L’ITALIA E IL CONTESTO INTERNAZIONALE  DAL SECONDO DOPOGUERRA AGLI ANNI ’80: BREVI CENNI STORICI

Fabrizio Colosimo

La Ricostruzione

Inizia la Ripresa

Gli Anni Sessanta

Gli Anni Difficili

I Fatti Recenti

 

La Ricostruzione

L’Italia che emerge lacerata dai morsi della guerra è pervasa in molti suoi strati da una aspirazione di totale rinnovamento. Ad ostacolare queste aspirazioni si oppongono le forze conservatrice e quelle moderate che faranno sentire il loro peso quando, il 2 giugno 1946, gli italiani saranno finalmente chiamati alle urne per decidere fra monarchia e repubblica e per eleggere l’assemblea che dovrà dare al paese una nuova costituzione. La repubblica finirà di prevalere grazie ad uno scarto piccolo di voti. La Costituente incominciò I suoi lavori il 25 giugno per concludere il 22 dicembre dell’anno successivo con l’approvazione della Costituzione in un clima di grande euforia. Uno dei momenti più salienti del grande dibattito, durato più di un anno, era stato quello sull’articolo 7 che prevedeva l’esplicito riconoscimento dei Patti Lateranensi. Togliatti, inaspettatamente, aveva annunciato il consenso dei comunisti, affermando che “la classe operaia non vuole una scissione per motivi religiosi“. La presa di posizione di Togliatti si rifaceva ad una realistica valutazione del momento. Così come quando era ministro di grazia e giustizia aveva promosso, in nome della pacificazione nazionale, un’amnistia I cui maggiori beneficiari erano stati I sostenitori del passato regime (ma in Sicilia l’indulto aveva rispedito a casa le centinaia di giovani che si erano dati alla macchia per sostenere l’indipendenza dell’isola). In realtà la posta in gioco era molto alta. A orientare le sorti dell’Italia si profilava ormai chiaramente lo scontro fra le potenze occidentali e l’Unione sovietica. Nel marzo del ’46, Winston Churchill (uscito sconfitto alle elezioni dell’anno precedente e al momento a capo dell’opposizione) aveva tenuto lo storico discorso nel Missouri, presente il presidente degli Stati Uniti Truman, accusando l’Urss di avere imposto la propria tirannia sull’Europa orientale, “nascondendosi dietro una cortina di ferro”. A questo discorso si attribuì l’inizio della guerra fredda. Il contrasto tra le superpotenze avrebbe deciso anche il nostro futuro. Molto peso negli avvenimenti italiani di questo periodo ha la commissione alleata di controllo, guidata dall’ammiraglio Ellery Stone.

Nel gennaio del ’47 De Gasperi, avvertendo solo all’ultimo momento persino il suo ministro degli esteri, che era Pietro Nenni,  si portava da solo negli Stati Uniti dopo un avventuroso volo. A Washington il premier italiano concordava un prestito di cento milioni di dollari con la Import-export Bank e otteneva preziose forniture di materie prime a prezzi agevolati. Ma soprattutto tornava rafforzato per quella che sarebbe stata la sua successiva azione: l’estromissione dei socialisti dal governo.

 

Il 5 giugno 1947 il segretario di stato statunitense George Marshall pronunciava ad Harvard un discorso in cui proponeva un piano di aiuti americani alle nazioni sconvolte dalla guerra. Si trattava di un’abile mossa che favoriva sia le nazioni beneficiarie, sia gli stessi Stati Uniti, preoccupati di mantenere l’alto livello produttivo raggiunto grazie alle forniture belliche degli anni di guerra che portarono l’industria a pieni regimi ( il reddito medio pro capite era aumentato del 50% rispetto al 1938). Mentre I paesi dell’Est rifiutavano l’offerta che era stata loro estesa, l’Italia accettava il piano assieme ad altri 13 paesi. Gli aiuti che ci vennero elargiti (in totale più di due miliardi di dollari) si rivelarono essenziali per la ripresa. Una ripresa che consente di raggiungere nel 1950 il livello produttivo di dieci anni primi, estendendolo a settori nuovi che avranno larghe ripercussioni sociali. E’ di questo dopoguerra l’introduzione del “dtt” , che in tre anni realizza la totale bonifica d’una piaga secolare come la malaria. Zone inabitabili – in Sardegna, sull’Adriatico, lungo le coste tirreniche – vengono recuperate per quello che sarà poi domani il turismo di massa. Il nailon apre la gamma delle fibre sintetiche, che sin dal 1947 incomincerà a venire prodotto nel nostro paese. La penicillina compare a sua volta in questi anni, dando un notevole contributo al miglioramento della situazione sanitaria.

Il 18 aprile 1948 gli italiani sono chiamati ad eleggere il primo parlamento della repubblica e il confronto è fatto con la votazione della costituente. Nel frattempo I socialisti si sono divisi ed ora il Pci e il Psi si presentano in una lista unica denominata Fronte Democratico Popolare che aveva l’obiettivo della maggioranza relativa. I risultati sono invece ben diversi: la DC passa dal 35,2% al 48,5, il Fronte raggiunge appena il 31%.. Sono risultati che segnano una svolta: aprono l’era dell’egemonia democristiana italiana e, nel quadro della secca sconfitta delle sinistre, l’epoca dell’egemonia comunista sull’opposizione.

Le cause che spiegano come la sconfitta del Fronte abbia potuto assumere dimensioni clamorose sono – oltre a quella di aver mischiato in una lista sola comunisti e socialisti, offuscando l’immagine dell’autonomia dei secondi che sono sottoposti agli strali pungenti  del partito di Saragat – fondamentalmente tre: l’intervento della chiesa, le pressioni americane ed I fatti di Cecoslovacchia.

Con massiccia mobilitazione, la chiesa da ogni pulpito ricordava ai fedeli l’obbligo di votare e ribadiva la condanna del comunismo ateo. Era un’autentica crociata. Il 10 marzo intervenne il pontefice in persona in un discorso, ma la propaganda costante era affidata all’azione capillare dell’azione cattolica.

E avendo le sinistre dichiarato che in caso di vittoria il loro governo accetterebbe I benefici economici del piano Marshall, il 19 marzo scese in campo lo stesso  segretario di stato americano dichiarando che gli Stati Uniti avrebbero sospeso gli aiuti nell’eventualità di una vittoria delle sinistre. A rafforzare la causa di De Gasperi, il governo statunitense – in unione a quelli del Regno Unito e della Francia, ma in dissenso con quello russo – propone che il territorio libero di Trieste ritorni sotto la nostra sovranità. Infine i fatti di Praga del febbraio, con il colpo di stato comunista, la liquidazione delle libertà democratiche, la lunga ondata di arresti, il suicidio di Masaryk. Il Pci e il Psi spiegarono l’accaduto come una grande vittoria riportata dai lavoratori cecoslovacchi contro I tentativi reazionari tentati dalle forze interne ed esterne; ma quei lontani avvenimenti permisero agli avversari del Fronte di identificare il socialcomunismo con la dittatura totalitaria e terroristica, prefigurando quale sarebbe stato il destino dell’Italia se I partiti di Togliatti e di Nenni fossero pervenuti al potere.

L’Italia quindi ha fatto la sua scelta politica, ribadita sul piano internazionale con l’adesione al Patto Atlantico.

I fermenti che le speranze del dopoguerra avevano acceso si fanno sentire in numerosi campi: nella letteratura, nella stampa, nel cinema, nelle arti, nel costume. Il premio Viareggio 1947 è assegnato a Lettere dal Carcere di Antonio Gramsci, il leader comunista morto dieci anni prima. Anche se selezionati in base a criteri di contingente opportunità, I trentadue quaderni pubblicati riveleranno che la cultura italiana e non soltanto quella marxista, dovrà fare I conti con Gramsci. L’assegnazione del riconoscimento suscitò polemiche, ma la polemica è nell’aria ovunque, come segno più evidente d’una libertà che si vuole difendere. Polemiche suscita il nuovo cinema neorealistico, quello di Visconti, di Rossellini, di De Sica; polemiche suscita la rivista diretta dallo scrittore Elio Vittorini il Politecnico; polemiche suscita la nuova tendenza delle arti, che raggruppa pittori e scultori -del calibro di Guttuso, , Birolli, Fazzini, Cassinari - legati da una comune volontà di rinnovamento, ma divisi da basilari contrasti ideologici ed artistici che porteranno nel ’48 alla scissione tra realisti sociali e ed espressionisti astratti. E’ un momento di grande fervore creativo. A Milano muove I primi passi il Piccolo Teatro di Paolo Grassi con un memorabile Arlecchino servitore di due padroni diretto da Giorgio Strehler. Eduardo De Filippo esibisce alcuni dei suoi capolavori: Napoli milionaria è del ’45, Questi fantasmi e Filumena Marturano sono del ’46.

 

Il 14 luglio 1948 un giovane siciliano attenta alla vita di Palmiro Togliatti. L’attentato non ha una connotazione politica. La pistola comprata il giorno prima da un armaiolo è difettosa, il che sembra far cadere l’ipotesi di un preciso complotto per eliminare il leader comunista. L’attentato è però maturato nel clima di violenza e di livore che aveva caratterizzato il periodo a cavallo della votazione del 18 aprile. L’esasperazione della base comunista esplode, ma finirà con lo spegnersi per la mancanza di un obiettivo, oltre che di una direttiva. Questo non toglie che l’Italia abbia vissuto a partire dello stesso pomeriggio giornate drammatiche: scioperi e scontri si producono spontaneamente nei grandi conglomerati industriali. A Milano, a Torino e a Genova le grandi fabbriche vengono occupate. Alla Fiat viene tenuto in ostaggio in gruppo di dirigenti, fra cui lo stesso Vittorio Valletta; a Genova una la folla prende d’assalto commissariati e sedi democristiani; in Toscana una centrale telefonica viene occupata: le comunicazioni tra Roma e il Nord sono interrotte.

