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Alla mattina cominciarono gli interrogatori. Rizzati si presentò al cospetto del capitano Mayall, ufficiale appartenente ai 21° Dragoni di Sua Maestà Britannica, reparto spesso utilizzato anche per compiti di polizia militare.

Iniziò l’interrogatorio. Mayall inquisiva in un italiano stentato ma comprensibile.

Rimase molto sorpreso quando il suo prigioniero gli replicò in inglese.

“Strano, lei parla inglese” – disse con una certa ironia – “ tutto ciò è molto poco autarchico, dove ha imparato la mia lingua?”.

“Sono stato varie volte in Gran Bretagna per ragioni di studio, Capitano” – rispose – “l’ultima volta due anni prima dell’inizio del conflitto, per seguire un corso”

“Che genere di corso Commissario?”

“Un corso di economia tenuto da John Maynard Keynes, un corso durato sei mesi”

“Lei quindi era un economista?”

“Più precisamente un appassionato di economia che ha partecipato attivamente, prima della guerra, al dibattito sulla nuova economia italiana, collaborando anche a varie riviste specializzate”

“Ho capito….. era quindi un sostenitore dell’economia fascista. Ma perché allora seguire un corso di Keynes? Premetto che non sono un esperto ma escludo che questi sia stato un sostenitore dell’economia di Mussolini” - disse l’inglese sempre più interessato dal dialogo con l’interlocutore italiano

“Certo l’economia è sempre stata asservita ai fini politici e questo basta a spiegare le divergenze esistenti anche a livello accademico tra i due paesi. In realtà Keynes è stato il primo grande propugnatore di prestigio di una terza via per l’economia, a cavallo tra l’indirizzo liberista, che ha provocato la grande depressione del ‘29, e l’economia pianificata di tipo sovietico. Keynes è fautore di un’economia mista in cui lo stato partecipa in prima persona all’economia rispettandone le regole ma al tempo stesso stimolando investimenti nei settori propulsivi e strategici per il bene nazionale o incentivando gli investimenti in aree depresse. Proprio questo è accaduto  nella scelta della politica industriale fascista.

Anche l’idea di utilizzare la spesa pubblica per promuovere l’occupazione e la crescita economica sono punti in comune. Anche per quanto riguarda quello che voi chiamate Welfare State e i suoi strumenti, compresi gli ammortizzatori sociali, il Fascismo è stato in prima linea, promuovendo gli istituti di previdenza sociale e le opere dedicate al sostegno della maternità, della gioventù e degli invalidi.”

“Pensavo che fosse solo propaganda populista!” – disse ironico Mayall

“Purtroppo il fascismo sarà ricordato più per il regime autoritario che necessariamente si è dovuto instaurare, per la ridicola facciata coreografica, per la politica estera spregiudicata e ..” – e qui Rizzati prese una pausa di riflessione – “ ..per il improvvido alleato a cui noi abbiamo legato le nostre sorti”.

Mayall continuò con un elenco delle varie colpe dell’Italia fascista, dalle leggi razziali alla guerra d’Etiopia.

A certe biasimi Rizzati non poté rispondere ma, dove era possibile, difese con vigore le scelte italiane: “voi inglesi avete soggiogato metà dei popoli sulla faccia della terra, li avete asserviti e impoveriti e poi venite a fare i moralisti con l’Abissinia!”

Mayall proseguì l’interrogatorio e gli spiegò che erano in corso accertamenti sul suo conto e quello dei suoi uomini per eventuali responsabilità gravi di cui si fossero macchiati durante la Rsi. Nel caso in cui non avessero accertato alcuna colpa nei loro confronti sarebbero stati presto di nuovo uomini liberi.

Infine Mayall gli porse un’ultima domanda” “Ma perché lei ha aderito alla Repubblica Sociale? Prima del conflitto era un tranquillo funzionario di ministero e non un militare di carriera o un politico o un adolescente fanatico e irresponsabile?”

Rizzati rispose in modo pacato “In tanti, sebbene consapevoli e sani di mente, abbiamo accettato un’adesione che ci sembrava la più giusta anche se ci avrebbe portato ad una prevedibile disfatta. Con questo non voglio certo accettare le responsabilità di sangue di cui ci accusano  i partigiani. Quelle devono essere ripartite equamente tra i contendenti. Certo, ora che abbiamo perso, i criminali siamo solo noi”

Esitò un attimo e poi proseguì “Probabilmente rientro in una categoria di uomini in corso di estinzione perché anacronistici. Ho sempre creduto che esistano dei valori più alti e che sono alla base della dignità del singolo e di un popolo. E in virtù a questi principi ho ritenuto doveroso aderire alla RSI, in questo caso per onorare gli impegni presi dall’Italia con l’alleato. Se l’avessi fatto nella certezza della vittoria o nella fiducia in un ordine nuovo di stampo nazista sarei stato un pazzo”.

Rizzati rivelò anche la sua fiducia nel nuovo corso intrapreso fin dai primi mesi della RSI dal capo del fascismo. Le dichiarazioni di Mussolini facevano prefigurare l’intenzione di voler proseguire a tappe forzate verso l’instaurazione di uno stato del lavoro.  Lo affascinava l’idea che Mussolini volesse tornare ai vecchi programmi ancora impregnati di socialismo, riallacciati al primo fascismo repubblicano. Lo stato del lavoro basato sulla partecipazione dei lavoratori e sulle corporazioni: una romantica utopia forse, ma che aveva raccolto intorno a questo progetto uomini di ogni provenienza, anche il comunista Bombacci. Certamente Mussolini sapeva di perdere ma voleva lasciare alla storia e alle generazioni future il seme buono del fascismo. Anche e soprattutto per questo Rizzati era pago di avere aderito senza esitazione. Visto poi che l’inglese sembrava propenso ad ascoltarlo, continuò l’accorata difesa del suo fascismo.

“Il fascismo non ha le sue radici nel principio di conquista, come banalmente si pensa, ma quello umano e realistico della collaborazione: collaborazione tra le categorie e collaborazione tra i popoli.

Anche voi appartenenti alle nazioni ricche avete le vostre responsabilità: il non volere riconoscere alle nazioni meno abbienti i propri naturali diritti significa spingerle fatalmente alla guerra”.

Rizzati spiegò pure di essere sinceramente convinto che Mussolini, malgrado le parole bellicose pronunciate in varie circostanze, non aveva voluto la guerra e che avrebbe voluto evitarla fino in fondo. Ma una volta scoppiata e dopo l’avanzata delle divisione corazzate tedesche verso Parigi la strategia doveva necessariamente cambiare. Permettere alla Germania di arrivare ad una pace vittoriosa da sola avrebbe significato per l’Italia perdere un ruolo di protagonista nel concerto europeo. Per contrapporsi ad una Germania violenta e dominatrice l’unica strada era quella di acquistare il diritto di intervenire nelle trattative di pace. Era dunque necessario entrare nel conflitto, non tanto per convinzione ma anche per deliberato opportunismo.