L’ITALIA E IL CONTESTO INTERNAZIONALE DAL SECONDO DOPOGUERRA AGLI ANNI ’80: BREVI CENNI STORICI
Fabrizio
Colosimo
L’Italia
che emerge lacerata dai morsi della guerra è pervasa in molti suoi strati da
una aspirazione di totale rinnovamento. Ad ostacolare queste aspirazioni si
oppongono le forze conservatrice e quelle moderate che faranno sentire il loro
peso quando, il 2 giugno 1946, gli italiani saranno finalmente chiamati alle
urne per decidere fra monarchia e repubblica e per eleggere l’assemblea che
dovrà dare al paese una nuova costituzione. La repubblica finirà di prevalere
grazie ad uno scarto piccolo di voti. La Costituente incominciò I suoi lavori
il 25 giugno per concludere il 22 dicembre dell’anno successivo con
l’approvazione della Costituzione in un clima di grande euforia. Uno dei
momenti più salienti del grande dibattito, durato più di un anno, era stato
quello sull’articolo 7 che prevedeva l’esplicito riconoscimento dei Patti
Lateranensi. Togliatti, inaspettatamente, aveva annunciato il consenso dei
comunisti, affermando che “la classe
operaia non vuole una scissione per motivi religiosi“. La presa di
posizione di Togliatti si rifaceva ad una realistica valutazione del momento.
Così come quando era ministro di grazia e giustizia aveva promosso, in nome
della pacificazione nazionale, un’amnistia I cui maggiori beneficiari erano
stati I sostenitori del passato regime (ma in Sicilia l’indulto aveva
rispedito a casa le centinaia di giovani che si erano dati alla macchia per
sostenere l’indipendenza dell’isola). In realtà la posta in gioco era molto
alta. A orientare le sorti dell’Italia si profilava ormai chiaramente lo
scontro fra le potenze occidentali e l’Unione sovietica. Nel marzo del ’46,
Winston Churchill (uscito sconfitto alle elezioni dell’anno precedente e al
momento a capo dell’opposizione) aveva tenuto lo storico discorso nel
Missouri, presente il presidente degli Stati Uniti Truman, accusando l’Urss di
avere imposto la propria tirannia sull’Europa orientale, “nascondendosi dietro una cortina di ferro”. A questo discorso
si attribuì l’inizio della guerra fredda. Il contrasto tra le superpotenze
avrebbe deciso anche il nostro futuro. Molto peso negli avvenimenti italiani di
questo periodo ha la commissione alleata di controllo, guidata dall’ammiraglio
Ellery Stone.
Nel
gennaio del ’47 De Gasperi, avvertendo solo all’ultimo momento persino il
suo ministro degli esteri, che era Pietro Nenni,
si portava da solo negli Stati Uniti dopo un avventuroso volo. A
Washington il premier italiano concordava un prestito di cento milioni di
dollari con la Import-export Bank e otteneva preziose forniture di materie prime
a prezzi agevolati. Ma soprattutto tornava rafforzato per quella che sarebbe
stata la sua successiva azione: l’estromissione dei socialisti dal governo.
Il
5 giugno 1947 il segretario di stato statunitense George Marshall pronunciava ad
Harvard un discorso in cui proponeva un piano di aiuti americani alle nazioni
sconvolte dalla guerra. Si trattava di un’abile mossa che favoriva sia le
nazioni beneficiarie, sia gli stessi Stati Uniti, preoccupati di mantenere
l’alto livello produttivo raggiunto grazie alle forniture belliche degli anni
di guerra che portarono l’industria a pieni regimi ( il reddito medio pro
capite era aumentato del 50% rispetto al 1938). Mentre I paesi dell’Est
rifiutavano l’offerta che era stata loro estesa, l’Italia accettava il piano
assieme ad altri 13 paesi. Gli aiuti che ci vennero elargiti (in totale più di
due miliardi di dollari) si rivelarono essenziali per la ripresa. Una ripresa
che consente di raggiungere nel 1950 il livello produttivo di dieci anni primi,
estendendolo a settori nuovi che avranno larghe ripercussioni sociali. E’ di
questo dopoguerra l’introduzione del “dtt” , che in tre anni realizza la
totale bonifica d’una piaga secolare come la malaria. Zone inabitabili – in
Sardegna, sull’Adriatico, lungo le coste tirreniche – vengono recuperate per
quello che sarà poi domani il turismo di massa. Il nailon apre la gamma delle
fibre sintetiche, che sin dal 1947 incomincerà a venire prodotto nel nostro
paese. La penicillina compare a sua volta in questi anni, dando un notevole
contributo al miglioramento della situazione sanitaria.
Il
18 aprile 1948 gli italiani sono chiamati ad eleggere il primo parlamento della
repubblica e il confronto è fatto con la votazione della costituente. Nel
frattempo I socialisti si sono divisi ed ora il Pci e il Psi si presentano in
una lista unica denominata Fronte Democratico Popolare che aveva l’obiettivo
della maggioranza relativa. I risultati sono invece ben diversi: la DC passa dal
35,2% al 48,5, il Fronte raggiunge appena il 31%.. Sono risultati che segnano
una svolta: aprono l’era dell’egemonia democristiana italiana e, nel quadro
della secca sconfitta delle sinistre, l’epoca dell’egemonia comunista
sull’opposizione.
Le
cause che spiegano come la sconfitta del Fronte abbia potuto assumere dimensioni
clamorose sono – oltre a quella di aver mischiato in una lista sola comunisti
e socialisti, offuscando l’immagine dell’autonomia dei secondi che sono
sottoposti agli strali pungenti del
partito di Saragat – fondamentalmente tre: l’intervento della chiesa, le
pressioni americane ed I fatti di Cecoslovacchia.
Con
massiccia mobilitazione, la chiesa da ogni pulpito ricordava ai fedeli
l’obbligo di votare e ribadiva la condanna del comunismo ateo. Era
un’autentica crociata. Il 10 marzo intervenne il pontefice in persona in un
discorso, ma la propaganda costante era affidata all’azione capillare
dell’azione cattolica.
E
avendo le sinistre dichiarato che in caso di vittoria il loro governo
accetterebbe I benefici economici del piano Marshall, il 19 marzo scese in campo
lo stesso segretario di stato
americano dichiarando che gli Stati Uniti avrebbero sospeso gli aiuti
nell’eventualità di una vittoria delle sinistre. A rafforzare la causa di De
Gasperi, il governo statunitense – in unione a quelli del Regno Unito e della
Francia, ma in dissenso con quello russo – propone che il territorio libero di
Trieste ritorni sotto la nostra sovranità. Infine i fatti di Praga del
febbraio, con il colpo di stato comunista, la liquidazione delle libertà
democratiche, la lunga ondata di arresti, il suicidio di Masaryk. Il Pci e il
Psi spiegarono l’accaduto come una grande vittoria riportata dai lavoratori
cecoslovacchi contro I tentativi reazionari tentati dalle forze interne ed
esterne; ma quei lontani avvenimenti permisero agli avversari del Fronte di
identificare il socialcomunismo con la dittatura totalitaria e terroristica,
prefigurando quale sarebbe stato il destino dell’Italia se I partiti di
Togliatti e di Nenni fossero pervenuti al potere.
L’Italia
quindi ha fatto la sua scelta politica, ribadita sul piano internazionale con
l’adesione al Patto Atlantico.
I
fermenti che le speranze del dopoguerra avevano acceso si fanno sentire in
numerosi campi: nella letteratura, nella stampa, nel cinema, nelle arti, nel
costume. Il premio Viareggio 1947 è assegnato a Lettere
dal Carcere di Antonio Gramsci, il leader comunista morto dieci anni prima.
Anche se selezionati in base a criteri di contingente opportunità, I trentadue
quaderni pubblicati riveleranno che la cultura italiana e non soltanto quella
marxista, dovrà fare I conti con Gramsci. L’assegnazione del riconoscimento
suscitò polemiche, ma la polemica è nell’aria ovunque, come segno più
evidente d’una libertà che si vuole difendere. Polemiche suscita il nuovo
cinema neorealistico, quello di Visconti, di Rossellini, di De Sica; polemiche
suscita la rivista diretta dallo scrittore Elio Vittorini il Politecnico; polemiche suscita la nuova tendenza delle arti, che
raggruppa pittori e scultori -del calibro di Guttuso, , Birolli, Fazzini,
Cassinari - legati da una comune volontà di rinnovamento, ma divisi da basilari
contrasti ideologici ed artistici che porteranno nel ’48 alla scissione tra
realisti sociali e ed espressionisti astratti. E’ un momento di grande fervore
creativo. A Milano muove I primi passi il Piccolo Teatro di Paolo Grassi con un
memorabile Arlecchino servitore di due
padroni diretto da Giorgio Strehler. Eduardo De Filippo esibisce alcuni dei
suoi capolavori: Napoli milionaria è
del ’45, Questi fantasmi e Filumena
Marturano sono del ’46.
Il
14 luglio 1948 un giovane siciliano attenta alla vita di Palmiro Togliatti.
L’attentato non ha una connotazione politica. La pistola comprata il giorno
prima da un armaiolo è difettosa, il che sembra far cadere l’ipotesi di un
preciso complotto per eliminare il leader comunista. L’attentato è però
maturato nel clima di violenza e di livore che aveva caratterizzato il periodo a
cavallo della votazione del 18 aprile. L’esasperazione della base comunista
esplode, ma finirà con lo spegnersi per la mancanza di un obiettivo, oltre che
di una direttiva. Questo non toglie che l’Italia abbia vissuto a partire dello
stesso pomeriggio giornate drammatiche: scioperi e scontri si producono
spontaneamente nei grandi conglomerati industriali. A Milano, a Torino e a
Genova le grandi fabbriche vengono occupate. Alla Fiat viene tenuto in ostaggio
in gruppo di dirigenti, fra cui lo stesso Vittorio Valletta; a Genova una la
folla prende d’assalto commissariati e sedi democristiani; in Toscana una
centrale telefonica viene occupata: le comunicazioni tra Roma e il Nord sono
interrotte.
