1913 viene nominata una commissione per il riordino del settore telefonico e vengono stanziati 40 milioni, ma il piano richiede diversi anni e le somme stanziate risultano a quel punto insufficienti. In generale tra il 1907 e il 1918 si registrano tassi di crescita più elevati nei 305 concessionari privati, confinati nelle zone periferiche economicamente meno interessanti, che nella telefonia pubblica.
Mentre negli altri paesi europei la gestione statale dei telefoni aveva portato ad uno sviluppo considerevole del nuovo mezzo, in Italia le scarse risorse professionali ed organizzative della burocrazia statale avevano rallentato la crescita del telefono. Alla fine della prima guerra mondiale la densità telefonica italiana è di un telefono ogni 392 abitanti contro i 116 abitanti per apparecchio della Francia i 45 della Germania e í 58 della Gran Bretagna; differenze non tutte imputabili alla diversità delle condizioni economiche.
La direzione generale dei Telefoni ha dei pessimi impianti, fornisce un pessimo servizio e non riesce nemmeno a spendere tutte le somme destinate agli investimenti, mentre negli anni del dopoguerra accumula pesanti perdite, ridotte solo a partire dal 1923, quando vengono sospesi gli investimenti per il probabile passaggio dei telefoni ai privati.
A partire dal 1918 c'è una ripresa degli interessi privati nella telefonia con interventi della Pirelli, della Edison, della SIP e di un gruppo di lanieri biellesi alleati con la svedese Ericsson. Da un lato vengono create fabbriche di apparecchiatura (Fatme, Siemens e Western Electric) che premono per uno sviluppo più rapido del servizio; dall'altro i gruppi elettrici, che erano subentrati ai primi pionieristici concessionari privati, vedono tutti nel telefono una promettente diversificazione, sopravvalutando fortemente le similitudini tecniche e organizzativi delle due attività.
Vi sono quindi forti pressioni per una privatizzazione della telefonia, che infatti avviene tra il 1923 e il 1925 con il primo atto del governo Mussolini, senza però attuare una riconfigurazione adeguata del mercato.
In un paese relativamente piccolo come l'Itaha le dinamiche tecnologiche avrebbero consigliato un unico gestore che avrebbe potuto sfruttare le economia di scala e pianificare in modo più efficiente la diffusione del servizio e la crescita della rete, specie con l'ondata tecnologica delle centrali automatiche e lo sviluppo della telefonia interurbana. Ma ragioni politiche ed economiche spingono alla creazioni di 5 concessioni geografiche più una sesta per le interurbane e le internazionali.
Infatti nel ministero di Ciano si valutava che un gestore unitario non sarebbe stato alla portata di alcun gruppo italiano e avrebbe comportato l'ingresso nella telefonia di capitali stranieri. Inoltre, anche se gli italiani avessero trovato le risorse finanziarie, un gestore unico avrebbe comportato una scelta precisa da parte del regime nascente, e non ancora consolidato, a favore di un unico gruppo economico e a sfavore degli altri.
Una forte pressione contro il gestore unico venne anche dalle industrie fornitrici, sia di cavi che di apparecchiature, che temono il potere di monopsomio e le capacità di indirizzo tecnologico di un unico operatore con la conseguente riduzione delle loro rendite.
I Alla gara si presentano 23 società e delle 5 vincitrici ben 3, Stipel, Telve e Timo cadono nel giro di pochi anni sotto il controllo del gruppo elettrico SIP alleato della Banca Commerciale Italiana e collegato alla fabbrica Siemens di Milano. Le tre concessionarie rappresentavano da sole quasi i tre quarti dei telefoni italiani.
La quarta zona (Italia centrale) viene assegnata alla Teti dei gruppi Pirelli e Orlando appoggiati da Edison e dal Credito Italiano mentre la quinta zona (Italia meridionale) va alla SET controllata da un gruppo di lanieri biellesi e dalla svedese Ericsson e l'appoggio sempre del Credito Italiano.
La gestione delle telefonate interurbane rimane allo Stato che istituisce un'azienda autonoma pubblica l'ASST.