Il 15 e il 16 luglio 1948 non escono I giornali per lo sciopero generale seguito all’attentato di Togliatti . Una notizia però si diffonde, la radio interromperà I programmi per annunciarla: Gino Bartali ha vinto la tappa Briancon – Les - Bains del Tour de France e, con questa affermazione, praticamente si è aggiudicato il Giro. La passione sportiva riprende gli italiani e gli aiuta anche parzialmente a superare questa ennesima crisi

La stampa quotidiana vive una vita incerta e avventurosa, tra l’altro all prese con la scarsità di carta che finira per condizionarla pesantemente anche nei contenuti. I giornali escono a quattro pagine nel ’46 e a sei pagine nel ’50. Non mancano gli avvenimenti che fanno clamore. I Diari di Galeazzo Ciano compaiono a puntate e sono il best seller del 1946.

 

Il 4 aprile 1949 l’Italia firma a Washington, per mano del suo ministro per gli esteri Carlo Sforza, il Patto Atlantico, un’alleanza militare che la lega a un gruppo d’altri paesi dell’area occidentale: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Belgio, Canada, Danimarca, Islanda, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Portogallo. L’iniziativa aveva dato luogo a lunghe e tumultuose battaglie parlamentari. L’11 marzo De Gasperi aveva informato la Camera che Il governo si era espresso in linea di massima favorevole all’entrata del paese nell’alleanza. Pietro Nenni, il leader socialista, annunciò subito che contro di esso il suo partito avrebbe scatenato “la stessa lotta accanita che I democratici italiani dal 1882 al 1914 hanno condotto contro la Triplice Alleanza, la stessa lotta che conducemmo con alcuni dei vostri contro il patto d’acciaio”. Mentre gli scontri fervevano a Montecitorio, in tutta Italia si svolgevano manifestazioni contrarie al Patto Atlantico: purtroppo anche con alcuni morti. La seduta conclusiva doveva tener conto di ben centodieci oratori iscrittisi a parlare contro l’alleanza: venne fatta proseguire a oltranza e si concluse solo dopo cinquantasette ore e mezzo, alle 19.05 del 18 marzo. L’ordine del giorno governativo passò con 342 si contro 170 no. Firmato il patto, si ebbe in luglio uno strascico parlamentare per la ratifica del trattato. L’esito finale era naturalmente scontato”.

 

Nel 1950 con l’inizio della guerra e fredda e più precisamente la guerra di Corea, inizia anche in Italia la psicosi di una nuova guerra.. Il ministro degli esteri sforza aderisce all’invio di nuove forze americane in Italia. A Roma, un manifesto che annuncia un discorso di Nenni viene sequestrato per ordine del Questore. Il governo smentisce l’esistenza di una lista di quattrocento persone da “mettere fuori combattimento” in caso di emergenza. Tuttavia vengono riesumate le leggi per il sabotaggio in tempo di guerra. La moneta subito risente della spinta inflazionistica; I prezzi hanno un’impennata. Chi ha soldi cerca di mandarli all’estero o l’investe in oro. L’Italia no è estranea alla guerra che si combatte a più di ottomila chilometri.

 

 

La Ripresa Economica

“Girata la boa del mezzo secolo, il mondo è in piena effervescenza, in piena effervescenza è anche l’Italia. De Gasperi tiene saldamente le redini del governo che ha l’appoggio di socialdemocratici e di repubblicani. Sforza è sempre agli Esteri, Scelba è sempre agli interni, Vanoni è sempre alle finanze. Al bilancio c’è però Pella, che non incontra i favori della sinistra democristiana. Dossettiani e fanfaniani l’attaccano, finirà con una crisi. Al vertice, tuttavia, De Gasperi guarda lontano. Pensa all’Europa e sogna un’unica entità politica.

Ma pensa soprattutto all’Italia:  chissà se un giorno almeno tutti i socialisti potranno venire recuperati al governo per evitare – come diceva Saragat – “la bolscevizzazione delle masse”? De Gasperi mostra energia e lungimiranza anche se gli anni incominciano a pesare. Il 3 aprile del ’51 ne compie 70.

Di tempo da vivere De Gasperi non ne ha moltissimo. I problemi del governo urgono. Proprio allora scoppia  l’operazione Sturzo, un complicato caso che viene messo in piedi in vista delle elezioni amministrative del ’52. Sturzo è chiaramente Don Luigi Sturzo, il vecchio militante politico ma soprattutto è l’uomo che nel 1919 ha lanciato l’appello “ai forti e ai liberi” e ha fondato il partito popolare italiano. Il partito popolare è stato l’antesignano della Democrazia Cristiana: istituzionalmente non confessionale ma che faceva appello alle masse cattoliche. Il suo successo era stato allora prorompente, ma non era bastato a fronteggiare la spregiudicatezza e la risolutezza del movimento di Mussolini. Don Sturzo si era trovato, alla fine, a malpartito anche con il Vaticano che paventava l’avvento dei “senza Dio” agli ordini di Mosca. Sturzo era stato così costretto all’esilio, ci era rimasto più di vent’anni, cioè più di quanto era durato il fascismo, perché la Chiesa l’aveva pregato di soprassedere a un rientro intempestivo che avrebbe messo in imbarazzo il nuovo partito. Curiosamente e improvvisamente Don Sturzo si trovava ora ad interpretare la volontà papale, mischiando il suo nome in una operazione pasticciata dal quale, in altri tempi, sarebbe rifuggito ad ogni costo. L’Operazione Sturzo consisteva semplicemente nel coalizzare tutti I voti anticomunisti attorno al vecchio prestigioso dirigente cattolico. “Perché Roma non subisca l’affronto d’avere un sindaco marxista”, era la giustificazione con cui si cercava di condurre in porto un intesa sostanziale fra democristiani, missini e monarchici. Il grande promotore dell’intesa era Luigi Gedda, presidente dell’Azione cattolica. Ma il no risoluto dei socialdemocratici e dei repubblicani aveva mandato a monte il progetto.

Il 7 giugno 1953 l’Italia votò. I partiti collegati – democristiani, socialdemocratici, liberali, repubblicani – raggiungono il 49,8 per cento contro il 50, 2 dei partiti non coalizzati (comunisti, socialisti, missini, monarchici). De Gasperi amareggiato formava un governo che però non riuscì ad avere la fiducia delle Camere. Seguivano due brevi governi Pella e Fanfani, a cavallo fra il ’53 e il ’54.

All’estero gli avvenimenti politici più notevoli del ’51 sono il ritorno alla guida del governo inglese di Churchill, che era stato sconfitto nel ’45 alle prime elezioni del dopoguerra. Nel marzo del ’53 muore Stalin e gli succede Kruscev. Nascono nel mondo occidentale speranze ma anche nuove paure. Il corpo di Stalin imbalsamato, resterà accanto a quello di Lenin fino alla condanna del “culto della personalità”. Sarà poi tumulato sotto le mura del Cremlino.

Nel giugno del ’53 una notizia fa colpo in tutto il mondo: a Berlino est era scoppiata una rivolta. I manifestanti scagliano simboliche pietre contro  I carri armati sovietici prontamente accorsi. Berlino è ancora una volta sulle prime pagine. C’era stata naturalmente nel ‘48-’49 al tempo del famoso blocco che ebbe come pretesto una questione di valuta: il nuovo marco occidentale aveva preso a circolare in tutta l’ex capitale del Reich e per questo I sovietici avevano interdetto I collegamenti tra la Repubblica federale e Berlino.

 

Uno dei politici democristiani di spicco nei primi anni del dopoguerra è stato senza dubbio Ezio Vanoni, al nome del quale sono legate varie leggi fondamentali. La legge del ’51 che porta il suo nome ha come titolo “Norme sulla perequazione tributaria e sul rilevamento fiscale straordinario”. E’ la prima fondamentale legge della riforma fiscale, quella che impegna tutti i contribuenti italiani a compilare ogni anno il modello di dichiarazione dei redditi. Questa legge presenta un gruppo di articoli che sono definiti “norme per agevolare la sistemazione di determinate situazioni tributarie”. Si tratta in pratica di un condono ante litteram, come quello, assai più noto, che verrà introdotto nel nostro sistema tributario nel novembre 1973.

Nel 1951 il guadagno medio  mensile di un operaio italiano calcolato dal ministero del lavoro ammonta a 26.790 lire, mentre il costo della vita della famiglia tipo si aggira sulle 50.000: è il penoso resoconto di un paese che si deve ancora avviare verso la via del “miracolo economico”.

A tale proposito Il nome di Vanoni è rimasto legato ad un “piano decennale” 1955-1964 relativo all’occupazione e al reddito. Un piano molto importante, il cui fine era l’eliminazione della disoccupazione con quattro milioni di posti di lavoro e una più equa distribuzione dei redditi fra Nord e Sud. Era appena scattata, quando il suo promotore moriva, in piena seduta del senato, Ezio Vanoni si accasciava e decedeva.