Il 15 e il 16 luglio 1948 non escono I giornali per lo sciopero generale seguito all’attentato di Togliatti . Una notizia però si diffonde, la radio interromperà I programmi per annunciarla: Gino Bartali ha vinto la tappa Briancon – Les - Bains del Tour de France e, con questa affermazione, praticamente si è aggiudicato il Giro. La passione sportiva riprende gli italiani e gli aiuta anche parzialmente a superare questa ennesima crisi
La
stampa quotidiana vive una vita incerta e avventurosa, tra l’altro all prese
con la scarsità di carta che finira per condizionarla pesantemente anche nei
contenuti. I giornali escono a quattro pagine nel ’46 e a sei pagine nel
’50. Non mancano gli avvenimenti che fanno clamore. I Diari di Galeazzo Ciano
compaiono a puntate e sono il best seller del 1946.
Il
4 aprile 1949 l’Italia firma a Washington, per mano del suo ministro per gli
esteri Carlo Sforza, il Patto Atlantico, un’alleanza militare che la lega a un
gruppo d’altri paesi dell’area occidentale: Stati Uniti, Gran Bretagna,
Francia, Belgio, Canada, Danimarca, Islanda, Lussemburgo, Olanda, Norvegia,
Portogallo. L’iniziativa aveva dato luogo a lunghe e tumultuose battaglie
parlamentari. L’11 marzo De Gasperi aveva informato la Camera che Il governo
si era espresso in linea di massima favorevole all’entrata del paese
nell’alleanza. Pietro Nenni, il leader socialista, annunciò subito che contro
di esso il suo partito avrebbe scatenato “la
stessa lotta accanita che I democratici italiani dal 1882 al 1914 hanno condotto
contro la Triplice Alleanza, la stessa lotta che conducemmo con alcuni dei
vostri contro il patto d’acciaio”. Mentre gli scontri fervevano a
Montecitorio, in tutta Italia si svolgevano manifestazioni contrarie al Patto
Atlantico: purtroppo anche con alcuni morti. La seduta conclusiva doveva tener
conto di ben centodieci oratori iscrittisi a parlare contro l’alleanza: venne
fatta proseguire a oltranza e si concluse solo dopo cinquantasette ore e mezzo,
alle 19.05 del 18 marzo. L’ordine del giorno governativo passò con 342 si
contro 170 no. Firmato il patto, si ebbe in luglio uno strascico parlamentare
per la ratifica del trattato. L’esito finale era naturalmente scontato”.
Nel
1950 con l’inizio della guerra e fredda e più precisamente la guerra di
Corea, inizia anche in Italia la psicosi di una nuova guerra.. Il ministro degli
esteri sforza aderisce all’invio di nuove forze americane in Italia. A Roma,
un manifesto che annuncia un discorso di Nenni viene sequestrato per ordine del
Questore. Il governo smentisce l’esistenza di una lista di quattrocento
persone da “mettere fuori
combattimento” in caso di emergenza. Tuttavia vengono riesumate le leggi
per il sabotaggio in tempo di guerra. La moneta subito risente della spinta
inflazionistica; I prezzi hanno un’impennata. Chi ha soldi cerca di mandarli
all’estero o l’investe in oro. L’Italia no è estranea alla guerra che si
combatte a più di ottomila chilometri.
“Girata
la boa del mezzo secolo, il mondo è in piena effervescenza, in piena
effervescenza è anche l’Italia. De Gasperi tiene saldamente le redini del
governo che ha l’appoggio di socialdemocratici e di repubblicani. Sforza è
sempre agli Esteri, Scelba è sempre agli interni, Vanoni è sempre alle
finanze. Al bilancio c’è però Pella, che non incontra i favori della
sinistra democristiana. Dossettiani e fanfaniani l’attaccano, finirà con una
crisi. Al vertice, tuttavia, De Gasperi guarda lontano. Pensa all’Europa e
sogna un’unica entità politica.
Ma
pensa soprattutto all’Italia: chissà
se un giorno almeno tutti i socialisti potranno venire recuperati al governo per
evitare – come diceva Saragat – “la
bolscevizzazione delle masse”? De Gasperi mostra energia e lungimiranza
anche se gli anni incominciano a pesare. Il 3 aprile del ’51 ne compie 70.
Di
tempo da vivere De Gasperi non ne ha moltissimo. I problemi del governo urgono.
Proprio allora scoppia l’operazione Sturzo, un complicato caso che viene messo in piedi
in vista delle elezioni amministrative del ’52. Sturzo è chiaramente Don
Luigi Sturzo, il vecchio militante politico ma soprattutto è l’uomo che nel
1919 ha lanciato l’appello “ai forti e ai liberi” e ha fondato il partito
popolare italiano. Il partito popolare è stato l’antesignano della Democrazia
Cristiana: istituzionalmente non confessionale ma che faceva appello alle masse
cattoliche. Il suo successo era stato allora prorompente, ma non era bastato a
fronteggiare la spregiudicatezza e la risolutezza del movimento di Mussolini.
Don Sturzo si era trovato, alla fine, a malpartito anche con il Vaticano che
paventava l’avvento dei “senza Dio” agli ordini di Mosca. Sturzo era stato
così costretto all’esilio, ci era rimasto più di vent’anni, cioè più di
quanto era durato il fascismo, perché la Chiesa l’aveva pregato di
soprassedere a un rientro intempestivo che avrebbe messo in imbarazzo il nuovo
partito. Curiosamente e improvvisamente Don Sturzo si trovava ora ad
interpretare la volontà papale, mischiando il suo nome in una operazione
pasticciata dal quale, in altri tempi, sarebbe rifuggito ad ogni costo.
L’Operazione Sturzo consisteva semplicemente nel coalizzare tutti I voti
anticomunisti attorno al vecchio prestigioso dirigente cattolico. “Perché
Roma non subisca l’affronto d’avere un sindaco marxista”, era la
giustificazione con cui si cercava di condurre in porto un intesa sostanziale
fra democristiani, missini e monarchici. Il grande promotore dell’intesa era
Luigi Gedda, presidente dell’Azione cattolica. Ma il no risoluto dei
socialdemocratici e dei repubblicani aveva mandato a monte il progetto.
Il
7 giugno 1953 l’Italia votò. I partiti collegati – democristiani,
socialdemocratici, liberali, repubblicani – raggiungono il 49,8 per cento
contro il 50, 2 dei partiti non coalizzati (comunisti, socialisti, missini,
monarchici). De Gasperi amareggiato formava un governo che però non riuscì ad
avere la fiducia delle Camere. Seguivano due brevi governi Pella e Fanfani, a
cavallo fra il ’53 e il ’54.
All’estero
gli avvenimenti politici più notevoli del ’51 sono il ritorno alla guida del
governo inglese di Churchill, che era stato sconfitto nel ’45 alle prime
elezioni del dopoguerra. Nel marzo del ’53 muore Stalin e gli succede Kruscev.
Nascono nel mondo occidentale speranze ma anche nuove paure. Il corpo di Stalin
imbalsamato, resterà accanto a quello di Lenin fino alla condanna del “culto
della personalità”. Sarà poi tumulato sotto le mura del Cremlino.
Nel
giugno del ’53 una notizia fa colpo in tutto il mondo: a Berlino est era
scoppiata una rivolta. I manifestanti scagliano simboliche pietre contro I carri armati sovietici prontamente accorsi. Berlino è
ancora una volta sulle prime pagine. C’era stata naturalmente nel ‘48-’49
al tempo del famoso blocco che ebbe come pretesto una questione di valuta: il
nuovo marco occidentale aveva preso a circolare in tutta l’ex capitale del
Reich e per questo I sovietici avevano interdetto I collegamenti tra la
Repubblica federale e Berlino.
Uno
dei politici democristiani di spicco nei primi anni del dopoguerra è stato
senza dubbio Ezio Vanoni, al nome del quale sono legate varie leggi
fondamentali. La legge del ’51 che porta il suo nome ha come titolo “Norme
sulla perequazione tributaria e sul rilevamento fiscale straordinario”. E’
la prima fondamentale legge della riforma fiscale, quella che impegna tutti i
contribuenti italiani a compilare ogni anno il modello di dichiarazione dei
redditi. Questa legge presenta un gruppo di articoli che sono definiti “norme
per agevolare la sistemazione di determinate situazioni tributarie”. Si tratta
in pratica di un condono ante litteram, come quello, assai più noto, che verrà
introdotto nel nostro sistema tributario nel novembre 1973.
Nel
1951 il guadagno medio mensile di
un operaio italiano calcolato dal ministero del lavoro ammonta a 26.790 lire,
mentre il costo della vita della famiglia tipo si aggira sulle 50.000: è il
penoso resoconto di un paese che si deve ancora avviare verso la via del
“miracolo economico”.
A
tale proposito Il nome di Vanoni è rimasto legato ad un “piano decennale”
1955-1964 relativo all’occupazione e al reddito. Un piano molto importante, il
cui fine era l’eliminazione della disoccupazione con quattro milioni di posti
di lavoro e una più equa distribuzione dei redditi fra Nord e Sud. Era appena
scattata, quando il suo promotore moriva, in piena seduta del senato, Ezio
Vanoni si accasciava e decedeva.