Questo è il punto di partenza per uno sviluppo frammentato del sistema telefonico italiano e per mancanze di coordinamento che si trascineranno in forme diverse fino agli anni '80. Le cinque concessionarie adottano tecniche di commutazione incompatibili tra loro, in relazione all'alleanza con i diversi fornitori, e costruiscono reti con architetture differenti e filosofie gestionali disomogenee. Il ruolo dellAzienda di Stato nelle interurbane, lungi dal costituire uno strumento di raccordo e una capacità di indirizzo, contribuisce al bizantinismo del sistema.
La ripartizione delle attività tra concessionarie e società pubblica non è chiara e prevede compensazioni economiche che si evolvono col tempo in regolamenti cavilloso che richiedono complesse interpretazioni e reparti legali e amministrativi sovradimensionati per tutte le società.
Le tre società controllate dalla SIP sono travolte dalla sua crisi allinizio degli anni '30, crisi dovuta essenzialmente alla sottocapitalizzazione e alla sottovalutazione degli investimenti necessari nell'industria elettrica e in quella telefonica e alla contemporanea sopravvalutazione delle economie di varietà tra i due settori. Passano quindi sotto il controllo dell'IRI che crea una finanziaria telefonica apposita, la STET.
Negli anni successivi tutte e cinque le società vengono riorganizzate e assicurano una crescita abbastanza sostenuta al servizio telefonico i cui abbonati passano da 245.000 nel 1929 a 620.000 nel 1942. All'inizio degli anni '40 tutte le società sono in utile, nonostante gli aumenti modesti delle tariffe, grazie al rallentamento degli investimenti e alla compressione del costo del lavoro operata dal regime.
Gli sviluppi del dopoguerra
Dopo la guerra si affaccia la possibilità di riorganizzare il servizio telefonico su basi più razionali giungendo ad un gestore unico e alla separazione delle funzioni di regolamentazione.
La guerra aveva danneggiato solo limitatamente gli impianti, ma aveva ridotto il numero di abbonati, il traffico e disarticolato il sistema costi-ricavi. Nei primi anni dopo la liberazione le tariffe erano aumentate molto meno dei costi, sia del lavoro che del materiale importato, rallentando il processo di ricostruzione della rete.
Numerosi piani stilati all'interno della STET, da parte di organizzazioni politiche e anche dall'ITT, prevedono l'accorpamento delle cinque concessionarie e dell'Azienda di Stato in un unico organismo. Inoltre viene ipotizzato un piano di investimenti per riorganizzare la rete e ammodernare le apparecchiatura soprattutto quelle di commutazione.
E una partita che si gioca tra le concessionarie STET, il gruppo Pirelli-Orlando, la Ericsson e le società americane, alleate di volta in volta ai diversi contendenti. La posta in gioco, oltre alla ricostruzione della telefonia italiana, è il controllo dello stabilimento Siemens di Milano.
I veti incrociati impediscono di attuare le proposte di unificazione e si procede per rimandi successivi mentre si avvicina la scadenza delle concessioni nel 1955 e la possibilità per lo Stato di riscattarle; di conseguenza vengono ulteriormente rallentati gli investimenti che comunque procedono secondo architetture separate per ciascuna società.
Nel 1950 viene creata una commissione per la stesura di un piano telefonico nazionale e nel 1957 vengono infine approvate le nuove convenzioni che assegnano la gestione del servizio telefonico all'IRI che acquisirà la Teti e la SET. Si tratta di una soluzione di compromesso. L'IRI assume la gestione del servizio telefonico e non delle sole reti urbane come invece avevano cercato di ottenere il ministero delle Poste e i costruttori di apparati. Peraltro l'IRI non riesce ad essere gestore unico perché rimane l'Azienda di Stato a operare una parte delle comunicazioni interurbane e internazionali.
L'intervento statale diretto rimane forte, sia per le pressioni degli ambienti ministeriali, sia per quelle dei costruttori, timorosi di scontrarsi con un unico acquirente che stava maturando capacità tecniche e manageriali.