L’economia italiana è, in questi anni, in piena fase di espansione. I turbamenti seguiti alla guerra di Corea sono rapidamente superati e in tutto I settori si lavora alacremente. La produttività segue quasi dappertutto un notevole balzo in avanti. Questa è la conseguenza di una migliore organizzazione del lavoro ma spesso anche d’una più stringente utilizzazione del lavoratore. Le inadempienze imprenditoriali  (sono in molti a non pagare I contributi assicurativi, le festività non godute e a non provvedere ad investimenti per garantire la sicurezza sul lavoro) sono frequenti. Frequenti sono anche I licenziamenti, non appena vengono ritenuti utili a contenere il costo del lavoro. Ne  fanno particolarmente le spese le lavoratrici, che vengono allontanate in caso di gravidanza, se non addirittura all’atto stesso del matrimonio”.

 

Negli anni '50  inizia in Italia un dibattito inerente il sistema economico da adottare : ad economia di mercato o ad economia mista. La scelta è caduta sul sistema ad economia mista (una scelta in parte ereditata dall'esperienza del ventennio fascista). L'economia mista è in sostanza un sistema intermedio tra quello liberista e quello a economia pianificata, cioè un sistema economico in cui lo Stato, pur non essendo proprietario di tutti i mezzi di produzione, agisce più o meno ampiamente  nell'attività economica, sia mediante le politiche economiche, sia mediante le strategie delle imprese di sua proprietà.

Le cosiddette economie occidentali fino agli inizi degli anni '80,  sono state tutte, sia pur con gradi diversi, sistemi ad economia mista. A questo ha contribuito non poco l'influenza delle teorie di Keynes, propugnatore della necessità di un massiccio intervento dello Stato al fine di garantire la piena occupazione. Prima di fare altre considerazioni, dobbiamo ricordarci che il grado di controllo pubblico dell'economia italiana (tramite enti pubblici, aziende autonome statali, aziende municipalizzate e holding di proprietà dello Stato), fino alle grandi privativazzioni cominciate negli anni ‘90, era pressappoco totale nei settori dell'energia elettrica, trasporti ferroviari e aerei, telecomunicazioni, idrocarburi, petrolchimici, di oltre l'80% nel settore bancario e con percentuali minori, ma sempre molto alte, nel settore siderurgico, cantieristico e meccanico.

Tale sistema era stato tema di discussioni politiche alla luce anche del problema  delle "corruzioni facili", legate cioè al sistema di controllo pubblico dell'economia: infatti già subito dopo la fine del secondo conflitto, eminenti uomini politici, tra cui Sturzo, avevano difeso un modello di "Stato minimo" in quanto temevano che la corruzione, da norma limitata al reperimento di fondi per i partiti, si estendesse in tutta la società italiana e, in particolare, in tutto il sistema economico.

Il sistema che prevalse allora aveva la caratteristica di un capitalismo sia di Stato che di grandi famiglie”.

 

“Il 26 ottobre 1954 a mezzogiorno I bersaglieri entrano per primi a Trieste. Raffiche di bora e insistenti piovaschi non hanno trattenuto la gente dal riversarsi in piazza dell’Unità, sui moli, lungo le strade che la colonna italiana, proveniente da Cervignano, deve percorrere. E’ una dimostrazione davvero travolgente: anche i servizi d’ordine sono sommersi dalla folla. Americani e inglesi si imbarcano alla chitichella: applauditi i primi, fischiatissimi i secondi che, sotto il comando del famigerato generale Winterton, sono stati i più duri esecutori della politica di repressione dell’italianità di Trieste. La città vive una delle sue grandi giornate. Ma già da qualche giorno prima c’era stato, in effetti, già motivo di giubilo per Trieste. Il 5 ottobre a Londra era stato firmato il “memorandum d’intesa”, in base al quale si stabiliva che la zona A del territorio libero di Trieste (quella in mano alleata compresa Trieste stessa) sarebbe stata consegnata all’Italia, che vi avrebbe esteso la propria sovranità, così come avrebbe fatto la Jugoslavia con la zona B (che di fatto già deteneva). Nella notte tra il 25 e il 26 ottobre già incomincia l’ammassamento di una folla enorme. Sono ottantamila le persone che via via si accalcano per le vie della città e poi, a giorno fatto, possono applaudire, abbracciare e coprire di fiori I primi bersaglieri che compaiono a Duino”.

 

Nel 1956, dopo qualche esperimento, si apre a Verona il primo supermercato. L’Italia si sta evolvendo sul modello dei più progrediti paesi dell’occidente. Il suo sviluppo ha preso un andamento molto rapido, dal 1948 la produzione industriale è aumentata del 95 per cento e il reddito nazionale è in galoppante aumento, sul cinque per cento annuo. E’ da questi anni che si comincia a parlare di “miracolo economico”. Imprenditori abili e decisi impongono i loro prodotti sui mercati esteri: nuovi sbocchi vengono proposti al lavoro italiano. L’economia del profitto sembra trovare adesso la sua più brillante conferma. Anche la condizione esteriore di larghi strati della popolazione mostra I segni di un miglioramento. Nel 1957, I redditi della grande maggioranza dei lavoratori risultavano compresi tra le 50 e le 60 mila lire. Nello stesso anno, il bilancio d’una famiglia di quattro persone era calcolato statisticamente in 70 mila 371 lire al mese, di cui circa 40 mila per l’alimentazione, 10 mila per l’abbigliamento, 4 mila per l’affitto, , 3 mila per il riscaldamento e l’elettricità e 12 mila per spese varie. Inizia ad esserci un margine affinché possano venire guardati con simpatia gli ancora timidi adescamenti del consumismo: in primo luogo l’automobile.

Nel ’57 la Fiat presenta la 500. La comparsa della vettura, destinata a rappresentare un buon quarto dell’intero parco automobilistico nazionale (quando sarà interrotta la produzione, quasi vent’anni più tardi, risulteranno prodotti oltre 4 milioni d’esemplari), permette l’apertura di nuovi orizzonti per gli italiani. Anche se non mancano le tensioni sociali, anche se il divario tra Nord e Sud resta in tutta la sua drammatica evidenza, poco alla volta si è creato tutto un ceto di popolazione in grado di motorizzarsi. Con la motorizzazione si muove il turismo interno, affiancandosi a quello estero che, sempre sui dati 1957, ha raggiunto la cifra di 13 milioni di presenze. E’ di questi anni l’avvio delle autostrade. Nel ’57 si inaugura la Milano-Piacenza, la Serravalle-Tortona, la Voltri-Albisola: poche decine di chilometri, l’inizio di quella che sarà la notevole rete autostradale degli ultimi anni ’60”.

 

La situazione politica interna era condizionata dai grandi avvenimenti internazionali: il XX congresso del partito comunista sovietico e l’insurrezione ungherese. La Democrazia cristiana, arroccata con i suoi uomini di governo alla conduzione del paese, incominciava a vedere, in alcuni suoi settori, la possibilità di porsi di fronte al socialismo con un atteggiamento bivalente, vale a dire di lotta e di alleanza a seconda delle garanzie di ordine politico. Inizia il timido accenno di apertura a sinistra, cioè del tentativo di staccare I socialisti dal loro sodalizio con I comunisti approfittando del trauma avvenuto a seguito della rivolta di Budapest.

Il XX congresso del partito comunista sovietico si apre a Mosca il 16 febbraio del ’56. Il documento programmatico prevedeva argomenti quali la riorganizzazione industriale, dei kolkoz, dell’autonomia delle repubbliche ma già dalle maniere fredde con cui veniva sbrigata la commemorazione di Stalin, i delegati avvertirono che qualcosa di grosso bolliva in pentola. Il congresso fini il 24 e il giorno dopo Krusciov, in una riunione  a porte chiuse,  tenne il famoso rapporto denunciando il “culto della personalità” che ha portato Stalin a perdere il senso della realtà. Egli elenca I crimini della dittatura stalinista e I danni che ne erano conseguiti in Russia e fuori: processi farsa e innocenti condannati, deportazioni in massa, errori grossolani nella condotta della guerra e, prima e dopo, nella conduzione economica del paese, rotture ingiustificate con altri paesi socialisti. I delegati sono annichiliti. E’ un mito che crolla. Dell’immagine di Stalin buono, eroe, genio strategico, politico infallibile non rimane più nulla. Nella conferenza nazionale del Pci all’indomani dello scottante rapporto, la presidenza fatica a tenere a bada I delegati che vogliono sapere che cos’era successo. Incominciano a uscire le memorie degli scampati alle persecuzioni staliniste. Sulla base perplessa dei comunisti italiani giunge infine di giugno la doccia fredda della rivolta d’Ungheria. Il 23 ottobre la rivolta scoppia nelle strade di Budapest contro il regime stalinista di Rakosi. Al Cremlino in un primo tempo prevale la tesi di intervenire, ma di concedere una certa liberalizzazione ai magiari lasciando che il governo sia affidato al riabilitato Imre Nagy e il partito a Janos Kadar. Subito dopo, tuttavia, un secondo più massiccio intervento di carri armati sovietici ristabilisce un regime duro affidato a Kadar, mentre Nagy, che si era rifugiato all’ambasciata jugoslava, scompare. Nagy aveva denunciato il patto di Varsavia e dichiarato la neutralità ungherese nella speranza di ricevere aiuti dai paesi occidentali. Il partito comunista italiano si attesta in difensiva e parla dell’insurrezione come di una controrivoluzione, di un tentativo fallito di instaurare un regime reazionario. Ma non riesce ad evitare una dura polemica col Psi e l’esodo dalle sue file di circa 300 mila iscritti.