L’economia
italiana è, in questi anni, in piena fase di espansione. I turbamenti seguiti
alla guerra di Corea sono rapidamente superati e in tutto I settori si lavora
alacremente. La produttività segue quasi dappertutto un notevole balzo in
avanti. Questa è la conseguenza di una migliore organizzazione del lavoro ma
spesso anche d’una più stringente utilizzazione del lavoratore. Le
inadempienze imprenditoriali (sono
in molti a non pagare I contributi assicurativi, le festività non godute e a
non provvedere ad investimenti per garantire la sicurezza sul lavoro) sono
frequenti. Frequenti sono anche I licenziamenti, non appena vengono ritenuti
utili a contenere il costo del lavoro. Ne fanno
particolarmente le spese le lavoratrici, che vengono allontanate in caso di
gravidanza, se non addirittura all’atto stesso del matrimonio”.
Negli
anni '50 inizia in Italia un
dibattito inerente il sistema economico da adottare : ad economia di mercato o
ad economia mista. La scelta è caduta sul sistema ad economia mista (una scelta
in parte ereditata dall'esperienza del ventennio fascista). L'economia mista è
in sostanza un sistema intermedio tra quello liberista e quello a economia
pianificata, cioè un sistema economico in cui lo Stato, pur non essendo
proprietario di tutti i mezzi di produzione, agisce più o meno ampiamente
nell'attività economica, sia mediante le politiche economiche, sia
mediante le strategie delle imprese di sua proprietà.
Le
cosiddette economie occidentali fino agli inizi degli anni '80,
sono state tutte, sia pur con gradi diversi, sistemi ad economia mista. A
questo ha contribuito non poco l'influenza delle teorie di Keynes, propugnatore
della necessità di un massiccio intervento dello Stato al fine di garantire la
piena occupazione. Prima di fare altre considerazioni, dobbiamo ricordarci che
il grado di controllo pubblico dell'economia italiana (tramite enti pubblici,
aziende autonome statali, aziende municipalizzate e holding di proprietà dello
Stato), fino alle grandi privativazzioni cominciate negli anni ‘90, era
pressappoco totale nei settori dell'energia elettrica, trasporti ferroviari e
aerei, telecomunicazioni, idrocarburi, petrolchimici, di oltre l'80% nel settore
bancario e con percentuali minori, ma sempre molto alte, nel settore
siderurgico, cantieristico e meccanico.
Tale
sistema era stato tema di discussioni politiche alla luce anche del problema delle "corruzioni facili", legate cioè al sistema
di controllo pubblico dell'economia: infatti già subito dopo la fine del
secondo conflitto, eminenti uomini politici, tra cui Sturzo, avevano difeso un
modello di "Stato minimo" in quanto temevano che la corruzione, da
norma limitata al reperimento di fondi per i partiti, si estendesse in tutta la
società italiana e, in particolare, in tutto il sistema economico.
Il
sistema che prevalse allora aveva la caratteristica di un capitalismo sia di
Stato che di grandi famiglie”.
“Il
26 ottobre 1954 a mezzogiorno I bersaglieri entrano per primi a Trieste.
Raffiche di bora e insistenti piovaschi non hanno trattenuto la gente dal
riversarsi in piazza dell’Unità, sui moli, lungo le strade che la colonna
italiana, proveniente da Cervignano, deve percorrere. E’ una dimostrazione
davvero travolgente: anche i servizi d’ordine sono sommersi dalla folla.
Americani e inglesi si imbarcano alla chitichella: applauditi i primi,
fischiatissimi i secondi che, sotto il comando del famigerato generale Winterton,
sono stati i più duri esecutori della politica di repressione dell’italianità
di Trieste. La città vive una delle sue grandi giornate. Ma già da qualche
giorno prima c’era stato, in effetti, già motivo di giubilo per Trieste. Il 5
ottobre a Londra era stato firmato il “memorandum d’intesa”, in base al
quale si stabiliva che la zona A del territorio libero di Trieste (quella in
mano alleata compresa Trieste stessa) sarebbe stata consegnata all’Italia, che
vi avrebbe esteso la propria sovranità, così come avrebbe fatto la Jugoslavia
con la zona B (che di fatto già deteneva). Nella notte tra il 25 e il 26
ottobre già incomincia l’ammassamento di una folla enorme. Sono ottantamila
le persone che via via si accalcano per le vie della città e poi, a giorno
fatto, possono applaudire, abbracciare e coprire di fiori I primi bersaglieri
che compaiono a Duino”.
Nel
1956, dopo qualche esperimento, si apre a Verona il primo supermercato.
L’Italia si sta evolvendo sul modello dei più progrediti paesi
dell’occidente. Il suo sviluppo ha preso un andamento molto rapido, dal 1948
la produzione industriale è aumentata del 95 per cento e il reddito nazionale
è in galoppante aumento, sul cinque per cento annuo. E’ da questi anni che si
comincia a parlare di “miracolo economico”. Imprenditori abili e decisi
impongono i loro prodotti sui mercati esteri: nuovi sbocchi vengono proposti al
lavoro italiano. L’economia del profitto sembra trovare adesso la sua più
brillante conferma. Anche la condizione esteriore di larghi strati della
popolazione mostra I segni di un miglioramento. Nel 1957, I redditi della grande
maggioranza dei lavoratori risultavano compresi tra le 50 e le 60 mila lire.
Nello stesso anno, il bilancio d’una famiglia di quattro persone era calcolato
statisticamente in 70 mila 371 lire al mese, di cui circa 40 mila per
l’alimentazione, 10 mila per l’abbigliamento, 4 mila per l’affitto, , 3
mila per il riscaldamento e l’elettricità e 12 mila per spese varie. Inizia
ad esserci un margine affinché possano venire guardati con simpatia gli ancora
timidi adescamenti del consumismo: in primo luogo l’automobile.
Nel
’57 la Fiat presenta la 500. La comparsa della vettura, destinata a
rappresentare un buon quarto dell’intero parco automobilistico nazionale
(quando sarà interrotta la produzione, quasi vent’anni più tardi,
risulteranno prodotti oltre 4 milioni d’esemplari), permette l’apertura di
nuovi orizzonti per gli italiani. Anche se non mancano le tensioni sociali,
anche se il divario tra Nord e Sud resta in tutta la sua drammatica evidenza,
poco alla volta si è creato tutto un ceto di popolazione in grado di
motorizzarsi. Con la motorizzazione si muove il turismo interno, affiancandosi a
quello estero che, sempre sui dati 1957, ha raggiunto la cifra di 13 milioni di
presenze. E’ di questi anni l’avvio delle autostrade. Nel ’57 si inaugura
la Milano-Piacenza, la Serravalle-Tortona, la Voltri-Albisola: poche decine di
chilometri, l’inizio di quella che sarà la notevole rete autostradale degli
ultimi anni ’60”.
La
situazione politica interna era condizionata dai grandi avvenimenti
internazionali: il XX congresso del partito comunista sovietico e
l’insurrezione ungherese. La Democrazia cristiana, arroccata con i suoi uomini
di governo alla conduzione del paese, incominciava a vedere, in alcuni suoi
settori, la possibilità di porsi di fronte al socialismo con un atteggiamento
bivalente, vale a dire di lotta e di alleanza a seconda delle garanzie di ordine
politico. Inizia il timido accenno di apertura a sinistra, cioè del tentativo
di staccare I socialisti dal loro sodalizio con I comunisti approfittando del
trauma avvenuto a seguito della rivolta di Budapest.
Il
XX congresso del partito comunista sovietico si apre a Mosca il 16 febbraio del
’56. Il documento programmatico prevedeva argomenti quali la riorganizzazione
industriale, dei kolkoz, dell’autonomia delle repubbliche ma già dalle
maniere fredde con cui veniva sbrigata la commemorazione di Stalin, i delegati
avvertirono che qualcosa di grosso bolliva in pentola. Il congresso fini il 24 e
il giorno dopo Krusciov, in una riunione a
porte chiuse, tenne il famoso
rapporto denunciando il “culto della personalità” che ha portato Stalin a
perdere il senso della realtà. Egli elenca I crimini della dittatura stalinista
e I danni che ne erano conseguiti in Russia e fuori: processi farsa e innocenti
condannati, deportazioni in massa, errori grossolani nella condotta della guerra
e, prima e dopo, nella conduzione economica del paese, rotture ingiustificate
con altri paesi socialisti. I delegati sono annichiliti. E’ un mito che
crolla. Dell’immagine di Stalin buono, eroe, genio strategico, politico
infallibile non rimane più nulla. Nella conferenza nazionale del Pci
all’indomani dello scottante rapporto, la presidenza fatica a tenere a bada I
delegati che vogliono sapere che cos’era successo. Incominciano a uscire le
memorie degli scampati alle persecuzioni staliniste. Sulla base perplessa dei
comunisti italiani giunge infine di giugno la doccia fredda della rivolta
d’Ungheria. Il 23 ottobre la rivolta scoppia nelle strade di Budapest contro
il regime stalinista di Rakosi. Al Cremlino in un primo tempo prevale la tesi di
intervenire, ma di concedere una certa liberalizzazione ai magiari lasciando che
il governo sia affidato al riabilitato Imre Nagy e il partito a Janos Kadar.
Subito dopo, tuttavia, un secondo più massiccio intervento di carri armati
sovietici ristabilisce un regime duro affidato a Kadar, mentre Nagy, che si era
rifugiato all’ambasciata jugoslava, scompare. Nagy aveva denunciato il patto
di Varsavia e dichiarato la neutralità ungherese nella speranza di ricevere
aiuti dai paesi occidentali. Il partito comunista italiano si attesta in
difensiva e parla dell’insurrezione come di una controrivoluzione, di un
tentativo fallito di instaurare un regime reazionario. Ma non riesce ad evitare
una dura polemica col Psi e l’esodo dalle sue file di circa 300 mila iscritti.
Le
elezioni politiche in Italia nel 1958 segnano un confortante successo per lo
scudo crociato che ottiene alla camera 10 seggi in più. I comunisti ribadivano
le loro precedenti posizioni, mostrando che il loro elettorato non aveva molto
risentito degli avvenimenti internazionali. La più lusinghiera affermazione era
invece colta dai socialisti, che salivano a uno straordinario 14,2 per cento.