Negli anni successivi la nazionalizzazione dei gruppi elettrici fornirà all'IRI i capitali per effettuare gli investimenti necessari all'estensione della rete telefonica e sarà l'occasione per unificare nella SIP (questa volta telefonica) le cinque società concessionarie nel 1964. Il processo di unificazione manageriale è però molto lento e le eredità del periodo precedente rimangono nel sistema di quote di acquisti garantiti ai diversi costruttori, che talvolta non sono altro che i vecchi azionisti delle concessionarie.
Nel 1962 ci sono in Italia 3,6 milioni di abbonati telefonici con una densità di 8,5 telefoni per 100 abitanti, inferiore a quella di altri paesi europei come Francia (10) Germania (11) o Gran Bretagna (16). Le distanze sono però minori che negli anni precedenti. La veloce diffusione del telefono negli anni '50 e poi negli anni '60 era infatti dovuta anche ai prezzi particolarmente bassi, circa la metà, rispetto agli altri paesi europei, sia per l'allacciamento che per le conversazioni.
Dopo la convenzione del 1969 venne stabilizzata la configurazione istituzionale delle telecomunicazioni italiane che non ha eguali, come complicazione, nei paesi industrializzati, con SIP che gestisce le comunicazioni urbane e una parte delle interurbane, l'Azienda di Stato che gestisce le interurbane più importanti e le internazionali con i paesi del Mediterraneo, Italcable che copre le altre tratte internazionali, Telespazio specializzata nei collegamenti via satellite e rappresentante italiano in Intelsat. Fanno inoltre capo alla STET il produttore di impianti Italtel e Sirti, specializzata nelle installazioni. In questo modo viene realizzata una certa integrazione verticale che però non porta alla promozione di un campione nazionale a causa della politica delle quote assicurate agli altri costruttori su base storica.
Questa configurazione permane, nonostante numerosi progetti discussi durante gli anni '80, fino alla creazione di Telecom Italia nel 1994. Ci sono ben tre ministeri che intervengono nelle telecomunicazioni e influenzano direttamente la SIP, il gestore principale. Quello delle partecipazioni statali, quello dell'industria e quello delle poste che controlla l'ASST e svolge funzioni di sorveglianza sull'intero settore. Queste funzioni si basano sul codice delle telecomunicazioni del 1936 che interpreta in modo estensivo il monopolio pubblico e mantiene procedure e regolamentazioni farraginose.
Il risultato è che qualsiasi iniziativa nelle telecomunicazioni viene sottoposta a veri incrociati di tipo politico che rallentano l'introduzione di nuovi servizi e nuove tecnologie. Superati gli ostacoli politici, la mancanza di coordinamento tra le concessionarie e soprattutto con l'ASST, rallenta ulteriormente gli investimenti, moltiplica i costi e rende incerti i risultati. Tutte le innovazioni tecnologiche degli anni '80 soffrono di questa situazione, sono introdotte con ritardo e rimangono caratterizzate da rigidità gestionali e tariffarie tali da scoraggiare l'utenza.
La complicazione della configurazione descritta, l'assenza di direzione politica, l'inadeguatezza del quadro giuridico, serviranno ad approfondire e ampliare quello che è l'handicap più grave dell'ultima fase dello sviluppo delle telecomunicazioni italiane: il blocco degli investimenti avvenuto in seguito alla crisi petrolifera del 1973, i cui effetti si trascineranno fino alla fine degli anni '80.
Ma ripercorrendo l'evoluzione precedente appare chiaro come il blocco degli anni '70 si innesta su un sistema disarticolato nonostante gli sforzi di coordinamento dell'IRI, segnato da un susseguirsi di fermate e di accelerazioni e percorso da tensioni lobbistiche, sia dei fornitori sia della burocrazia pubblica che non aiutano la pianificazione di lungo periodo.
La rincorsa italiana
Dopo lo shock petrolifero l'Italia entra in un periodo di recessione inflazionistica che influenzerà la situazione economica di tutti gli anni '70. La svalutazione della lira del 20% e anni di inflazione a due cifre fanno salire i costi delle concessionarie telefoniche, ma le tariffe, regolate dal CIPE, restano ferme e subiscono aumenti insufficienti nel 1975 e nel 1976.