 

Le elezioni politiche in Italia nel 1958 segnano un confortante successo per lo scudo crociato che ottiene alla camera 10 seggi in più. I comunisti ribadivano le loro precedenti posizioni, mostrando che il loro elettorato non aveva molto risentito degli avvenimenti internazionali. La più lusinghiera affermazione era invece colta dai socialisti, che salivano a uno straordinario 14,2 per cento. C’era di che rendere invogliante l’eventuale partecipazione a un futuro governo. Il congresso del partito socialista si tenne a Venezia. Il congresso ricevette, all’apertura dei suoi lavori, un saluto che avrebbe suscitato scalpore: quello del patriarca della città. Per quanto Venezia fosse un focolaio delle correnti di sinistra della Democrazia Cristiana, era abbastanza singolare, nel clima del momento, che la più alta autorità locale della Chiesa manifestasse un atteggiamento tanto aperto. Il patriarca era monsignor Angelo Roncalli. Di lì a non molto sarebbe diventato Papa.

Alla scomparsa di Pio XII, avvenuta il 9 ottobre 1958,  un grande interrogativo si pone a chi si domanda chi uscirà Papa dal conclave: sarà innovatore o tradizionalista?

Il conclave dura tre giorni. Entrati nella cappella Sistina il 25 ottobre, I cardinali sono chiamati ad una scelta difficile. Per Roncalli, nel pomeriggio di martedì 28 ottobre, si alza la fumata bianca. A suo favore hanno votato, oltre ai progressisti e ai neutrali, anche una parte dei conservatori, in particolare gli spagnoli e i sudamericani. La sua scelta presenta l’aspetto di un compromesso per l’età avanzata del pontefice, 76 anni, che fa pensare ad un papato di transizione. I cinque anni del suo pontificato saranno invece profondamente innovatori. Subito egli aumenta il numero di cardinali, che era fermo dal Cinquecento, dando alla Chiesa un respiro mondiale e, nel 1959, annuncia la convocazione del concilio ecumenico vaticano II che, aperto l’11 ottobre 1962, getta i semi di un atteggiamento nuovo della Chiesa verso le classi popolari, il terzo mondo e i cristiani acattolici, oltre che rispetto a fondamentali problemi teologici e liturgici (il Concilio si svolge in due tornate e si conclude dopo la morte di Papa Giovanni, avvenuta il 3 giugno 1963).

Alcuni temi del Concilio trovano uno sviluppo particolare nelle due encicliche, di incalcolabile portata, pubblicate da Papa Giovanni. Una è la Mater et Magistra, la più progressista tra le encicliche relative alla questione sociale: si legittimano l’intervento statale nell’economia e la socializzazione e si condanna il neocolonialismo anche sotto la forma di interventi economici condizionanti. Con l’altra enciclica, Pacem in terris, l’appello del Papa esce dai confini della Chiesa cattolica per rivolgersi a tutti gli uomini, auspicando un’unità che scavalchi non solo le opposte ideologie, ma pure le ristrettezze delle singole confessioni religiose. L’azione del Papa, ricca di fantasia, cala la Chiesa e la stessa Maestà pontificale nella realtà quotidiana suscitando vasti consensi, tra I fedeli e nel mondo laico; ma non mancano forti tensioni negli ambienti tradizionalisti. Giovanni XXIII è accusato di essere troppo temerario e addirittura di fare il gioco dei comunisti.

Intanto il 25 marzo 1957 a Roma si compiva il primo passo verso l’Unità europea. Veniva firmato il Trattato istitutivo della Comunità economica europea, che impegnava i sei paesi promotori a integrare, in un ragionevole lasso di tempo, le rispettive economie. La cerimonia aveva avuto luogo in Campidoglio. Una vera folla era ad attendere le diverse delegazioni, capeggiate dai ministri degli esteri (tranne quella tedesca capeggiata dallo stesso Cancelliere Konrad Adenauer e quella italiana presieduta dal presidente del consiglio in carica Antonio Segni).

 

 Nell’ambito degli equilibri geopolitiche nel 1959 accade qualcosa di importante nel Centro America. Cade il regime di Batista con l’avvento al potere del movimento rivoluzionario di Fidel Castro. E’ un avvenimento che avrà poi ripercussioni in tre diverse occasioni: nel tentativo di allargare l’insurrezione in diversi altri paesi dell’America Latina; nella concessione di basi missilistiche all’Unione Sovietica; nell’invio di forze regolari in Africa a sostegno dei governo filocomunisti.

Continuando nella disamina dei problemi internazionali sono di questi anni la guerra di Algeria  e l’inizio della guerra del Vietnam.

La guerra in Algeria inizia in pratica con la costituzione del Fronte di Liberazione Nazionale all’inizio del ’55. E’ stato un conflitto atroce ma gli ostinati europei d’Algeria non avevano alcuna intenzione di rinunciare ai propri privilegi. Proprio questi ultimi danno luogo a episodi clamorosi, come l’assalto al governatorato generale ad Algeri, il 13 maggio 1958. L’episodio ebbe ripercussioni gravissime in Francia. La quarta Repubblica è in crisi, De Gaulle è chiamato al potere e indice il referendum da cui sorge la quinta Repubblica. I paracadutisti di Massu applicano ad Algeri il metodo sistematico della tortura per stroncare il terrorismo algerino (la vicenda è stata poi raccontata dal regista Gino Pontecorvo in un memorabile film: la battaglia d’Algeri). Nel ’60 gli ultrà erigono le barricate per forzare la mano al governo di Parigi. L’anno dopo un quadrumvirato di generali, capeggiato da Salan, tenta il colpo di forza ma senza successo. Intanto gli ultrà dell’Oas danno inutilmente battaglia con attentati in Francia e in Algeria. Nel ’62 l’Algeria è indipendente.

Il Vietnam dopo l’indipendenza sempre dalla Francia fu, come nel caso della Corea divisa in due da un parallelo (in questo caso il diciassettesimo). Il Vietnam del sud era nella sfera d’influenza dei paesi anticomunisti. Ma non tardano a manifestarsi una forma di guerriglia, alimentata dall’instabile situazione politica del paese e dalle aspirazione del Vietnam del Nord, che ha un regime dichiaratamente comunista appoggiato dall’ Urss e dalla Cina. Nel 1955 il presidente degli Usa Eisenhower aveva inviato un piccolo contingente di specialisti. Erano I cosiddetti consiglieri militari, una definizione che verrà mantenuta anche molto tempo dopo, quando sarà chiaro che gli aiuti americani non consistono soltanto in “consigli” ma in soldati e armi.

 

Tornando alla cultura nel ’59 Salvatore Quasimodo vince il premio Nobel per la letteratura. La nostra letteratura gode in questo momento di particolare salute. Nel ’59 comparirà una vita violenta, un libro destinato a suscitare polemiche. Il suo autore si chiama Pier Paolo Pasolini, non ha ancora quarant’anni e si era già messo in luce per diverse opere di narrativa e di poesia, nella quale la sua matrice cattolica era profondamente influenzata dal pensiero di Gramsci. Larghi consensi avevano ottenuto in questi stessi anni altre opere di scrittori italiani: quer pasticciaccio brutto di via Merulana di Carlo Emilio Gadda e il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (morto nell’agosto del ’57, tre settimane prima che il suo volume fosse finalmente accettato da un editore). Nel ’58 si inaugura il Festival dei Due Mondi a Spoleto.

 

 

Gli anni 60’

Sul fronte politico interno gli anni ’60 cominciano con la “crisi Tambroni”. Il 24 febbraio 1960 è caduto il governo monocolore democristiano, orientato a destra, presieduto da Antonio Segni: i liberali gli hanno tolto l’appoggio nella speranza che la Dc troncasse sul nascere ogni idea di dialogo con i socialisti e consolidasse definitivamente la formula del centrodestra. La crisi è complessa e dopo alterne vicende l’incarico di formare il nuovo governo torna a Segni il quale vorrebbe ora un governo col Psdi e il Pri e l’astensione socialista; ma è questo il punto più difficile perché mentre il Psi non intende prestarsi senza contropartite programmatiche, nel mondo cattolico si esprimono forti ostilità nei confronti di tale apertura. Segni rinuncia. Un’ora dopo, senza ulteriori consultazioni, il capo dello Stato Giovanni Gronchi pone la disorientata Dc di fronte al fatto compiuto: passa l’incarico a Ferdinando Tambroni. Tambroni, già del gruppo gronchiano ed ora fanfaniano, considerato di sinistra soprattutto per il rilievo che dà all’intervento pubblico nell’economia ed alle aziende di stato, propone un monocolore “pendolare”, cioè disponibele ad accettare i suffragi di volta in volta a destra e a sinistra, e l’8 aprile ottiene la fiducia della Camera: però i voti dei missini risultano determinanti. Il nuovo presidente del consiglio spera di trovare in seguito, sullo sviluppo del programma, un equilibrio attraverso l’appoggio o l’astensione dei socialisti, ma il ministro per la cassa del Mezzogiorno, Pastore, non gliene da il tempo perché rinuncia all’incarico seguito a breve distanza da altri membri dell’esecutivo. Tambroni rassegna le dimissioni ma a breve distanza di tempo Gronchi invita il gabinetto Tambroni a perseverare presentandosi al secondo ramo del parlamento per verificare la maggioranza. Con 128 sì e 110 no, il Senato gli conferma lo stesso tipo di fiducia che c’era stata alla Camera. La crisi sembra formalmente risolta. In tutta la vicenda tuttavia rimane un contrasto di vedute tra il Quirinale e Piazza del Gesù.