C’era di che rendere invogliante l’eventuale partecipazione a un futuro
governo. Il congresso del partito socialista si tenne a Venezia. Il congresso
ricevette, all’apertura dei suoi lavori, un saluto che avrebbe suscitato
scalpore: quello del patriarca della città. Per quanto Venezia fosse un
focolaio delle correnti di sinistra della Democrazia Cristiana, era abbastanza
singolare, nel clima del momento, che la più alta autorità locale della Chiesa
manifestasse un atteggiamento tanto aperto. Il patriarca era monsignor Angelo
Roncalli. Di lì a non molto sarebbe diventato Papa.
Alla
scomparsa di Pio XII, avvenuta il 9 ottobre 1958,
un grande interrogativo si pone a chi si domanda chi uscirà Papa dal
conclave: sarà innovatore o tradizionalista?
Il
conclave dura tre giorni. Entrati nella cappella Sistina il 25 ottobre, I
cardinali sono chiamati ad una scelta difficile. Per Roncalli, nel pomeriggio di
martedì 28 ottobre, si alza la fumata bianca. A suo favore hanno votato, oltre
ai progressisti e ai neutrali, anche una parte dei conservatori, in particolare
gli spagnoli e i sudamericani. La sua scelta presenta l’aspetto di un
compromesso per l’età avanzata del pontefice, 76 anni, che fa pensare ad un
papato di transizione. I cinque anni del suo pontificato saranno invece
profondamente innovatori. Subito egli aumenta il numero di cardinali, che era
fermo dal Cinquecento, dando alla Chiesa un respiro mondiale e, nel 1959,
annuncia la convocazione del concilio ecumenico vaticano II che, aperto l’11
ottobre 1962, getta i semi di un atteggiamento nuovo della Chiesa verso le
classi popolari, il terzo mondo e i cristiani acattolici, oltre che rispetto a
fondamentali problemi teologici e liturgici (il Concilio si svolge in due
tornate e si conclude dopo la morte di Papa Giovanni, avvenuta il 3 giugno
1963).
Alcuni
temi del Concilio trovano uno sviluppo particolare nelle due encicliche, di
incalcolabile portata, pubblicate da Papa Giovanni. Una è la Mater et Magistra, la più progressista tra le encicliche relative
alla questione sociale: si legittimano l’intervento statale nell’economia e
la socializzazione e si condanna il neocolonialismo anche sotto la forma di
interventi economici condizionanti. Con l’altra enciclica, Pacem in terris, l’appello del Papa esce dai confini della Chiesa
cattolica per rivolgersi a tutti gli uomini, auspicando un’unità che
scavalchi non solo le opposte ideologie, ma pure le ristrettezze delle singole
confessioni religiose. L’azione del Papa, ricca di fantasia, cala la Chiesa e
la stessa Maestà pontificale nella realtà quotidiana suscitando vasti
consensi, tra I fedeli e nel mondo laico; ma non mancano forti tensioni negli
ambienti tradizionalisti. Giovanni XXIII è accusato di essere troppo temerario
e addirittura di fare il gioco dei comunisti.
Intanto
il 25 marzo 1957 a Roma si compiva il primo passo verso l’Unità europea.
Veniva firmato il Trattato istitutivo della Comunità economica europea, che
impegnava i sei paesi promotori a integrare, in un ragionevole lasso di tempo,
le rispettive economie. La cerimonia aveva avuto luogo in Campidoglio. Una vera
folla era ad attendere le diverse delegazioni, capeggiate dai ministri degli
esteri (tranne quella tedesca capeggiata dallo stesso Cancelliere Konrad
Adenauer e quella italiana presieduta dal presidente del consiglio in carica
Antonio Segni).
Nell’ambito degli equilibri geopolitiche nel 1959 accade
qualcosa di importante nel Centro America. Cade il regime di Batista con
l’avvento al potere del movimento rivoluzionario di Fidel Castro. E’ un
avvenimento che avrà poi ripercussioni in tre diverse occasioni: nel tentativo
di allargare l’insurrezione in diversi altri paesi dell’America Latina;
nella concessione di basi missilistiche all’Unione Sovietica; nell’invio di
forze regolari in Africa a sostegno dei governo filocomunisti.
Continuando
nella disamina dei problemi internazionali sono di questi anni la guerra di
Algeria e l’inizio della guerra
del Vietnam.
La
guerra in Algeria inizia in pratica con la costituzione del Fronte di
Liberazione Nazionale all’inizio del ’55. E’ stato un conflitto atroce ma
gli ostinati europei d’Algeria non avevano alcuna intenzione di rinunciare ai
propri privilegi. Proprio questi ultimi danno luogo a episodi clamorosi, come
l’assalto al governatorato generale ad Algeri, il 13 maggio 1958. L’episodio
ebbe ripercussioni gravissime in Francia. La quarta Repubblica è in crisi, De
Gaulle è chiamato al potere e indice il referendum da cui sorge la quinta
Repubblica. I paracadutisti di Massu applicano ad Algeri il metodo sistematico
della tortura per stroncare il terrorismo algerino (la vicenda è stata poi
raccontata dal regista Gino Pontecorvo in un memorabile film: la
battaglia d’Algeri). Nel ’60 gli ultrà erigono le barricate per forzare
la mano al governo di Parigi. L’anno dopo un quadrumvirato di generali,
capeggiato da Salan, tenta il colpo di forza ma senza successo. Intanto gli ultrà
dell’Oas danno inutilmente battaglia con attentati in Francia e in Algeria.
Nel ’62 l’Algeria è indipendente.
Il
Vietnam dopo l’indipendenza sempre dalla Francia fu, come nel caso della Corea
divisa in due da un parallelo (in questo caso il diciassettesimo). Il Vietnam
del sud era nella sfera d’influenza dei paesi anticomunisti. Ma non tardano a
manifestarsi una forma di guerriglia, alimentata dall’instabile situazione
politica del paese e dalle aspirazione del Vietnam del Nord, che ha un regime
dichiaratamente comunista appoggiato dall’ Urss e dalla Cina. Nel 1955 il
presidente degli Usa Eisenhower aveva inviato un piccolo contingente di
specialisti. Erano I cosiddetti consiglieri
militari, una definizione che verrà mantenuta anche molto tempo dopo,
quando sarà chiaro che gli aiuti americani non consistono soltanto in “consigli”
ma in soldati e armi.
Tornando
alla cultura nel ’59 Salvatore Quasimodo vince il premio Nobel per la
letteratura. La nostra letteratura gode in questo momento di particolare salute.
Nel ’59 comparirà una vita violenta,
un libro destinato a suscitare polemiche. Il suo autore si chiama Pier Paolo
Pasolini, non ha ancora quarant’anni e si era già messo in luce per diverse
opere di narrativa e di poesia, nella quale la sua matrice cattolica era
profondamente influenzata dal pensiero di Gramsci. Larghi consensi avevano
ottenuto in questi stessi anni altre opere di scrittori italiani:
quer pasticciaccio brutto di via Merulana di Carlo Emilio Gadda e il
Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (morto nell’agosto del ’57,
tre settimane prima che il suo volume fosse finalmente accettato da un editore).
Nel ’58 si inaugura il Festival dei Due Mondi a Spoleto.
Sul
fronte politico interno gli anni ’60 cominciano con la “crisi
Tambroni”. Il 24 febbraio 1960 è caduto il governo monocolore
democristiano, orientato a destra, presieduto da Antonio Segni: i liberali gli
hanno tolto l’appoggio nella speranza che la Dc troncasse sul nascere ogni
idea di dialogo con i socialisti e consolidasse definitivamente la formula del
centrodestra. La crisi è complessa e dopo alterne vicende l’incarico di
formare il nuovo governo torna a Segni il quale vorrebbe ora un governo col Psdi
e il Pri e l’astensione socialista; ma è questo il punto più difficile perché
mentre il Psi non intende prestarsi senza contropartite programmatiche, nel
mondo cattolico si esprimono forti ostilità nei confronti di tale apertura.
Segni rinuncia. Un’ora dopo, senza ulteriori consultazioni, il capo dello
Stato Giovanni Gronchi pone la disorientata Dc di fronte al fatto compiuto:
passa l’incarico a Ferdinando Tambroni. Tambroni, già del gruppo gronchiano
ed ora fanfaniano, considerato di sinistra soprattutto per il rilievo che dà
all’intervento pubblico nell’economia ed alle aziende di stato, propone un
monocolore “pendolare”, cioè
disponibele ad accettare i suffragi di volta in volta a destra e a sinistra, e
l’8 aprile ottiene la fiducia della Camera: però i voti dei missini risultano
determinanti. Il nuovo presidente del consiglio spera di trovare in seguito,
sullo sviluppo del programma, un equilibrio attraverso l’appoggio o
l’astensione dei socialisti, ma il ministro per la cassa del Mezzogiorno,
Pastore, non gliene da il tempo perché rinuncia all’incarico seguito a breve
distanza da altri membri dell’esecutivo. Tambroni rassegna le dimissioni ma a
breve distanza di tempo Gronchi invita il gabinetto Tambroni a perseverare
presentandosi al secondo ramo del parlamento per verificare la maggioranza. Con
128 sì e 110 no, il Senato gli conferma lo stesso tipo di fiducia che c’era
stata alla Camera. La crisi sembra formalmente risolta. In tutta la vicenda
tuttavia rimane un contrasto di vedute tra il Quirinale e Piazza del Gesù.