Dapprima la SIP tenta di proseguire con i programmi di espansione varati negli anni precedenti, ma questo non fa altro che peggiorare il conto economico e aggravare la situazione finanziaria: gli oneri finanziari raggiungono il 25% del fatturato nel 1978 e il 3 1% nel 1980.
Già dalla metà degli anni '70 vi è un vero e proprio blocco degli investimenti che ha conseguenze congiunturali e di lungo periodo. Nel breve, la diminuzione di capacità produttiva rallenta l'espansione telefonica e diminuisce il coefficiente di servizio degli utenti.
Ma il blocco degli investimenti ha anche conseguenze più gravi, perché rafienta il rinnovamento strutturale della rete, in particolare il passaggio alla commutazione elettronica, fatto che a sua volta ostacolerà l'introduzione di nuovi servizi, richiesti da fasce avanzate di utenza per tutti gli anni '80. Manca dunque l'offerta di telecomunicazioni avanzate proprio nel periodo in cui la convergenza con l'informatica e lo sviluppo dei servizi a valore aggiunto fanno delle telecomunicazioni uno degli assi del consolidamento delle tecnologie dell'informazione. Nel corso degli anni '80, le prestazioni complessive del sistema di telecomunicazioni italiano mostrano segni di cedimento sia in termini di confronti internazionali, sia considerando la percezione dei consumatori nazionali. Nel 1981, ad esempio, i tempi di evasione della domanda di allacciamento balzano a 12 mesi in seguito al rallentamento degli investimenti negli anni '70. Il decadimento delle performance dei servizi di telecomunicazioni incide negativamente sul sistema economico e sulle imprese italiane, limitando gli usi avanzati di tecnologie dellinformazione, rendendo più difficile il collegamento con interlocutori internazionali e rallentando quelle evoluzioni organizzativi che poggiano su canali informativi efficaci.
Vi è inoltre un consolidamento dell'immagine negativa dei gestori telefonici e un'abitudine degli utenti a non considerarli come partner tecnologici, ma come ostacolo allo sviluppo. Si tratta di un danno di immagine enorme, che stenta ad essere recuperato anche dopo l'ondata degli investimenti del Piano Europa alla fine degli anni '80.
Quando alla fine degli anni '80, con la ripresa degli investimenti, anche la situazione dei nuovi servizi si fa meno critica, manca da parte degli utilizzatori la cultura dell'uso avanzato delle telecomunicazioni. Inoltre i servizi che negli altri paesi si erano fisiologicamente sviluppati negli anni '70 e negli anni '80, in Italia appaiono, dopo molti annunci e false partenze, tutti nello stesso momento provocando una sorta di intasamento.
I gestori italiani hanno avviato alla fine degli anni '80 un massiccio programma di investimenti per l'ammodernamento della rete di telecomunicazioni e con l'obiettivo di riallinearla con quella dei principali paesi europei.
Il punto di svolta è costituito dal 1988 con l'avvio del Piano Europa da parte della STET e del Progetto Qualità della SIP. I soli investimenti SIP passano dai 5.000 miliardi del 1987 ai 10.400 del 1991 con un'accelerazione di circa il 21% annuo. Il programma quadriennale '92-95 prevede di mantenere gli investimenti su questo livello con un impegno complessivo nel quadriennio di 44.000 miliardi, ma la crisi economica costringe a ridurre questa cifra. Per il 1992 gli 11.000 miliardi di investimenti rappresentano una quota del 49% sui ricavi contro una media del 40-45% considerata tipica per i gestori di telecomunicazioni.
Anche considerando un certo rallentamento nel '93 e nel '94 a causa della congiuntura economica, si tratta comunque di un programma di investimenti molto consistente, paragonabile agli sforzi effettuati tra gli anni '70 e gli anni '80 da altri paesi europei.
Le ragioni che spingono i gestori a questa accelerazione degli investimenti sono diverse.