Intanto Tambroni cerca di consolidarsi con una serie di misure popolari: riduce il prezzo della benzina, dello zucchero e delle carni e accoglie le richieste salariali di alcune categorie; contemporaneamente prospetta agli imprenditori privati l’immagine di un governo forte: sembra l’inizio di un governo gollista, che qualcuno attribuisce a Gronchi. In maggio e in giugno le forze di polizia affrontano con inconsueta violenza manifestazioni anti-Nato in Emilia e agitazioni sindacali in Sicilia. La crisi giunge all’apice quando il condizionamento missino si fa pesantemente sentire con la decisione di quel partito di tenere il suo congresso a Genova, città dove accesa è stata la lotta partigiana. Inoltre si sparge la voce che al congresso parteciperà Carlo Emanuela Basile, l’ex prefetto in carica durante gli anni della Repubblica Sociale italiana. Il Msi vuole saggiare il governo e a sua volta il governo ha l’intenzione di dare prova di fermezza nella difesa della legge. L’antifascismo si mobilita in tutto il paese e mentre a Genova, paralizzata dallo sciopero generale, un imponente corteo si scontra con la polizia; a Roma, a Porta San Paolo, gli agenti di pubblica sicurezza caricano la folla. I morti nel paese, tra il 30 giugno e il 7 luglio, sono una decina: particolarmente gravi risultano essere gli scontri a Reggio Emilia dove cinque manifestanti rimangono sul terreno. Nelle due Camere, senatori e deputati vengono alle mani. Alla fine è l’Italia antimissina che registra la vittoria: il congresso missino non ha luogo e il 19 luglio il governo Tambroni, sconfessato dalla stessa Dc, si dimette. Il 2 agosto Fanfani vara il nuovo governo con i voti dei quattro partiti di centro e l’astensione dei monarchici e dei socialisti. I missini sono nuovamente fuori gioco.

 

 

La Fine del miracolo economico: inizia la recessione

 

Si susseguono governi di centrosinistra che cercano di dare impulso alla vita economica e sociale del paese ma restano gravi contraddizioni che esploderanno in seguito. La congiuntura sfavorevole del 1964 viene superata faticosamente. Eppure gli anni del centrosinistra rappresentano la formula di governo sulla quale molti italiani avevano riposto molte speranze. Moro è in sella nel suo secondo e terzo governo, I socialisti nel ’66 provvedono a riunificarsi (anche se continui contrasti interni porteranno ad una successiva e definitiva scissione nel ’69) e forniscono al governo i loro uomini più in vista. Tutto questo però evidentemente non basta per un paese che ha conosciuto una crescita convulsa della sua economia, alla quale però non è seguita un ammodernamento delle strutture statali e amministrative.

In questi anni il mondo del lavoro registra l’opera paziente per ricucire l’unità delle forze sindacali. Il 1965 vede la fase più acuta della recessione e anche le più caute iniziative da parte delle organizzazioni dei lavoratori. Le ore di sciopero sono tra le più basse degli ultimi cinque anni; avranno una spinta nel 1966, poi di nuovo un calo nel 1967. Nel complesso il costo del lavoro – per contenere il quale si battono non soltanto, ovviamente, gli industriali ma anche, ma anche per questioni economiche legate alla competitività su scala mondiale, il governatore della banca d’Italia Guido Carli – non subisce grosse lievitazioni nonostante il pesante rincaro del costo della vita (in due anni l’indice passa da 140 a 150 punti). Se questo facilita la ripresa economica dopo la recessione ammonitrice del 1964, induce anche le tre confederazioni sindacali ad avviare un discorso unitario che renda più incisiva la loro azione.

Il 7 marzo si registra uno sciopero generale proclamato dalla Cgil per le pensioni. Di questa iniziativa dovranno poi beneficiare milioni di italiani (anche se la sua attuazione costò al paese 10 lire d’aumento sul prezzo della benzina). Il punto più significativo ai favori dei pensionati era l’istituzione del congegno della scala mobile che aggiornava, sia pur limitatamente, l’ammontare delle pensioni in rapporto al progressivo scadimento del potere d’acquisto della lira. Era poi ripristinata la pensione d’anzianità, indipendentemente dall’età raggiunta, per chi avesse almeno trentacinque anni di contributi versati. Infine era costituita la cosiddetta “pensione sociale”: 12 mila lire mensili, per tredici mesi all’anno, di cui avrebbero beneficiato coloro che, per il mancato versamento dei contributi necessari, non avevano diritto al normale pensionamento.

Per quanto riguarda la realizzazione dello Stato sociale in Italia, era stata già intrapresa sotto il fascismo. Successivamente la fine del conflitto, il sistema sociale in Italia è stato però ricostruito solo molto in ritardo rispetto alla Gran Bretagna e alla Francia. Questo ritardo è stato ampiamente compensato negli anni Settanta da una crescita frenetica delle servizi sociali, che si sono andati confusamente accumulando, e senza preoccuparsi delle conseguenze sul bilancio pubblico. L'effetto è stato la progressiva diffusione nel nostro sistema della filosofia della 'gratuità diffusa' delle prestazioni pubbliche. A questa diffusione della gratuità ha contribuito l'estensione della spesa senza la partecipazione al suo finanziamento da parte degli utenti dei servizi stessi.  In questo modo i cittadini italiani hanno perso la percezione materiale del costo delle prestazioni di cui beneficiavano, con conseguente indebolimento della solidarietà autentica verso i bisognosi e del senso dello Stato. Il danno maggiore in questa direzione è stato fatto dalla riforma sanitaria, che privò gli utenti dei servizi sanitari della percezione diretta dei costi dei farmaci e delle cure mediche, favorendo così lo sperpero.

 

Nelle successive elezioni politiche del 18 giugno 1968 la Dc registra un lieve aumento mentre I comunisti registrano un notevole passo avanti. E, cosa più rilevante ancora, I socialisti unificati perdono circa la quarta parte dei voti ottenuti cinque anni prima a liste separate. Al governo, come cinque anni prima, va Giovanni Leone. E’ chiaramente un incarico di transizione, durerà infatti sei mesi, il tempo perché i partiti di centrosinistra raccolgano le idee e si ripresentino  con il primo di quelli che saranno I cinque ministeri di Mariano Rumor.

Nell’ottobre del ’68 si registra un’altra innovazione nel campo del lavoro. Le “gabbie salariali”, cioè la differenza delle retribuzioni minime nelle diverse zone del paese, erano abbattute. Era un tentativo nello sforzo, poi purtroppo dimostrato vano, di risollevare il tenore di vita dei lavoratori del Mezzogiorno. Nel 1967 il reddito medio prodotto in Italia era di circa 620 mila lire”.

“Si passava – disse continuando ad attingere dati dalle sue inseparabili cartelle - però dal milione di Milano, dalle 942 mila lire di Torino alle 320 mila di Reggio Calabria, alle 296 di Agrigento. Sono squilibri fortissimi, che denunciano il fallimento della politica meridionalistica.

Anche il settore agricolo versa in gravi difficoltà. Il confronto con le più razionali e redditizie colture di diversi altri paesi del Mercato comune europeo torno a tutto scapito dei nostri coltivatori.

 

Inizia la Contestazione

Anche nelle zone a più alto reddito incomincia però a serpeggiare il malessere. Nelle grandi fabbriche del Nord l’affinamento delle grandi tecnologie produttive, la richiesta di un ritmo che mantenga comunque la produttività a livelli competitivi si manifesta massicciamente nel fenomeno dell’assenteismo. Nelle aziende metalmeccaniche, fra il 1963 e il 1968 la media delle assenze giornaliere è aumentata dall’8 al 12 per cento. Manifestazioni di insofferenza verso la stessa disciplina sindacale si verificano in diversi grandi stabilimenti; di qui hanno origine i gruppi spontaneistici che, per quanto mai numerosi, dovranno dare un forte contributo all’estremizzazione della lotta sindacale nell’ormai imminente autunno caldo.

Il disagio del momento è colto anche in campo imprenditoriale. Risalgono al 1968 I tentativi di rinnovamento in seno alla stessa Confindustria (dalla quale già dal 1958 si erano staccate le imprese a partecipazione statale, confluite nell’Intersind). Industriali, quali Leopoldo Piralli e Gianni Agnelli, si fanno promotori di una maggiore dinamica

Rumor, oltre ad ereditare, quindi, una situazione sociale ed economica non certo esaltante, entra in carica quattro giorni dopo che Capanna e i suoi compagni ebbero bersagliato con le uova gli agghindati signori che si avviano ad assistere al Don Carlos alla Scala di Milano. La contestazione studentesca è in pieno svolgimento, e dalle altre piazze europea rimbalza in Italia. I precedenti del movimento studentesco, protagonista di spicco del Sessantotto in Italia, sono settoriali, per risoluzione di problemi emersi dalla dilatazione della popolazione universitaria: una dilatazione che rende più evidenti le insufficienze delle strutture e i mali cronici della scuola e in particolare dell’università (il nozionismo, le baronie). L’anno precedente si apre, in febbraio, con l’occupazione dell’università di Pisa ad opera di studenti che provengono da vari atenei e che sono usciti dalle vecchie associazioni studentesche: è questo gruppo che elabora la carta ideologica (“le tesi della sapienza”) del movimento “potere operaio” che intende operare l’inserimento dei poteri studenteschi nel contesto della lotta di classe. Ne fanno parte tra gli altri Adriano Sofri. A giugno manifestazioni per il Vietnam: il movimento occupa la facoltà umanistica di Torino, quella di lettere a Genova e l’ateneo di Napoli.. Si verificano nuove ondate di occupazioni a fine anno. L’8 gennaio 1968 il movimento, ritenendosi ormai maturo per un’organizzazione unitaria, convoca il suo primo convegno nazionale a Torino. Il movimento si ispira ad un nuovo pensiero politico  che si collega a nuovi autori ed è suggestionato da avvenimenti che si verificano fuori d’Italia. Si dice che nel movimento si trova la generazione delle tre M: Marx, Mao e Marcuse. Ma più che a Marx ci si ispira alla rivoluzione culturale maoista e soprattutto al leninismo dei guerriglieri sudamericani e dei combattenti vietnamiti, a Castro, Che Guevara, Ho Chi-min. E’ un’ideologia molto poco omogenea e influenzata anche dal “maggio francese”.