Intanto
Tambroni cerca di consolidarsi con una serie di misure popolari: riduce il
prezzo della benzina, dello zucchero e delle carni e accoglie le richieste
salariali di alcune categorie; contemporaneamente prospetta agli imprenditori
privati l’immagine di un governo forte: sembra l’inizio di un governo
gollista, che qualcuno attribuisce a Gronchi. In maggio e in giugno le forze di
polizia affrontano con inconsueta violenza manifestazioni anti-Nato in Emilia e
agitazioni sindacali in Sicilia. La crisi giunge all’apice quando il
condizionamento missino si fa pesantemente sentire con la decisione di quel
partito di tenere il suo congresso a Genova, città dove accesa è stata la
lotta partigiana. Inoltre si sparge la voce che al congresso parteciperà Carlo
Emanuela Basile, l’ex prefetto in carica durante gli anni della Repubblica
Sociale italiana. Il Msi vuole saggiare il governo e a sua volta il governo ha
l’intenzione di dare prova di fermezza nella difesa della legge.
L’antifascismo si mobilita in tutto il paese e mentre a Genova, paralizzata
dallo sciopero generale, un imponente corteo si scontra con la polizia; a Roma,
a Porta San Paolo, gli agenti di pubblica sicurezza caricano la folla. I morti
nel paese, tra il 30 giugno e il 7 luglio, sono una decina: particolarmente
gravi risultano essere gli scontri a Reggio Emilia dove cinque manifestanti
rimangono sul terreno. Nelle due Camere, senatori e deputati vengono alle mani.
Alla fine è l’Italia antimissina che registra la vittoria: il congresso
missino non ha luogo e il 19 luglio il governo Tambroni, sconfessato dalla
stessa Dc, si dimette. Il 2 agosto Fanfani vara il nuovo governo con i voti dei
quattro partiti di centro e l’astensione dei monarchici e dei socialisti. I
missini sono nuovamente fuori gioco.
La
Fine del miracolo economico: inizia la recessione
Si
susseguono governi di centrosinistra che cercano di dare impulso alla vita
economica e sociale del paese ma restano gravi contraddizioni che esploderanno
in seguito. La congiuntura sfavorevole del 1964 viene superata faticosamente.
Eppure gli anni del centrosinistra rappresentano la formula di governo sulla
quale molti italiani avevano riposto molte speranze. Moro è in sella nel suo
secondo e terzo governo, I socialisti nel ’66 provvedono a riunificarsi (anche
se continui contrasti interni porteranno ad una successiva e definitiva
scissione nel ’69) e forniscono al governo i loro uomini più in vista. Tutto
questo però evidentemente non basta per un paese che ha conosciuto una crescita
convulsa della sua economia, alla quale però non è seguita un ammodernamento
delle strutture statali e amministrative.
In
questi anni il mondo del lavoro registra l’opera paziente per ricucire
l’unità delle forze sindacali. Il 1965 vede la fase più acuta della
recessione e anche le più caute iniziative da parte delle organizzazioni dei
lavoratori. Le ore di sciopero sono tra le più basse degli ultimi cinque anni;
avranno una spinta nel 1966, poi di nuovo un calo nel 1967. Nel complesso il
costo del lavoro – per contenere il quale si battono non soltanto, ovviamente,
gli industriali ma anche, ma anche per questioni economiche legate alla
competitività su scala mondiale, il governatore della banca d’Italia Guido
Carli – non subisce grosse lievitazioni nonostante il pesante rincaro del
costo della vita (in due anni l’indice passa da 140 a 150 punti). Se questo
facilita la ripresa economica dopo la recessione ammonitrice del 1964, induce
anche le tre confederazioni sindacali ad avviare un discorso unitario che renda
più incisiva la loro azione.
Il
7 marzo si registra uno sciopero generale proclamato dalla Cgil per le pensioni.
Di questa iniziativa dovranno poi beneficiare milioni di italiani (anche se la
sua attuazione costò al paese 10 lire d’aumento sul prezzo della benzina). Il
punto più significativo ai favori dei pensionati era l’istituzione del
congegno della scala mobile che aggiornava, sia pur limitatamente, l’ammontare
delle pensioni in rapporto al progressivo scadimento del potere d’acquisto
della lira. Era poi ripristinata la pensione d’anzianità, indipendentemente
dall’età raggiunta, per chi avesse almeno trentacinque anni di contributi
versati. Infine era costituita la cosiddetta “pensione sociale”: 12 mila
lire mensili, per tredici mesi all’anno, di cui avrebbero beneficiato coloro
che, per il mancato versamento dei contributi necessari, non avevano diritto al
normale pensionamento.
Per
quanto riguarda la realizzazione dello Stato sociale in Italia, era stata già
intrapresa sotto il fascismo. Successivamente la fine del conflitto, il sistema
sociale in Italia è stato però ricostruito solo molto in ritardo rispetto alla
Gran Bretagna e alla Francia. Questo ritardo è stato ampiamente compensato
negli anni Settanta da una crescita frenetica delle servizi sociali, che si sono
andati confusamente accumulando, e senza preoccuparsi delle conseguenze sul
bilancio pubblico. L'effetto è stato la progressiva diffusione nel nostro
sistema della filosofia della 'gratuità diffusa' delle prestazioni pubbliche. A
questa diffusione della gratuità ha contribuito l'estensione della spesa senza
la partecipazione al suo finanziamento da parte degli utenti dei servizi stessi.
In questo modo i cittadini italiani hanno perso la percezione materiale
del costo delle prestazioni di cui beneficiavano, con conseguente indebolimento
della solidarietà autentica verso i bisognosi e del senso dello Stato. Il danno
maggiore in questa direzione è stato fatto dalla riforma sanitaria, che privò
gli utenti dei servizi sanitari della percezione diretta dei costi dei farmaci e
delle cure mediche, favorendo così lo sperpero.
Nelle
successive elezioni politiche del 18 giugno 1968 la Dc registra un lieve aumento
mentre I comunisti registrano un notevole passo avanti. E, cosa più rilevante
ancora, I socialisti unificati perdono circa la quarta parte dei voti ottenuti
cinque anni prima a liste separate. Al governo, come cinque anni prima, va
Giovanni Leone. E’ chiaramente un incarico di transizione, durerà infatti sei
mesi, il tempo perché i partiti di centrosinistra raccolgano le idee e si
ripresentino con il primo di quelli
che saranno I cinque ministeri di Mariano Rumor.
Nell’ottobre del ’68 si registra un’altra innovazione nel campo del lavoro. Le “gabbie salariali”, cioè la differenza delle retribuzioni minime nelle diverse zone del paese, erano abbattute. Era un tentativo nello sforzo, poi purtroppo dimostrato vano, di risollevare il tenore di vita dei lavoratori del Mezzogiorno. Nel 1967 il reddito medio prodotto in Italia era di circa 620 mila lire”.
“Si
passava – disse continuando ad attingere dati dalle sue inseparabili cartelle
- però dal milione di Milano, dalle 942 mila lire di Torino alle 320 mila di
Reggio Calabria, alle 296 di Agrigento. Sono squilibri fortissimi, che
denunciano il fallimento della politica meridionalistica.
Anche
il settore agricolo versa in gravi difficoltà. Il confronto con le più
razionali e redditizie colture di diversi altri paesi del Mercato comune europeo
torno a tutto scapito dei nostri coltivatori.
Anche
nelle zone a più alto reddito incomincia però a serpeggiare il malessere.
Nelle grandi fabbriche del Nord l’affinamento delle grandi tecnologie
produttive, la richiesta di un ritmo che mantenga comunque la produttività a
livelli competitivi si manifesta massicciamente nel fenomeno dell’assenteismo.
Nelle aziende metalmeccaniche, fra il 1963 e il 1968 la media delle assenze
giornaliere è aumentata dall’8 al 12 per cento. Manifestazioni di
insofferenza verso la stessa disciplina sindacale si verificano in diversi
grandi stabilimenti; di qui hanno origine i gruppi spontaneistici che, per
quanto mai numerosi, dovranno dare un forte contributo all’estremizzazione
della lotta sindacale nell’ormai imminente autunno caldo.
Il
disagio del momento è colto anche in campo imprenditoriale. Risalgono al 1968 I
tentativi di rinnovamento in seno alla stessa Confindustria (dalla quale già
dal 1958 si erano staccate le imprese a partecipazione statale, confluite
nell’Intersind). Industriali, quali Leopoldo Piralli e Gianni Agnelli, si
fanno promotori di una maggiore dinamica
Rumor,
oltre ad ereditare, quindi, una situazione sociale ed economica non certo
esaltante, entra in carica quattro giorni dopo che Capanna e i suoi compagni
ebbero bersagliato con le uova gli agghindati signori che si avviano ad
assistere al Don Carlos alla Scala di Milano. La contestazione studentesca è in
pieno svolgimento, e dalle altre piazze europea rimbalza in Italia. I precedenti
del movimento studentesco, protagonista di spicco del Sessantotto in Italia,
sono settoriali, per risoluzione di problemi emersi dalla dilatazione della
popolazione universitaria: una dilatazione che rende più evidenti le
insufficienze delle strutture e i mali cronici della scuola e in particolare
dell’università (il nozionismo, le baronie). L’anno precedente si apre, in
febbraio, con l’occupazione dell’università di Pisa ad opera di studenti
che provengono da vari atenei e che sono usciti dalle vecchie associazioni
studentesche: è questo gruppo che elabora la carta ideologica (“le tesi della
sapienza”) del movimento “potere operaio” che intende operare
l’inserimento dei poteri studenteschi nel contesto della lotta di classe. Ne
fanno parte tra gli altri Adriano Sofri. A giugno manifestazioni per il Vietnam:
il movimento occupa la facoltà umanistica di Torino, quella di lettere a Genova
e l’ateneo di Napoli.. Si verificano nuove ondate di occupazioni a fine anno.
L’8 gennaio 1968 il movimento, ritenendosi ormai maturo per
un’organizzazione unitaria, convoca il suo primo convegno nazionale a Torino.
