Quando Ferrara si risvegliò ai primi chiarori di una improvvisa mattinata senza nebbia, che preannunciava il tardivo arrivo della primavera, le luci del commissariato di corso Giovecca erano ancora accese. In una tetra stanza del secondo piano il commissario Adelmo Rizzati passeggiava nervosamente. Ancora nessuna notizia dei sei camion con a bordo cinquanta uomini della Guardia Nazionale Repubblicana e della polizia di Ravenna. Il convoglio, da lui meticolosamente organizzato, non poteva partire da Ferrara senza la colonna ravennate. Temeva qualche imboscata, temeva per l’incolumità dell’amico Bonelli che nel tardo pomeriggio del giorno precedente era partito alla volta di Ravenna per poi scortare i colleghi romagnoli fino al commissariato di Ferrara. L’ispettore Bonelli era il braccio destro di Rizzati, sempre al suo fianco da quando questi era stato chiamato a dirigere il commissariato di corso Giovecca nel dicembre del ’43.
Tempi
molto difficili attendevano Rizzati. Strano destino per un ex-funzionario del
Ministero delle Finanze, un pacifico borghese con trascorsi sportivi e con
l’unico problema di avere creduto forse troppo in Mussolini e nella “nuova
via” propagandata dagli artefici dell’economia corporativa fascista. Ora era
uno dei temuti capi della polizia fascista ferrarese.
II
Tutto
ebbe inizio 19 mesi prima.
Era
l’8 settembre 1943 poco dopo le 19, da 45 giorni il fascismo ufficiale si era
come ormai disciolto. Rizzati camminava lungo il corso di Ferrara con degli
amici quando vide un rumoroso gruppo di signore e di signori. Stavano brindando:
fatto insolito in quei giorni, pervasi da una insolita allegria. Bevevano e
brindavano rompendo, infine, i bicchieri e gridando parole incomprensibili.
Incuriositi si avvicinarono e finalmente distinsero le parole: “armistizio!
armistizio!”.
Impossibile si disse Rizzati. E si rivolse ad una donna di passaggio. Questa raccontò piangendo che in piazza tutti stavano parlando di armistizio.
“E
la gente canta, ride e si ubriaca” gridava la povera donna “ perché abbiamo
perduto la guerra. Nessuno pensa a ciò che accadrà domani, alla reazione dei
tedeschi. Nessuno pensa ai morti. Vigliacchi! Vedrete cosa faranno ora
dell’Italia”.
Chi
avrebbe fatto qualcosa per salvare il paese dalla sorte tristissima che lo
attendeva? Fuggito il re, fuggito Badoglio, fuggiti i ministri e i generali
dello Stato Maggiore, l’Italia si trovava ormai alla completa mercé degli
stranieri: i tedeschi sistemati a nord e l’esercito angloamericano che
avanzava da sud. I capi dei partiti antifascisti, dopo aver tanto invocato la
resa e fomentato i disordini, erano prudentemente spariti dalla circolazione.
Rizzati
era sgomento come tanti altri coetanei. Ebbe poi notizia che in alcune città
gruppi di fascisti, riaperte le federazioni, tentavano di riprendere in mano la
situazione, per impedire ai tedeschi di assumere direttamente il controllo
dell’amministrazione civile. Bisognava adesso capire le mosse degli ex-alleati
tedeschi, ovvero se questi avevano ricevuto l’ordine di impedire
- come si diceva – l’organizzazione di un nuovo partito fascista e di
un eventuale governo autonomo.
I
segnali positivi emersi nei giorni successivi convinsero tanti fascisti come
Rizzati che qualcosa di buono si
poteva ancora fare. Era il 12 settembre 1943. Da quel momento ebbe inizio, senza
però non pochi turbamenti d’animo, la sua attività in favore della
costituzione della nuova federazione fascista di Ferrara, convinto com’era che
iniziative analoghe in tutta l’Italia sarebbero state in grado di dare al
paese i mezzi e la possibilità per controllarsi da sé. In tanti si illusero
di poter far comprendere ai tedeschi che l’Italia non avrebbe dovuto
essere considerata un paese occupato o peggio una terra da depredare e
devastare.
La
successiva notizia della liberazione del Duce ed il suo primo proclama alla
radio trovarono Rizzati con i suoi colleghi già attivamente all’opera. Era
l’unica strada da battere – lo sentivano – non poteva essere altrimenti.
Deciso
quale “Italia” seguire, cercò successivamente un ruolo d’azione e, grazie
ai buoni uffici di un amico conosciuto ai tempi della collaborazione con la
rivista “Studi corporativi” e ora influente sottosegretario al Ministero
delle Finanze, riuscì a farsi nominare commissario con una “procedura
d’urgenza”.
Del resto questo genere di procedure non era poi così raro in quegli anni: si trattava di far entrare uomini, con un buon curriculum professionale e di studi, in mansioni di responsabilità nella nuova Repubblica di Mussolini. Dati i tempi e i cattivi presagi, erano pochi i dirigenti e funzionari pubblici che volessero compromettersi con una partecipazione attiva nella RSI. E per invogliarli ad aderire alla nuova causa, le autorità repubblicane erano pronte a promettere anche cariche di un certo prestigio. Ma non era certo questo il caso di Rizzati, una laurea in scienze politiche e un prestigioso titolo accademico in Economia corporativa: in questa scelta era incorso volontariamente. ......
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