Movimenti studenteschi sone presenti anche in altri paesi europei, ma specialmente in Germania e in Francia. Nel maggio del ’68, mentre il parlamento tedesco approva le “leggi eccezionali per l’ordine pubblico”, a Parigi gli studenti alzano barricate per le strade, gli operai occupano le fabbriche e De Gaulle è costretto a sciogliere l’assemblea nazionale. Enorme è l’impressione sugli studenti europei dei messaggi che sui muri della Sorbona esprimono la collera della gioventù. Lo slogan più celebre è “l’immaginazione al potere”.

L’eco dei fatti francesi cala, in Italia, su una situazione incandescente. Nei primi mesi del 1968 l’agitazione si era estesa alle scuole medie superiori, in Parlamento le sinistre criticavano con asprezza il ministro degli interni e, mentre gli studenti scioperavano assieme agli operai.

Dopo il maggio francese la problematica del movimento si dilata: assalto alle rotative del Corriere della Sera, occupazione della cattedra di Parma da parte delle comunità cattoliche di base, varie rivolte antimilitariste e antiamericane. A Milano si forma l’organizzazione comunista Avanguardia Operaia.

A fine anno risultano imputati per le agitazioni 2700 studenti.

 

Questo periodo riflette gravi tensioni anche a livello internazionale. Nel 1967 ad Atene avviene il colpo di stato dei “colonnelli”. E’ anche l’anno della guerra dei sei giorni, che vede le truppe israeliane di Moshe Dayan catapultate sul canale di Suez.

E’ l’anno dell’ulteriore escalation americana in Vietnam con l’occupazione della fascia smilitarizzata che divide il Nord dal Sud. Le notizie si fanno sempre più drammatiche. I soldati americani che combattono su quel fronte sono più di mezzo milione e nonostante questo devono subire l’iniziativa dei vietcong. In questo lembo di terra indocinese si consumano stragi agghiaccianti. La sorte di questo martoriato paese lacera gli italiani, ma un’altra guerra atroce è scoppiata nel ’68 in una zona d’Africa. La secessione del Biafra è duramente domata dalla Nigeria, ma la regione è colpita soprattutto dalla fame, che fa le prime vittime tra i più deboli e i bambini. I servizi fotografici portano per la prima volta nelle case di molti italiani la cruda testimonianza dei piccoli corpi scheletrici, dei ventri gonfi e degli occhi sbarrati.

Il 1969 è un anno di grandi e di gravi avvenimenti. L’uomo va sulla Luna e a Milano esplode una bomba alla banca nazionale dell’agricoltura a piazza Fontana. Dopo aver seguito l’esaltante viaggio di Armstrong e dei suoi due compagni, gli italiani si ritrovano a piangere I 16 che sono stati fatti a pezzi dal criminale attentato. E’ il 12 dicembre, non manca molto a Natale, cinque milioni di lavoratori sono in agitazione per il rinnovo dei contratti. La strage per la sua mostruosità, blocca per un attimo il paese. La strategia della tensione colpisce ancora quando pochi giorni più tardi un mite anarchico di nome Giuseppe Pinelli vola da una finestra della questura. Pietro Valpreda, un altro arrestato del suo gruppo, viene indicato come il colpevole che ha compiuto la strage: dovrà alla fine essere liberato, ma dopo tre anni. Sull’Italia viene a gravare una cappa di ambiguità e di incertezza. Un mese prima, sempre a Milano, un agente di polizia, Antonio Annarumma, era stato ucciso durante violenti scontri con manifestanti dell’estrema sinistra. I suoi funerali erano stati strumentalizzati, fino a diventare un aperto convegno dell’estremismo di destra.

Il 7 dicembre 1970 il ministro degli interni comunica alle Camere che c’era stato un tentativo di colpo di stato. Vi era implicato anche il principe Valerio Borghese, che durante la Repubblica di Salò era stato il comandante dei reparti dell’elite della Xmas. Fu un tentativo maldestro.

Reggio Calabria è scossa da violente agitazioni. Il pretesto è l’assegnazione a Catanzaro della qualifica di capoluogo di regione. Non si tratta di una questione di prestigio ma di stipendi. Per mesi la città rimarrà sconvolta da una guerriglia su cui soffiano le forze di destra. Quattromila agenti dovranno stazionare in permanenza per controllare la situazione. Nel ’71 vengono arrestati nel Veneto il procuratore legale Franco Freda e l’editore Giovanni Ventura: tre anni più tardi verranno incriminati per la strage di piazza Fontana. Freda e Ventura guidavano allora l’estremismo più oltranzista del neofascismo.

Il 24 dicembre 1971 Giovanni Leone diventa il sesto presidente della repubblica. L’elezione avviene solo al ventitreesimo scrutinio. L’elezione del presidente, destinato a non terminare il suo settennato al Quirinale, cade in un periodo di estrema confusione politica. I governi si succedono continuamente, senza riuscire a dare un fermo orientamento al paese. La vita nazionale è immiserita da scandali vergognosi (fondi neri, lockheed). Dopo un breve monocolore, Rumor regge per quattro mesi un effimero governo di centrosinistra, passando quindi la mano a Emilio Colombo, che resterà in carica per 527 giorni. Andreotti forma il suo primo governo monocolore “per I problemi urgenti”, dopo il quale, negatagli la fiducia nel febbraio ’72, si arriva alle elezioni anticipate del 7 maggio. Già da qualche anno si iniziano a manifestare diverse formazioni extraparlamentari di sinistra – lotta continua, avanguardia operaria, potere operaio, la corrente che si raccoglie intorno al Manifesto -  caratterizza vivamente la lotta politica. L’impegno della lotta politica non fa notare in un primo momento, l’ambiguo passaggio di piccoli gruppi a un altro tipo di attività. Nel gennaio 1971 tre autocarri erano stati dati alle fiamme sulla pista di Linate. Si trattava di un primo attentato firmato dalle brigate rosse. Il 23 marzo 1973 si tiene a Bologna il primo convegno degli “organismi autonomi”. Il ricorso alla violenza si andava organizzando. Nel 1974 a Napoli prendevano consistenza I nuclei armati proletari: un’altra organizzazione clandestina scendeva in campo. Il 15 marzo 1972 il corpo di un uomo senza vita è trovato sotto un traliccio dell’alta tensione a Segrate. Inizialmente non riconosciuto, viene più tardi identificato come l’editore Giangiacomo Feltrinelli. La sua morte era ufficialmente attribuita al prematuro scoppio di una carica esplosiva che stava applicando al traliccio, ma erano avanzati anche dubbi di un possibile assassinio. La violenza è all’ordine del giorno. Sempre a Milano, il 17 maggio viene ucciso da un killer il commissario Luigi Calabresi, capo dell’ufficio politico della questura.

Un anno dopo, in occasione della cerimonia per lo scoprimento d’un busto in suo onore, un attentatore lancia una bomba tra la folla: ci sono tre morti e una cinquantina di feriti. E’ una terribile sequenza di fatti di sangue e gli italiani hanno modo di inorridire ancora nel 1974 quando il 28 maggio scoppia una bomba in piazza della Loggia a Brescia durante una manifestazione antifascista (otto vittime) e quando il 4 agosto un vagone del treno italicus è sventrato da un’esplosione dolosa (dodici morti). E’ la strategia della tensione che incominciata con la strage di piazza Fontana cinque anni prima, prosegue spietatamente. Il terrorismo non è però una prerogativa italiana anche quando può svolgersi in casa nostra. Dopo che nel 1972 alle olimpiadi di Monaco ci fu il sequestro degli atleti israeliani da parte di un commando palestinese (17 morti all’epilogo), il 17 dicembre 1973 ancora un gruppo di fedain si scatena all’aeroporto di Fiumicino contro un aereo della Pan Am: i passeggeri, una trentina, bruciano nel rogo dell’apparecchio.

 

Sono in Asia i punti nevralgici del mondo. Sotto la presidenza di Nixon, che nelle elezioni del ’72 aveva ottenuto una trionfante nomina, gli Stati uniti mettono fine alla guerra del Vietnam. I lunghi negoziati alla fine arriveranno in porto.

Gli americani abbandonano un paese che, dal 1961 al 1972, ha conosciuto tutti gli orrori della guerra. Cinquantamila americani e alleati, centocinquanta mila sudvietnmiti, ottocentomila nordvietnamiti e guerriglieri: questi i morti del terribile conflitto. Il Vietnam aveva rappresentato una spina nel cuore per tutto il mondo civile. Per le sinistre, la pace finalmente raggiunta era una vittoria contro l’imperialismo. Nixon non finisce di procurare sorprese. Nel febbraio del ’72 lo troviamo così inaspettatamente a Pechino, a stringere la mano a Mao (e a rendere preoccupati i dirigenti del Cremlino). Poi scoppia il “caso Watergate”, un episodio di spionaggio preelettorale che coinvolge anche il presidente degli Stati uniti, al punto che il 6 agosto 1974 Nixon, minacciato di deferimento alla giustizia, dà le dimissioni.

Questi importanti avvenimenti mondiali non distolgono gli italiani di seguire la cronaca politica di casa loro. Con le elezioni politiche del 7 maggio 1972, in cui la Dc raccoglie il 38,8 per cento dei voti e il Pci il 27,2, si apre una nuova legislatura che vedrà avvicendarsi cinque governi, uno Andreotti, due Rumor e due Moro. L’ultimo è un monocolore destinato a dimettersi dopo le elezioni del giugno 1976.