Il movimento si ispira ad un nuovo pensiero politico
che si collega a nuovi autori ed è suggestionato da avvenimenti che si
verificano fuori d’Italia. Si dice che nel movimento si trova la generazione
delle tre M: Marx, Mao e Marcuse. Ma più che a Marx ci si ispira alla
rivoluzione culturale maoista e soprattutto al leninismo dei guerriglieri
sudamericani e dei combattenti vietnamiti, a Castro, Che Guevara, Ho Chi-min.
E’ un’ideologia molto poco omogenea e influenzata anche dal “maggio
francese”.
Movimenti
studenteschi sone presenti anche in altri paesi europei, ma specialmente in
Germania e in Francia. Nel maggio del ’68, mentre il parlamento tedesco
approva le “leggi eccezionali per l’ordine pubblico”, a Parigi gli
studenti alzano barricate per le strade, gli operai occupano le fabbriche e De
Gaulle è costretto a sciogliere l’assemblea nazionale. Enorme è
l’impressione sugli studenti europei dei messaggi che sui muri della Sorbona
esprimono la collera della gioventù. Lo slogan più celebre è
“l’immaginazione al potere”.
L’eco
dei fatti francesi cala, in Italia, su una situazione incandescente. Nei primi
mesi del 1968 l’agitazione si era estesa alle scuole medie superiori, in
Parlamento le sinistre criticavano con asprezza il ministro degli interni e,
mentre gli studenti scioperavano assieme agli operai.
Dopo
il maggio francese la problematica del movimento si dilata: assalto alle
rotative del Corriere della Sera,
occupazione della cattedra di Parma da parte delle comunità cattoliche di base,
varie rivolte antimilitariste e antiamericane. A Milano si forma
l’organizzazione comunista Avanguardia
Operaia.
A fine anno risultano imputati per le agitazioni 2700 studenti.
Questo
periodo riflette gravi tensioni anche a livello internazionale. Nel 1967 ad
Atene avviene il colpo di stato dei “colonnelli”. E’ anche l’anno della
guerra dei sei giorni, che vede le truppe israeliane di Moshe Dayan catapultate
sul canale di Suez.
E’
l’anno dell’ulteriore escalation americana in Vietnam con l’occupazione
della fascia smilitarizzata che divide il Nord dal Sud. Le notizie si fanno
sempre più drammatiche. I soldati americani che combattono su quel fronte sono
più di mezzo milione e nonostante questo devono subire l’iniziativa dei
vietcong. In questo lembo di terra indocinese si consumano stragi agghiaccianti.
La sorte di questo martoriato paese lacera gli italiani, ma un’altra guerra
atroce è scoppiata nel ’68 in una zona d’Africa. La secessione del Biafra
è duramente domata dalla Nigeria, ma la regione è colpita soprattutto dalla
fame, che fa le prime vittime tra i più deboli e i bambini. I servizi
fotografici portano per la prima volta nelle case di molti italiani la cruda
testimonianza dei piccoli corpi scheletrici, dei ventri gonfi e degli occhi
sbarrati.
Il
1969 è un anno di grandi e di gravi avvenimenti. L’uomo va sulla Luna e a
Milano esplode una bomba alla banca nazionale dell’agricoltura a piazza
Fontana. Dopo aver seguito l’esaltante viaggio di Armstrong e dei suoi due
compagni, gli italiani si ritrovano a piangere I 16 che sono stati fatti a pezzi
dal criminale attentato. E’ il 12 dicembre, non manca molto a Natale, cinque
milioni di lavoratori sono in agitazione per il rinnovo dei contratti. La strage
per la sua mostruosità, blocca per un attimo il paese. La strategia della
tensione colpisce ancora quando pochi giorni più tardi un mite anarchico di
nome Giuseppe Pinelli vola da una finestra della questura. Pietro Valpreda, un
altro arrestato del suo gruppo, viene indicato come il colpevole che ha compiuto
la strage: dovrà alla fine essere liberato, ma dopo tre anni. Sull’Italia
viene a gravare una cappa di ambiguità e di incertezza. Un mese prima, sempre a
Milano, un agente di polizia, Antonio Annarumma, era stato ucciso durante
violenti scontri con manifestanti dell’estrema sinistra. I suoi funerali erano
stati strumentalizzati, fino a diventare un aperto convegno dell’estremismo di
destra.
Il
7 dicembre 1970 il ministro degli interni comunica alle Camere che c’era stato
un tentativo di colpo di stato. Vi era implicato anche il principe Valerio
Borghese, che durante la Repubblica di Salò era stato il comandante dei reparti
dell’elite della Xmas. Fu un tentativo maldestro.
Reggio
Calabria è scossa da violente agitazioni. Il pretesto è l’assegnazione a
Catanzaro della qualifica di capoluogo di regione. Non si tratta di una
questione di prestigio ma di stipendi. Per mesi la città rimarrà sconvolta da
una guerriglia su cui soffiano le forze di destra. Quattromila agenti dovranno
stazionare in permanenza per controllare la situazione. Nel ’71 vengono
arrestati nel Veneto il procuratore legale Franco Freda e l’editore Giovanni
Ventura: tre anni più tardi verranno incriminati per la strage di piazza
Fontana. Freda e Ventura guidavano allora l’estremismo più oltranzista del
neofascismo.
Il
24 dicembre 1971 Giovanni Leone diventa il sesto presidente della repubblica.
L’elezione avviene solo al ventitreesimo scrutinio. L’elezione del
presidente, destinato a non terminare il suo settennato al Quirinale, cade in un
periodo di estrema confusione politica. I governi si succedono continuamente,
senza riuscire a dare un fermo orientamento al paese. La vita nazionale è
immiserita da scandali vergognosi (fondi neri, lockheed). Dopo un breve
monocolore, Rumor regge per quattro mesi un effimero governo di centrosinistra,
passando quindi la mano a Emilio Colombo, che resterà in carica per 527 giorni.
Andreotti forma il suo primo governo monocolore “per I problemi urgenti”,
dopo il quale, negatagli la fiducia nel febbraio ’72, si arriva alle elezioni
anticipate del 7 maggio. Già da qualche anno si iniziano a manifestare diverse
formazioni extraparlamentari di sinistra – lotta continua, avanguardia
operaria, potere operaio, la corrente che si raccoglie intorno al Manifesto
- caratterizza vivamente la lotta
politica. L’impegno della lotta politica non fa notare in un primo momento,
l’ambiguo passaggio di piccoli gruppi a un altro tipo di attività. Nel
gennaio 1971 tre autocarri erano stati dati alle fiamme sulla pista di Linate.
Si trattava di un primo attentato firmato dalle brigate rosse. Il 23 marzo 1973
si tiene a Bologna il primo convegno degli “organismi autonomi”. Il ricorso
alla violenza si andava organizzando. Nel 1974 a Napoli prendevano consistenza I
nuclei armati proletari: un’altra organizzazione clandestina scendeva in
campo. Il 15 marzo 1972 il corpo di un uomo senza vita è trovato sotto un
traliccio dell’alta tensione a Segrate. Inizialmente non riconosciuto, viene
più tardi identificato come l’editore Giangiacomo Feltrinelli. La sua morte
era ufficialmente attribuita al prematuro scoppio di una carica esplosiva che
stava applicando al traliccio, ma erano avanzati anche dubbi di un possibile
assassinio. La violenza è all’ordine del giorno. Sempre a Milano, il 17
maggio viene ucciso da un killer il commissario Luigi Calabresi, capo
dell’ufficio politico della questura.
Un
anno dopo, in occasione della cerimonia per lo scoprimento d’un busto in suo
onore, un attentatore lancia una bomba tra la folla: ci sono tre morti e una
cinquantina di feriti. E’ una terribile sequenza di fatti di sangue e gli
italiani hanno modo di inorridire ancora nel 1974 quando il 28 maggio scoppia
una bomba in piazza della Loggia a Brescia durante una manifestazione
antifascista (otto vittime) e quando il 4 agosto un vagone del treno italicus è
sventrato da un’esplosione dolosa (dodici morti). E’ la strategia della
tensione che incominciata con la strage di piazza Fontana cinque anni prima,
prosegue spietatamente. Il terrorismo non è però una prerogativa italiana
anche quando può svolgersi in casa nostra. Dopo che nel 1972 alle olimpiadi di
Monaco ci fu il sequestro degli atleti israeliani da parte di un commando
palestinese (17 morti all’epilogo), il 17 dicembre 1973 ancora un gruppo di
fedain si scatena all’aeroporto di Fiumicino contro un aereo della Pan Am: i
passeggeri, una trentina, bruciano nel rogo dell’apparecchio.
Sono
in Asia i punti nevralgici del mondo. Sotto la presidenza di Nixon, che nelle
elezioni del ’72 aveva ottenuto una trionfante nomina, gli Stati uniti mettono
fine alla guerra del Vietnam. I lunghi negoziati alla fine arriveranno in porto.
Gli
americani abbandonano un paese che, dal 1961 al 1972, ha conosciuto tutti gli
orrori della guerra. Cinquantamila americani e alleati, centocinquanta mila
sudvietnmiti, ottocentomila nordvietnamiti e guerriglieri: questi i morti del
terribile conflitto. Il Vietnam aveva rappresentato una spina nel cuore per
tutto il mondo civile. Per le sinistre, la pace finalmente raggiunta era una
vittoria contro l’imperialismo. Nixon non finisce di procurare sorprese. Nel
febbraio del ’72 lo troviamo così inaspettatamente a Pechino, a stringere la
mano a Mao (e a rendere preoccupati i dirigenti del Cremlino). Poi scoppia il
“caso Watergate”, un episodio di spionaggio preelettorale che coinvolge
anche il presidente degli Stati uniti, al punto che il 6 agosto 1974 Nixon,
minacciato di deferimento alla giustizia, dà le dimissioni.