Da un lato l'innovazione tecnologica determina un accorciamento della vita utile degli impianti che devono essere sostituiti più di frequente, con riflessi sia sulle dinamiche di ammortamento che sulle dimensioni degli investimenti. Occorre qui distinguere tra una durata tecnica degli impianti e una durata della tecnologia impiegata. Fino agli anni '70 le telecomunicazioni sono state caratterizzate da una certa stabilità tecnologica e da un ritmo lento di sostituzione degli impianti. A titolo di esempio le centrali elettromeccaniche hanno registrato in molti casi durate fino a quarant'anni.
In secondo luogo l'orientamento sostanzialmente antimonopolista della CEE si consolida nel Libro Verde sulle telecomunicazioni che nel 1987 auspica un aumento del livello di concorrenza nel settore, attraverso la separazione tra enti regolatori e gestori, la liberalizzazione del mercato dei terminali e dei servizi a valore aggiunto e, in prospettiva, la limitazione del monopolio ai soli servizi di base e alle infrastrutture di rete. Tale orientamento si accentua negli anni successivi con l'apertura alla concorrenza dei servizi di base, prevista in un primo tempo nel 1998 e poi nel 1996. Infine hanno un peso rilevante le pressioni degli utenti, soprattutto delle imprese medio-grandi, che, nell'introduzione rallentata e confusa dei nuovi servizi, vedono un grave handicap per la propria competitività. Nel campo della telefonia di base i primi risultati degli investimenti si vedono già nel 1990 quando viene praticamente azzerato lo stock di domande di allacciamento arretrate e i tempi di allacciamento, salvo che in alcune aree urbane, si stabilizzano attorno ai trenta giorni.
Nonostante queste accelerazioni la densità telefonica italiana resta lontana da quella degli altri paesi europei.
In Italia nel 1990 si registrano 39 collegamenti telefonici per 100 abitanti contro i 49 di Francia e Germania e i 45 della Gran Bretagna. Va osservato peraltro che assumendo come parametro di confronto le famiglie (che sono caratterizzate in Italia da un numero più elevato di componenti) la distanza con gli altri paesi si riduce.
Gli spazi di crescita sono però consistenti per tutti: si calcola infatti che il livello di saturazione del servizio telefonico si raggiunga attorno ai 70-80 abbonati per 100 abitanti, anche se naturalmente in questa soglia entrano fattori molto diversi, come il grado di duplicazione delle linee presso le famiglie, le caratteristiche della struttura industriale, l'uso della rete telefonica per altri servizi come il fax, il Videotel o la trasmissione dati.
Nell'ambito dei nuovi servizi il radiomobile e il fax hanno registrato le crescite maggiori.
Nel primo caso si tratta di un'estensione del servizio telefonico tradizionale e l'esplosione della domanda mostra le riserve di mercato potenziale ancora inespresse per i servizi di telecomunicazioni. Per il fax, invece, gli utenti hanno ovviato alla scarsa disponibilità di servizi avanzati con un uso autonomo di apparecchiatura collegate alla rete telefonica. P- stato messo in atto insomma un principio di sostituzione tra servizi e apparecchiatura che rappresenta una forza concorrenziale rilevante nel mercato delle telecomunicazioni.
L'accelerazione di altri servizi avanzati come la trasmissione dati o le prime applicazioni di rete intelligente sono affidate al programma quadriennale '92-95 che infatti li assume come obiettivi prioritari, assieme al miglioramento generale della qualità del servizio e ad unattenzione particolare per l'utenza affari che si concretizza sia in appositi servizi (trasmissione dati ad alta velocità, teleconferenza), sia in accessi privilegiati alle reti di telecomunicazioni. Come in altri paesi, anche in Italia l'utenza affari, in particolare quella di maggiori dimensioni, diventa un'area su cui vengono puntate le attenzioni del gestore per ovviare parzialmente, con miglioramenti selettivi del servizio, alle discriminazioni negative cui quest'utenza è sottoposta con le sovvenzioni incrociate a favore degli utenti residenziali.