Sono questi gli anni del braccio di ferro per il divorzio. Infatti nello stesso giorno in cui viene introdotto in Italia il divorzio, il 1 dicembre 1970, si costituisce un comitato nazionale per raccogliere le firme necessarie ad un referendum abrogativo. E il 19 giugno 1971 il comitato è già in grado di presentare non le 500 mila firme richieste, ma un milione e 300 mila. Sarebbe questo per il paese il secondo referendum, dopo quello per scegliere la monarchia o la repubblica. Sono molti a voler evitare il referendum, ma alla fine si terrà. Da parte della propaganda antidivorzista si insiste sul tema dell’unità della famiglia che l’innovazione alla lunga distruggerebbe; sulle sorti dei figli; sui rischi della donna che essendo economicamente più debole, resterebbe abbandonata senza mezzi di sostentamento. Il referendum ha luogo il 12 maggio 1974 e si conclude con un successo divorzista superiore alle previsioni: il 59,3 per cento si esprime contro l’abrogazione della legge e solo il 40,7 a favore. E’ un insuccesso per la Dc, ma specialmente per Fanfani che si era buttato nella lotta con impeto infaticabile.

 

Il 1973 è l’anno della crisi del petrolio. I paesi arabi produttori hanno visto scendere I loro ricavi a causa dell’erosione del dollaro. Di qui la decisione di cui si è fatto promotore re Feisal d’Arabia, di imporre consistenti rincari. I paesi europei sono quelli maggiormente colpiti dal provvedimento. Fra essi l’Italia si trova in una posizione particolarmente delicata, dovendo importare dall’estero oltre l’ottanta per cento del proprio fabbisogno energetico. L’Italia, inoltre, possiede una fiorente industria di trasformazione e raffinazione dei prodotti petroliferi che la rende particolarmente vulnerabile. Il momento viene considerato dal governo particolarmente drammatico. Assieme ai partner europei studia piani d’emergenza, che a volte assumono forme spettacolari anche se irrilevanti ai fini dell’economia, come il blocco della circolazione stradale nelle giornate festive. Si cercano altre soluzioni. A tale scopo prosegue, nonostante forti opposizioni ambientalisti, lo sviluppo del piano nucleare, che mette quanto prima a disposizione la centrale di Caorso. La crisi del petrolio ci coglie in un momento di acuta tensione. Le economie occidentali sono in piena fase recessiva. Nel corso del ’74 la disoccupazione salirà fin oltre il milione e duecentomila unità, mentre la produzione industriale farà registrare una drastica diminuzione. L’Italia deve ricorrere a massicce iniezioni di dollari e di marchi per sostenere la propria economia. Parte di questo indebitamento servirà a coprire, oltre gli aumenti degli acquisti per I prodotti petroliferi, le perdite delle non poche aziende dissestate che sono state assorbite dalle partecipazioni statali. I prezzi dei prodotti anche di largo consumo tendono ad un forte rialzo, che le autorità cercano di contenere ricorrendo a diverse iniziative, vendite controllate, blocco di alcuni generi, e simili. Con il 1 gennaio 1974 arrivano anche le buste paga “leggere”. E’ scattata infatti la riforma tributaria che ha sostituito un largo numero di imposte con tre soltanto: quella sul reddito delle persone fisiche (che per i dipendenti si traduce appunto in una ritenuta alla fonte), quella sul reddito delle persone giuridiche e quella locale sui redditi. Inoltre l’anno precedente era entrata in funzione l’iva, imposta sul valore aggiunto, che adeguava la nostra normativa a quella della CEE in materia di imposte indirette. Il mercato delle automobili è il primo a risentire della crisi, anche come conseguenza inevitabile del rincaro della benzina. Nel 1976 la lira perde del 12 per cento rispetto il dollaro.

 

 

Assistenzialismo e aumento del debito pubblico. All'origine del consociativismo

Ai condizionamenti legati alla recessione internazionale e allo shock petrolifero i nostri politici intrapresero delle scelte sociali e economiche che avrebbero causato gravi disagi agli italiani. 

Nel 1975 venne firmato l'accordo sul punto unico della contingenza. Questo accordo è stato una vera e propria sciagura in quanto istituì un meccanismo che per la sua stessa forza inerziale avrebbe portato tutte le retribuzioni, nel giro di pochi anni, verso il completo livellamento, verso un egualitarismo poco sensibile alla produttività realizzata dai diversi comparti e dalle diverse aziende. Questo sistema sembrava imporsi grazie alla complicità fra le forze della democrazia cristiana e quelle marxiste, uniti da tendenze assistenziali.

Il secondo effetto del punto unico di contingenza è stato quello di costituire una specie di riparo che rendeva i lavoratori dipendenti poco sensibili all'andamento del ciclo economico. I lavoratori dipendenti ebbero l'impressione che l'inflazione che stava distruggendo il sistema economico non toccasse il loro reddito.

In quegli anni, i consumi restarono sostanzialmente stabili, mentre per affrontare un deficit commerciale che era cresciuto in misura pari al 5% del Pil si sarebbe dovuto attuare una drastica politica fiscale e destinare risorse all'esportazione, sottraendole al consumo. Il punto unico di scala mobile rappresentava appunto una difficoltà oggettiva al contributo dei lavoratori dipendenti al riequilibrio dei conti con l'estero. In queste condizioni l'aggiustamento veniva cercato con politiche monetarie che incidevano soltanto sul livello degli investimenti e con la drastica riduzione dei margini di profitto, il tutto accompagnato da un aumento senza precedenti dell'indebitamento bancario delle imprese. Le rigidità, che impedivano un aggiustamento dei costi e dei prezzi attraverso la modifica dei fattori interni, conduceva inesorabilmente a una spirale di deprezzamento del cambio. Anche quest'ultimo fenomeno, la svalutazione, non era vista con avversione da correnti culturali marxiste, ma soprattutto da taluni gruppi di centro che esercitavano una forte influenza sul sindacato”.

 

Strettamente connessa al punto unico di contingenza è stata la legge del giugno 1975 che istituiva il duplice collegamento delle pensioni alla dinamica contrattuale del salario e al costo della vita. Questo provvedimento è stato un atto irresponsabile nei confronti delle generazioni future, le quali si troveranno nella condizione di produrre redditi per consumi del passato, e difficilmente disporranno di trattamenti pensionistici paragonabili a quelli del passato. Con quella legge si istituiva un meccanismo automatico di allargamento della massa pensionistica alla quale non rispondeva un equivalente ampliamento della massa contributiva. Una macchina per produrre deficit, e dunque per scaricare sui figli i consumi dei padri. Sostenendo tale politica i sindacati degli anni Settanta ebbero il potere di espellere i lavoratori delle generazioni future dal godimento di quelle protezioni sociali di cui la loro generazione poté fruire.

La concezione mutualistica e l'egualitarismo salariale sono state il frutto di una medesima filosofia: gratuità totale, irresponsabilità del cittadino nel processo di accumulazione del capitale sociale, indifferenza alla produttività del proprio lavoro individuale. In questo processo di deresponsabilizzazione del cittadino italiano ha agito, come si è visto, la cultura marxista, ma anche la cultura dell'assistenzialismo, tipica dei trascorsi governi.

 

Stava meditando, la guardò negli occhi e riprese nuovamente “una simile struttura del costo del lavoro ha intensificato tra gli imprenditori privati il desiderio di fuga, facendo cadere le aziende, ad una ad una, in mano pubblica. La legislazione degli anni successivi ha aggravato ulteriormente la situazione con la legge sulle finanze locali. Si mise così in piedi un sistema di centri di spese decentrati che non avevano il dovere di indicare i mezzi per far fronte a quelle spese. Questa legge porta un’impronta comunista; il Pci infatti, lucidamente convinto di non poter arrivare al potere centrale, puntò su leggi che gli consentivano di dilatare la spesa dello Stato, ricevendone benefici in termini di consenso popolare senza patire dell'impopolarità derivante dalla ricerca di maggiori entrate.

In quegli anni si compì la costruzione di un sistema di leggi corrotto, che induceva alla cancellazione dei veri vincoli di solidarietà, all'appiattimento delle mansioni e allo sperpero delle risorse. Questa situazione drammatica è stata senza dubbio favorita dal venire meno di un ordine monetario internazionale che imponesse delle regole minime per far parte della Comunità degli Stati ad economia libera. Con la crisi petrolifera viene sconvolto il sistema produttivo italiano, anche perché la classe dirigente che aveva governato il paese non aveva saputo trasferire nel sistema giuridico nazionale quei vincoli esterni che derivavano dalla partecipazione al Fondo Monetario e alla CEE.

 

In realtà, se non ho capito male, non esisteva una reale contrapposizione tra DC e Pci. I primi a livello nazionale e i secondi a livello locale beneficiavano ampiamente di questo assennato assistenzialismo. Siamo all’inizio del consociativismo di cui tanto si parlo alla fine della prima repubblica.

Lo "Statuto dei Lavoratori" rappresenta la testimonianza maggiore di come fosse ormai attenuata la contrapposizione secca tra la Democrazia Cristiana e satelliti da una parte e sinistra dall'altra, e come si fosse ormai dato inizio ad un sistema consociativo che si manifestò in un insieme di vincoli all'impresa. Furono vincoli che misero una pesante ipoteca sul proseguo dello sviluppo dell’economia italiana. Non è un caso che tra il 1969 e il 1970, in Germania si arriva al pieno impiego e molte imprese stabiliscono di costruire impianti all'estero. Lo fanno dappertutto, in Grecia, in Portogallo, Turchia, tutti paesi governati ancora da regimi più o meno vessatori. Non lo fanno nel Mezzogiorno d'Italia. E a quell'epoca i fenomeni di inquinamento mafioso della società non erano così visibili come oggi: ciò che non ha convinto gli imprenditori tedeschi è stato il timore di essere imbrigliati in una legislazione che non agevolasse lo sviluppo industriale.