Questi
importanti avvenimenti mondiali non distolgono gli italiani di seguire la
cronaca politica di casa loro. Con le elezioni politiche del 7 maggio 1972, in
cui la Dc raccoglie il 38,8 per cento dei voti e il Pci il 27,2, si apre una
nuova legislatura che vedrà avvicendarsi cinque governi, uno Andreotti, due
Rumor e due Moro. L’ultimo è un monocolore destinato a dimettersi dopo le
elezioni del giugno 1976.
Sono
questi gli anni del braccio di ferro per il divorzio. Infatti nello stesso
giorno in cui viene introdotto in Italia il divorzio, il 1 dicembre 1970, si
costituisce un comitato nazionale per raccogliere le firme necessarie ad un
referendum abrogativo. E il 19 giugno 1971 il comitato è già in grado di
presentare non le 500 mila firme richieste, ma un milione e 300 mila. Sarebbe
questo per il paese il secondo referendum, dopo quello per scegliere la
monarchia o la repubblica. Sono molti a voler evitare il referendum, ma alla
fine si terrà. Da parte della propaganda antidivorzista si insiste sul tema
dell’unità della famiglia che l’innovazione alla lunga distruggerebbe;
sulle sorti dei figli; sui rischi della donna che essendo economicamente più
debole, resterebbe abbandonata senza mezzi di sostentamento. Il referendum ha
luogo il 12 maggio 1974 e si conclude con un successo divorzista superiore alle
previsioni: il 59,3 per cento si esprime contro l’abrogazione della legge e
solo il 40,7 a favore. E’ un insuccesso per la Dc, ma specialmente per Fanfani
che si era buttato nella lotta con impeto infaticabile.
Il 1973 è l’anno della crisi del petrolio. I paesi arabi produttori hanno visto scendere I loro ricavi a causa dell’erosione del dollaro. Di qui la decisione di cui si è fatto promotore re Feisal d’Arabia, di imporre consistenti rincari. I paesi europei sono quelli maggiormente colpiti dal provvedimento. Fra essi l’Italia si trova in una posizione particolarmente delicata, dovendo importare dall’estero oltre l’ottanta per cento del proprio fabbisogno energetico. L’Italia, inoltre, possiede una fiorente industria di trasformazione e raffinazione dei prodotti petroliferi che la rende particolarmente vulnerabile. Il momento viene considerato dal governo particolarmente drammatico. Assieme ai partner europei studia piani d’emergenza, che a volte assumono forme spettacolari anche se irrilevanti ai fini dell’economia, come il blocco della circolazione stradale nelle giornate festive. Si cercano altre soluzioni. A tale scopo prosegue, nonostante forti opposizioni ambientalisti, lo sviluppo del piano nucleare, che mette quanto prima a disposizione la centrale di Caorso. La crisi del petrolio ci coglie in un momento di acuta tensione. Le economie occidentali sono in piena fase recessiva. Nel corso del ’74 la disoccupazione salirà fin oltre il milione e duecentomila unità, mentre la produzione industriale farà registrare una drastica diminuzione. L’Italia deve ricorrere a massicce iniezioni di dollari e di marchi per sostenere la propria economia. Parte di questo indebitamento servirà a coprire, oltre gli aumenti degli acquisti per I prodotti petroliferi, le perdite delle non poche aziende dissestate che sono state assorbite dalle partecipazioni statali. I prezzi dei prodotti anche di largo consumo tendono ad un forte rialzo, che le autorità cercano di contenere ricorrendo a diverse iniziative, vendite controllate, blocco di alcuni generi, e simili. Con il 1 gennaio 1974 arrivano anche le buste paga “leggere”. E’ scattata infatti la riforma tributaria che ha sostituito un largo numero di imposte con tre soltanto: quella sul reddito delle persone fisiche (che per i dipendenti si traduce appunto in una ritenuta alla fonte), quella sul reddito delle persone giuridiche e quella locale sui redditi. Inoltre l’anno precedente era entrata in funzione l’iva, imposta sul valore aggiunto, che adeguava la nostra normativa a quella della CEE in materia di imposte indirette. Il mercato delle automobili è il primo a risentire della crisi, anche come conseguenza inevitabile del rincaro della benzina. Nel 1976 la lira perde del 12 per cento rispetto il dollaro.
Assistenzialismo
e aumento del debito pubblico. All'origine del consociativismo
Ai
condizionamenti legati alla recessione internazionale e allo shock petrolifero i
nostri politici intrapresero delle scelte sociali e economiche che avrebbero
causato gravi disagi agli italiani.
Nel
1975 venne firmato l'accordo sul punto unico della contingenza. Questo accordo
è stato una vera e propria sciagura in quanto istituì un meccanismo che per la
sua stessa forza inerziale avrebbe portato tutte le retribuzioni, nel giro di
pochi anni, verso il completo livellamento, verso un egualitarismo poco
sensibile alla produttività realizzata dai diversi comparti e dalle diverse
aziende. Questo sistema sembrava imporsi grazie alla complicità fra le forze
della democrazia cristiana e quelle marxiste, uniti da tendenze assistenziali.
Il
secondo effetto del punto unico di contingenza è stato quello di costituire una
specie di riparo che rendeva i lavoratori dipendenti poco sensibili
all'andamento del ciclo economico. I lavoratori dipendenti ebbero l'impressione
che l'inflazione che stava distruggendo il sistema economico non toccasse il
loro reddito.
In
quegli anni, i consumi restarono sostanzialmente stabili, mentre per affrontare
un deficit commerciale che era cresciuto in misura pari al 5% del Pil si sarebbe
dovuto attuare una drastica politica fiscale e destinare risorse
all'esportazione, sottraendole al consumo. Il punto unico di scala mobile
rappresentava appunto una difficoltà oggettiva al contributo dei lavoratori
dipendenti al riequilibrio dei conti con l'estero. In queste condizioni
l'aggiustamento veniva cercato con politiche monetarie che incidevano soltanto
sul livello degli investimenti e con la drastica riduzione dei margini di
profitto, il tutto accompagnato da un aumento senza precedenti
dell'indebitamento bancario delle imprese. Le rigidità, che impedivano un
aggiustamento dei costi e dei prezzi attraverso la modifica dei fattori interni,
conduceva inesorabilmente a una spirale di deprezzamento del cambio. Anche
quest'ultimo fenomeno, la svalutazione, non era vista con avversione da correnti
culturali marxiste, ma soprattutto da taluni gruppi di centro che esercitavano
una forte influenza sul sindacato”.
Strettamente
connessa al punto unico di contingenza è stata la legge del giugno 1975 che
istituiva il duplice collegamento delle pensioni alla dinamica contrattuale del
salario e al costo della vita. Questo provvedimento è stato un atto
irresponsabile nei confronti delle generazioni future, le quali si troveranno
nella condizione di produrre redditi per consumi del passato, e difficilmente
disporranno di trattamenti pensionistici paragonabili a quelli del passato. Con
quella legge si istituiva un meccanismo automatico di allargamento della massa
pensionistica alla quale non rispondeva un equivalente ampliamento della massa
contributiva. Una macchina per produrre deficit, e dunque per scaricare sui
figli i consumi dei padri. Sostenendo tale politica i sindacati degli anni
Settanta ebbero il potere di espellere i lavoratori delle generazioni future dal
godimento di quelle protezioni sociali di cui la loro generazione poté fruire.
La
concezione mutualistica e l'egualitarismo salariale sono state il frutto di una
medesima filosofia: gratuità totale, irresponsabilità del cittadino nel
processo di accumulazione del capitale sociale, indifferenza alla produttività
del proprio lavoro individuale. In questo processo di deresponsabilizzazione del
cittadino italiano ha agito, come si è visto, la cultura marxista, ma anche la
cultura dell'assistenzialismo, tipica dei trascorsi governi.
Stava
meditando, la guardò negli occhi e riprese nuovamente “una simile struttura
del costo del lavoro ha intensificato tra gli imprenditori privati il desiderio
di fuga, facendo cadere le aziende, ad una ad una, in mano pubblica. La
legislazione degli anni successivi ha aggravato ulteriormente la situazione con
la legge sulle finanze locali. Si mise così in piedi un sistema di centri di
spese decentrati che non avevano il dovere di indicare i mezzi per far fronte a
quelle spese. Questa legge porta un’impronta comunista; il Pci infatti,
lucidamente convinto di non poter arrivare al potere centrale, puntò su leggi
che gli consentivano di dilatare la spesa dello Stato, ricevendone benefici in
termini di consenso popolare senza patire dell'impopolarità derivante dalla
ricerca di maggiori entrate.
In
quegli anni si compì la costruzione di un sistema di leggi corrotto, che
induceva alla cancellazione dei veri vincoli di solidarietà, all'appiattimento
delle mansioni e allo sperpero delle risorse. Questa situazione drammatica è
stata senza dubbio favorita dal venire meno di un ordine monetario
internazionale che imponesse delle regole minime per far parte della Comunità
degli Stati ad economia libera. Con la crisi petrolifera viene sconvolto il
sistema produttivo italiano, anche perché la classe dirigente che aveva
governato il paese non aveva saputo trasferire nel sistema giuridico nazionale
quei vincoli esterni che derivavano dalla partecipazione al Fondo Monetario e
alla CEE.
In
realtà, se non ho capito male, non esisteva una reale contrapposizione tra DC e
Pci. I primi a livello nazionale e i secondi a livello locale beneficiavano
ampiamente di questo assennato assistenzialismo. Siamo all’inizio del
consociativismo di cui tanto si parlo alla fine della prima repubblica.