Per quanto riguarda la vulnerabilità del capitalismo italiano il problema centrale consiste nel fatto che gli imprenditori italiani non hanno mai avuto il coraggio di affrontare la concorrenza internazionale, proteggendosi dietro le coltri delle commesse statali; Alle richieste dei sindacati hanno sempre elargito a piene mani, per poi rifarsi sui prezzi, assumendo dunque mentalità e comportamenti inflazionistici. Infine, dopo aver ceduto così tanto da vedersi azzerati i margini di profitto e la capacità di autofinanziamento, quegli stessi imprenditori cercano di vendere le aziende al prezzo più alto possibile alla mano pubblica, che soccorre con grande disponibilità, nel timore che l'impatto occupazionale crei problemi elettorali.

 

 

Droga, Criminalità e Terrorismo

Sul versante sociale continuava il disagio giovanile: scuola e occupazione tengono in fermento le nuove generazioni. Si infittiscono le manifestazioni giovanili che esplodono periodicamente nelle grandi città. Inizia tra i giovani il preoccupante fenomeno della droga.. In Italia, in questi anni, la droga non è più di passaggio dai mercanti dell’Oriente ai mercati americani e a quelli del nordatlantico ma si sta diffondendo capillarmente, sino a diventare una piaga allarmante.

La criminalità è in aumento, soprattutto in aumento sono I sequestri di persona. Partita in sordina negli anni ’60 – sembrava inizialmente una triste prerogativa della Sardegna – questa forma di delinquenza esplodeva con gli anni ’70. I nomi di Paul Getty, il nipote del celebre miliardario americano, liberato per due miliardi di lire dopo che gli ere stato reciso un orecchio; di Rossi di Montelera; del piccolo Daniele Alemagna (tre miliardi); di Cristina Mazzotti, l’infelice ragazza uccisa dopo che era già stato pagato più di un miliardo; di Vittorio Gancia, liberato dopo un conflitto, emergono dalle cronache ormai quotidiane. Sapremo più tardi che non pochi di questi sequestri sono state azioni di “autofinanziamento” da parte di gruppi eversivi.

Le Brigate rosse firmano a Genova l’assassinio del procuratore capo della repubblica Francesco Coco; estremisti di destra fulminano poco dopo a Roma un altro magistrato, Vittorio Occorsio.

“Siamo ormai al 1976, le elezioni anticipate cadono tra i due misfatti. La repubblica, a trent’anni dalla sua fondazione, si trova in una via senza uscita: recessione, disordini, criminalità, scandali, disastri ecologici (Seveso è sotto l’incubo della diossina) minano la vita della nazione. E’ in questo periodo che entrano nei discorsi della gente I termini “compromesso storico” ed “eurocomunismo”. Il primo, politicamente giustificato dal golpe di cui era rimasto vittima in Cile il governo di Salvador Allende (11 settembre 1973), era stato definito dal segretario comunista Berlinguer, nel congresso del marzo ’75, come “l’unica adeguata prospettiva per arrivare alla trasformazione democratica del paese”. L’altro, era stato ripreso dallo stesso Berlinguer in un discorso tenuto a Parigi nel 1976. In entrambi era chiaramente espressa la volontà dei comunisti di accedere a responsabilità di governo a fianco delle forze anche cattoliche. Il 20 giugno 1976 gli italiani andavano alle urne. Una maggioranza di voti era polarizzata dalla Dc e dal Pci che registrava un eccezionale balzo in avanti. Si apriva la strada per un governo “della non sfiducia” presieduto da Giulio Andreotti.

Il rapimento di Aldo Moro e la strage della sua scorta, il 16 marzo 1978 in via Fani a Roma, segnano il punto più alto dell’escalation della violenza. Nel contempo, però, questi tragici avvenimenti hanno fornito anche un’isperata dimostrazione di fermezza e di compattezza da parte dell’intero popolo italiano. L’ipotesi di una dissoluzione politica del paese è tramontata in quei cinquantacinque giorni che sono trascorsi dal sequestro del presidente della Democrazia cristiana al ritrovamento del suo corpo crivellato. L’Italia, guardata con preoccupata attenzione e considerata come un tumultuoso laboratorio aperto alle più audaci sperimentazioni sociali, ha rivelato di possedere un maturo senso della democrazia. Il penoso episodio delle forzate dimissioni di Giovanni Leone è superato dall’unanimità popolare che sorreggere il nuovo presidente Sandro Pertini.

 

 

Gli Anni recenti: tra disagio politico e integrazione – brevissimi cenni

Alla fine degli anni ’70 abbiamo assistito ad una situazione in cui lo Stato si è visto costretto a soccorrere e assistere le imprese e a provvedere ad un generalizzato assistenzialismo, ha portato al collasso dei conti pubblici.

Un debito pubblico molto superiore alla media di quello degli altri Stati ad economia avanzata, come è il caso dell'Italia, provoca una forma di schiavitù nei confronti dei paesi europei partner ed in particolare della Germania, che è il membro determinante delle condizioni monetarie dell'Europa. Un aumento dei tassi di interesse tedeschi implica un corrispondente aumento degli interessi che lo Stato italiano paga a chi detiene titoli  pubblici. Questo succede per non indurre i risparmiatori italiani ed esteri ad acquistare titoli di Stato francesi e tedeschi, caratterizzati da rendimenti più interessanti. Al maggior onere di bilancio occorre far fronte con maggiori imposte o con minori spese.

Sono bastati l'interconnessione dei mercati finanziari e la liberalizzazione dei movimenti di capitale per cancellare dal nostro ordinamento la visione dirigista. Gli impegni economici e monetari accettati con la firma del Trattato di Maastricht e, precedentemente, con la firma dell'Atto Unico, sono incompatibili con l'idea stessa di programmazione economica. Ad essa si vengono a sostituire la politica dei redditi, la stabilità della moneta e il principio del pareggio di bilancio.

Con il regime imposto dal Sistema Monetario Europeo, il cambio fisso e la libertà dei movimenti di capitale hanno costretto le parti sociali ad adottare politiche di protezione della competitività delle imprese. Le soluzioni proposte sono state le seguenti: restituzione di flessibilità al mercato del lavoro; aggancio delle retribuzioni all'inflazione programmata; revisione dello Statuto dei Lavoratori. Per quanto riguarda le pensioni è stato necessario far capire a tutti che il sistema non è altro che un meccanismo di potere d'acquisto  al quale non equivale un reddito presente.

 

Anche se gli ultimi interventi di politica economica sono stati a volte validi strumenti per migliorare i conti pubblici, la stabilità monetaria e l'equilibrio della bilancia dei pagamenti, essi sono però da interpretare come un'anticipazione di un ritorno al liberismo. E' sicuro che tale "riscoperta" non potrà dare risposte alla piaga della disoccupazione e ai divari tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno. La tendenza ad adottare un sistema liberomercantilistico è stata confermata dall'elezione di Silvio Berlusconi a Presidente del Consiglio nel 1994. Berlusconi in campagna elettorale assicurò una diminuzione della pressione fiscale e la creazione di un milione di posti di lavoro, in piena sintonia con la maggioranza degli italiani che chiedevano di conciliare il rispetto degli impegni di Maastricht con il rilancio della produzione  e dell'occupazione interna. Il governo Berlusconi del ’94, come del resto quello precedente presieduto da Dini, iniziò a discostarsi dall'europeismo germanizzante dei suoi predecessori seguendo il progetto di un liberismo stile angloamericano. Molti impedimenti però si sono frapposti a questa trasformazione: il più forte alleato di Berlusconi, Alleanza Nazionale, era un partito che allora, per ideologia, si sarebbe opposto a qualsiasi progetto di liberismo puro. Il governo Dini, dati i problemi di equilibri interni e quindi di maggioranza, ha dovuto scendere a compromessi con le forze della sinistra che lo sostenevano, e questo non gli ha consentito uno smembramento del Welfare State.

Con gli ultimi governi della coalizione di centro-sinistra, il modello tedesco è stato ancora di riferimento per buona parte delle politiche economiche e sociali del centrosinistra. L’opposizione però sosteneva che il modello “Germania” non funzionava più: la disoccupazione era a quattro milioni, il costo del lavoro è altissimo e spinge gli imprenditori ad investire fuori dal paese e la Bundesbank, simbolo della potenza economica della Nazione tedesca, ha oggi la missione di suicidarsi per lasciare posto alla costituenda banca centrale europea.

 

L'esame della fase attuale dell'economia italiana non sarebbe completo senza esaminare un'altra questione, relativa agli assetti di controllo dei grandi gruppi industriali e finanziari e la relativa penetrazione operata dai capitali stranieri. In qualche modo questa previsione di forte invasione straniera è stata confermata dalle recenti privatizzazioni: le varie operazione finanziarie hanno provato che il processo delle privatizzazioni in Italia è stato finora estremamente aperto al capitale straniero.

E' interessante notare che la colonizzazione dell'industria italiana ad opera dei capitali francesi e tedeschi si sia scontrata recentemente con una strategia opposta: quella che aveva dato battaglia per impostare le dismissioni secondo il modello angloamericano: public company, azionariato diffuso, capitalismo popolare.