Lo
"Statuto dei Lavoratori" rappresenta la testimonianza maggiore di come
fosse ormai attenuata la contrapposizione secca tra la Democrazia Cristiana e
satelliti da una parte e sinistra dall'altra, e come si fosse ormai dato inizio
ad un sistema consociativo che si manifestò in un insieme di vincoli
all'impresa. Furono vincoli che misero una pesante ipoteca sul proseguo dello
sviluppo dell’economia italiana. Non è un caso che tra il 1969 e il 1970, in
Germania si arriva al pieno impiego e molte imprese stabiliscono di costruire
impianti all'estero. Lo fanno dappertutto, in Grecia, in Portogallo, Turchia,
tutti paesi governati ancora da regimi più o meno vessatori. Non lo fanno nel
Mezzogiorno d'Italia. E a quell'epoca i fenomeni di inquinamento mafioso della
società non erano così visibili come oggi: ciò che non ha convinto gli
imprenditori tedeschi è stato il timore di essere imbrigliati in una
legislazione che non agevolasse lo sviluppo industriale.
Per
quanto riguarda la vulnerabilità del capitalismo italiano il problema centrale
consiste nel fatto che gli imprenditori italiani non hanno mai avuto il coraggio
di affrontare la concorrenza internazionale, proteggendosi dietro le coltri
delle commesse statali; Alle richieste dei sindacati hanno sempre elargito a
piene mani, per poi rifarsi sui prezzi, assumendo dunque mentalità e
comportamenti inflazionistici. Infine, dopo aver ceduto così tanto da vedersi
azzerati i margini di profitto e la capacità di autofinanziamento, quegli
stessi imprenditori cercano di vendere le aziende al prezzo più alto possibile
alla mano pubblica, che soccorre con grande disponibilità, nel timore che
l'impatto occupazionale crei problemi elettorali.
Droga,
Criminalità e Terrorismo
Sul
versante sociale continuava il disagio giovanile: scuola e occupazione tengono
in fermento le nuove generazioni. Si infittiscono le manifestazioni giovanili
che esplodono periodicamente nelle grandi città. Inizia tra i giovani il
preoccupante fenomeno della droga.. In Italia, in questi anni, la droga non è
più di passaggio dai mercanti dell’Oriente ai mercati americani e a quelli
del nordatlantico ma si sta diffondendo capillarmente, sino a diventare una
piaga allarmante.
La
criminalità è in aumento, soprattutto in aumento sono I sequestri di persona.
Partita in sordina negli anni ’60 – sembrava inizialmente una triste
prerogativa della Sardegna – questa forma di delinquenza esplodeva con gli
anni ’70. I nomi di Paul Getty, il nipote del celebre miliardario americano,
liberato per due miliardi di lire dopo che gli ere stato reciso un orecchio; di
Rossi di Montelera; del piccolo Daniele Alemagna (tre miliardi); di Cristina
Mazzotti, l’infelice ragazza uccisa dopo che era già stato pagato più di un
miliardo; di Vittorio Gancia, liberato dopo un conflitto, emergono dalle
cronache ormai quotidiane. Sapremo più tardi che non pochi di questi sequestri
sono state azioni di “autofinanziamento” da parte di gruppi eversivi.
Le
Brigate rosse firmano a Genova l’assassinio del procuratore capo della
repubblica Francesco Coco; estremisti di destra fulminano poco dopo a Roma un
altro magistrato, Vittorio Occorsio.
“Siamo
ormai al 1976, le elezioni anticipate cadono tra i due misfatti. La repubblica,
a trent’anni dalla sua fondazione, si trova in una via senza uscita:
recessione, disordini, criminalità, scandali, disastri ecologici (Seveso è
sotto l’incubo della diossina) minano la vita della nazione. E’ in questo
periodo che entrano nei discorsi della gente I termini “compromesso storico”
ed “eurocomunismo”. Il primo, politicamente giustificato dal golpe di cui
era rimasto vittima in Cile il governo di Salvador Allende (11 settembre 1973),
era stato definito dal segretario comunista Berlinguer, nel congresso del marzo
’75, come “l’unica adeguata prospettiva per arrivare alla trasformazione
democratica del paese”. L’altro, era stato ripreso dallo stesso Berlinguer
in un discorso tenuto a Parigi nel 1976. In entrambi era chiaramente espressa la
volontà dei comunisti di accedere a responsabilità di governo a fianco delle
forze anche cattoliche. Il 20 giugno 1976 gli italiani andavano alle urne. Una
maggioranza di voti era polarizzata dalla Dc e dal Pci che registrava un
eccezionale balzo in avanti. Si apriva la strada per un governo “della non
sfiducia” presieduto da Giulio Andreotti.
Il rapimento di Aldo Moro e la strage della sua scorta, il 16 marzo 1978 in via Fani a Roma, segnano il punto più alto dell’escalation della violenza. Nel contempo, però, questi tragici avvenimenti hanno fornito anche un’isperata dimostrazione di fermezza e di compattezza da parte dell’intero popolo italiano. L’ipotesi di una dissoluzione politica del paese è tramontata in quei cinquantacinque giorni che sono trascorsi dal sequestro del presidente della Democrazia cristiana al ritrovamento del suo corpo crivellato. L’Italia, guardata con preoccupata attenzione e considerata come un tumultuoso laboratorio aperto alle più audaci sperimentazioni sociali, ha rivelato di possedere un maturo senso della democrazia. Il penoso episodio delle forzate dimissioni di Giovanni Leone è superato dall’unanimità popolare che sorreggere il nuovo presidente Sandro Pertini.
Alla
fine degli anni ’70 abbiamo assistito ad una situazione in cui lo Stato si è
visto costretto a soccorrere e assistere le imprese e a provvedere ad un
generalizzato assistenzialismo, ha portato al collasso dei conti pubblici.
Un
debito pubblico molto superiore alla media di quello degli altri Stati ad
economia avanzata, come è il caso dell'Italia, provoca una forma di schiavitù
nei confronti dei paesi europei partner ed in particolare della Germania, che è
il membro determinante delle condizioni monetarie dell'Europa. Un aumento dei
tassi di interesse tedeschi implica un corrispondente aumento degli interessi
che lo Stato italiano paga a chi detiene titoli
pubblici. Questo succede per non indurre i risparmiatori italiani ed
esteri ad acquistare titoli di Stato francesi e tedeschi, caratterizzati da
rendimenti più interessanti. Al maggior onere di bilancio occorre far fronte
con maggiori imposte o con minori spese.
Sono
bastati l'interconnessione dei mercati finanziari e la liberalizzazione dei
movimenti di capitale per cancellare dal nostro ordinamento la visione
dirigista. Gli impegni economici e monetari accettati con la firma del Trattato
di Maastricht e, precedentemente, con la firma dell'Atto Unico, sono
incompatibili con l'idea stessa di programmazione economica. Ad essa si vengono
a sostituire la politica dei redditi, la stabilità della moneta e il principio
del pareggio di bilancio.
Con
il regime imposto dal Sistema Monetario Europeo, il cambio fisso e la libertà
dei movimenti di capitale hanno costretto le parti sociali ad adottare politiche
di protezione della competitività delle imprese. Le soluzioni proposte sono
state le seguenti: restituzione di flessibilità al mercato del lavoro; aggancio
delle retribuzioni all'inflazione programmata; revisione dello Statuto dei
Lavoratori. Per quanto riguarda le pensioni è stato necessario far capire a
tutti che il sistema non è altro che un meccanismo di potere d'acquisto
al quale non equivale un reddito presente.
Anche
se gli ultimi interventi di politica economica sono stati a volte validi
strumenti per migliorare i conti pubblici, la stabilità monetaria e
l'equilibrio della bilancia dei pagamenti, essi sono però da interpretare come
un'anticipazione di un ritorno al liberismo. E' sicuro che tale
"riscoperta" non potrà dare risposte alla piaga della disoccupazione
e ai divari tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno. La tendenza ad adottare un
sistema liberomercantilistico è stata confermata dall'elezione di Silvio
Berlusconi a Presidente del Consiglio nel 1994. Berlusconi in campagna
elettorale assicurò una diminuzione della pressione fiscale e la creazione di
un milione di posti di lavoro, in piena sintonia con la maggioranza degli
italiani che chiedevano di conciliare il rispetto degli impegni di Maastricht
con il rilancio della produzione e
dell'occupazione interna. Il governo Berlusconi del ’94, come del resto quello
precedente presieduto da Dini, iniziò a discostarsi dall'europeismo
germanizzante dei suoi predecessori seguendo il progetto di un liberismo stile
angloamericano. Molti impedimenti però si sono frapposti a questa
trasformazione: il più forte alleato di Berlusconi, Alleanza Nazionale, era un
partito che allora, per ideologia, si sarebbe opposto a qualsiasi progetto di
liberismo puro. Il governo Dini, dati i problemi di equilibri interni e quindi
di maggioranza, ha dovuto scendere a compromessi con le forze della sinistra che
lo sostenevano, e questo non gli ha consentito uno smembramento del Welfare
State.
Con
gli ultimi governi della coalizione di centro-sinistra, il modello tedesco è
stato ancora di riferimento per buona parte delle politiche economiche e sociali
del centrosinistra. L’opposizione però sosteneva che il modello
“Germania” non funzionava più: la disoccupazione era a quattro milioni, il
costo del lavoro è altissimo e spinge gli imprenditori ad investire fuori dal
paese e la Bundesbank, simbolo della potenza economica della Nazione tedesca, ha
oggi la missione di suicidarsi per lasciare posto alla costituenda banca
centrale europea.
L'esame
della fase attuale dell'economia italiana non sarebbe completo senza esaminare
un'altra questione, relativa agli assetti di controllo dei grandi gruppi
industriali e finanziari e la relativa penetrazione operata dai capitali
stranieri. In qualche modo questa previsione di forte invasione straniera è
stata confermata dalle recenti privatizzazioni: le varie operazione finanziarie
hanno provato che il processo delle privatizzazioni in Italia è stato finora
estremamente aperto al capitale straniero.
E'
interessante notare che la colonizzazione dell'industria italiana ad opera dei
capitali francesi e tedeschi si sia scontrata recentemente con una strategia
opposta: quella che aveva dato battaglia per impostare le dismissioni secondo il
modello angloamericano: public company, azionariato diffuso, capitalismo
popolare.